Valentina Rossi.
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Misteri, crimini e storie insolite di Firenze.
Il volto segreto della culla del Rinascimento.
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2013. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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UNA FIRENZE MITICA, ESOTERICA E CRIMINALE.
SE AMI IL MISTERO, AMI FIRENZE.
LA CITT DEI MORTI SOTTO L'EX CINEMA GAMBRINUS.
SULLE TRACCE DELLE ANTICHE CHIESE ARIANE.
ANTICHI CULTI MISTERICI A SAN MINIATO AL MONTE.
IL MISTERO DELLA SINDONE DI PASSAGGIO A FIRENZE.
DANTE TEMPLARE.
L'ENIGMA DEL 4 LUGLIO 1442.
UNA BRUTTA ESTATE DI SANGUE.
IL VANGELO DELLE STREGHE EMERSO DALL'OMBRA DEI SECOLI.
DELITTO E MISTERO ALL'OSPEDALE DI SANTA MARIA NUOVA.
IL DUPLICE OMICIDIO DI SIGNA.
IL LEONARDO OCCULTATO.
ARSENIO LUPIN ALLO STIBBERT.
GLI AGENTI DEL RIS RIESUMANO.
PICO DELLA MIRANDOLA.
E TANTI ALTRI MISTERI ...
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Sotto l'immagine patinata di meta turistica da milioni di visitatori l'anno, Firenze nasconde il suo volto pi segreto.  la parte in ombra della citt, quella dove enigmi e misteri hanno disegnato le trame occulte che innervano i duemila anni della storia fiorentina. Tra vicoli angusti e monumenti ricchi di simbologie alchemiche sono custodite le tracce di miti antichi e crudeli, di atroci delitti, di saperi magici ed esoterici, di architetture le cui origini risultano tuttora avvolte dall'oscurit.
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L'enigmatica fondazione etrusca della citt, la strage di mafia di via dei Georgofili, il giallo dell'avvelenamento di Pico della Mirandola, il mostro di Firenze, l'inquietante presenza del conte Dracula (quello vero), gli efferati omicidi che negli anni Novanta hanno riempito le pagine della cronaca nera, sono solo alcuni dei misteri all'ombra della Cupola. Misteri che in parte non saranno mai risolti e altri destinati a lasciare un segno indelebile nella citt. Valentina Rossi in questo libro li scandaglia uno per uno e delinea un mosaico di storie a tinte fosche.
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L'AUTRICE.
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VALENTINA ROSSI. Nata nel 1972,  dottore di ricerca in Progettazione architettonica e urbana. Vive e lavora a Firenze. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare a Firenze almeno una volta nella vita, 101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato e I delitti di Firenze.
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Introduzione.
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Firenze  la citt degli Uffizi, della cupola del Brunelleschi,
di Boboli e del Ponte Vecchio. Ogni giorno migliaia di turisti
percorrono le sue strade, ne fotografano i monumenti,
entrano nelle chiese e nei musei e si fermano di fronte ai
capolavori del Rinascimento contemplandone i pi piccoli
dettagli. A prima vista la citt del giglio  quanto di pi
esposto allo sguardo altrui si possa pensare. Cos si potrebbe
credere che una citt perennemente in mostra come
lo  quella di Firenze non possa avere segreti. Come si fa
a nascondere qualcosa di fronte a tutti quegli occhi che ti
scrutano in ogni angolo dalla mattina alla sera?
E invece Firenze di cose ne nasconde tante, e forse di proposito,
per una questione di autodifesa. Come si spiegano
senn quei palazzi che pi che residenze sembrano delle
fortezze? Dietro quei muri possenti si celano storie che per
secoli sono rimaste avvolte nel mistero. Per non parlare
delle biblioteche e degli archivi della citt che in antichi
documenti e in manoscritti impolverati custodiscono le
tracce di saperi dimenticati e spesso per noi incomprensibili.
Come per esempio l'antica e oscura sapienza alchemica,
che a Firenze fu coltivata dai granduchi medicei, al riparo
da occhi indiscreti nelle segrete stanze di Palazzo Vecchio.
Nei primi anni del Novecento lo storico Pasquale Villari
scrisse che le origini di Firenze sono assai oscure e che i
cronisti ne hanno taciuto o le hanno avvolte nella leggenda.
E in effetti la citt di Dante tiene nascosti i suoi segreti
proprio fin dalle origini, a partire dall'affascinante enigma
degli etruschi, su cui ancora non  stata fatta
completa chiarezza ma che avvolge la nascita di Firenze in
un alone di impenetrabile mistero.
Questo libro raccoglie alcuni degli innumerevoli misteri
che se ne stanno da secoli al riparo dell'ombra della cupola.
Dagli enigmi della storia dell'arte ai presunti significati
occulti ed esoterici adombrati in certi dipinti, dalle vicende
fiorentine dei templari agli inquietanti fatti di sangue
che in tempi anche recenti hanno riempito le pagine della
cronaca nera. Ci sono pure storie di streghe, di fantasmi, e
anche di ufo.
Storie note e meno note, ma che obbediscono tutte a un
unico scopo: porre domande che forse non troveranno mai
una risposta.
 
La citt dei morti sotto l'ex cinema Gambrinus.

Questo il dato storico oggi considerato certo: Firenze
venne fondata dai romani intorno all'anno 59 a.C., molto
probabilmente in primavera.
Giulio Cesare era al suo primo consolato e aveva da poco
promulgato la lex Iulia agraria quando gli agrimensori
dell'impero giunsero sulla riva destra dell'Arno e si dettero
da fare per individuare il cardo e il decumano, le due
direttrici ortogonali in base alle quali si sarebbe sviluppato
il nuovo centro urbano. Che il sito fosse quello giusto, lo
avevano in precedenza accertato i sacerdoti interrogando
gli di attraverso la lettura dei fulmini e dei visceri di certi
animali offerti in sacrificio alle potenze olimpiche.
Quando inauguravano una nuova colonia, i discendenti
di Romolo stavano ben attenti a rispettare un rituale di
fondazione preciso, le cui origini si perdevano nella notte
dei tempi. Cos anche a Florentia, una volta tracciati il cardo
e il decumano, al loro incrocio si provvide a scavare il
mundus, la fossa consacrata agli di degli inferi. Quindi ci
si occup di segnare, con un aratro trainato da un toro e da
una giovenca bianca, il solco perimetrale dell'urbs lungo
il quale sarebbero state erette le mura urbane.
Tutte queste operazioni di solito i romani le conducevano
su territori vergini. Ma and cos anche a Firenze?
Di certo i nuovi arrivati non sapevano che proprio l dove
essi avrebbero costruito il Foro, a pochi passi dal mundus,
si estendeva una vera e propria citt dei morti, ampia circa
quattromila metri quadrati. Che i coloni nemmeno sospettassero
dell'esistenza di una necropoli sotto il lato ovest
dell'attuale piazza della Repubblica  ovvio: quelle tombe
risalgono infatti a un periodo compreso tra il X e l'VIII
secolo a.C. e le frequenti alluvioni dell'Arno, succedutesi
in quegli otto secoli precedenti la fondazione di Florentia,
avevano ricoperto le sepolture di uno spesso strato di terreno
argilloso.
Del resto di questi sepolcri sotterranei non ne sapremmo
niente neanche noi se tra il 1892 e il 1894 gli addetti ai
lavori di demolizione e riqualificazione del centro storico
non si fossero imbattuti per caso in un orcio di terracotta
sepolto nell'area sottostante l'ex cinema Gambrinus, oggi
occupato dall'Hard Rock Cafe. In quell'occasione fu rinvenuto
un certo numero di ossuari dalle caratteristiche simili:
un grande vaso fittile coperto da un lastrone di arenaria e
contenente un vaso pi piccolo, a doppio tronco di cono
con sopra una ciotola capovolta a mo' di coperchio. All'interno
del contenitore pi piccolo erano custodite le ceneri
del defunto, assieme ai resti di ossa usciti incombusti dal
processo di cremazione.
Analizzati i reperti, gli archeologi convennero sul fatto
che quella necropoli fosse da ricondurre all'antica civilt
dei villanoviani. Chi siano i villanoviani, per,  questione
che rimane avvolta da un alone misterioso. Innanzitutto
occorre precisare che questo popolo, risalente alla prima
Et del ferro, prende il nome da Villanova, la localit in
provincia di Bologna dove intorno alla met dell'Ottocento
venne ritrovata una necropoli costituita da tombe a incinerazione
riconducibili al IX-VIII secolo a.C.
Siamo stati noi moderni, quindi, a chiamare cos i villanoviani,
e fino a poco pi di un secolo fa non sapevamo
nemmeno che esistessero. Ora, alcune cose le possiamo dare
per certe: che si trattava di una civilt piuttosto avanzata,
dedita in prevalenza all'allevamento e all'agricoltura e
abile a lavorare il bronzo, che adorava il Sole, la Luna e la
stella del mattino e che al posto di una scrittura alfabetica
utilizzava simboli, come per esempio quello dell'uovo,
allegoria della rinascita, e quello della svastica, allegoria
della vita e della fertilit.
Altre questioni, le pi cruciali, rimangono invece ancora
aperte. Una su tutte divide i ricercatori, ovvero se i villanoviani
altro non fossero che i progenitori meno evoluti degli
etruschi, una specie di etruschi della prima ora. Secondo
alcuni, ci  vero senza ombra di dubbio; secondo altri, la
civilt villanoviana era costituita da popolazioni autoctone
che soltanto in epoche pi recenti sarebbero entrate in contatto
con la civilt etrusca e da questa assimilate.
La faccenda riguarda anche Firenze e getta un'ombra sulle
certezze che i libri di storia riportano circa le origini stesse
del capoluogo toscano.
La necropoli del Gambrinus, infatti, indica che di sicuro nei
suoi paraggi doveva estendersi un villaggio di villanoviani.
Dove esso fosse situato non lo sappiamo e forse non lo sapremo
mai. In ogni caso il fatto retrodata di molti secoli la
presenza di un'organizzazione urbana sul suolo di Firenze.
 stato inoltre osservato che tutti i centri di stanziamento
villanoviani sono poi diventati importanti citt etrusche.
Tutti tranne Firenze?
Ma queste considerazioni aprono una porta sul prossimo
mistero.
 
L'enigma della Firenze etrusca.

C'erano gli etruschi a occupare il suolo di Firenze prima
che i romani vi fondassero la loro colonia? Esisteva davvero,
sulla riva destra dell'Arno, una citt pi antica di quella
romana, quella che lo storico romano Floro aveva definito
Municipium splendidissimum?
Se cos fosse, al libro della storia della citt di Dante andrebbe
aggiunto un intero capitolo: il capitolo numero uno.
Durante il secolo scorso l'esistenza di una Florentia
Etruscorum era stata caldeggiata da eminenti storici come Robert
Davidsohn, ed era stata categoricamente smentita da
studiosi altrettanto autorevoli come Mario Lopes Pegna. In
effetti la prova regina che dimostri la presenza di un centro
abitato etrusco, l dove un giorno sarebbe sorta Firenze,
non  ancora stata trovata. Alcuni indizi per ci sono. Ma
veniamo ai fatti.
Come abbiamo gi visto, sotto la centrale piazza della
Repubblica si estendeva una necropoli villanoviana. E
un'altra area cimiteriale ad essa coeva  stata rinvenuta
tra borgo Pinti e via Laura, nel settore nord-est del centro
storico.  certo che le ultime urne siano state calate l sotto
entro e non oltre la fine dell'VIII secolo a.C. Poi pi niente:
l'Arno esonda periodicamente, il fango inghiotte i resti delle
capanne del presunto villaggio dei villanoviani e ci che
rimane  una specie di landa desolata che per otto lunghi
secoli attende silenziosa l'arrivo della civilt, nel nostro caso
portata direttamente da Roma. O almeno cos parrebbe, visto
che nello spesso strato di terreno alluvionale accumulatosi
sopra quei sepolcri non sono stati trovati resti archeologici
sufficienti ad attestare tracce di vita organizzata precedente
alla colonizzazione romana.
Nel frattempo a nord, sulle colline gli etruschi erigono
Fiesole e le sue mura ciclopiche, e a ovest, nei pressi di
Prato, fondano la citt di Gonfienti. Nella piana fiorentina,
alle pendici del monte Morello, cominciano ad apparire i
giganteschi tumuli di terra che ricoprono le tombe sotterranee
dei principi dei Rasenna (questo il nome con cui gli
etruschi chiamavano se stessi): le monumentali tombe a
tholos, cio a falsa cupola, le cui caratteristiche costruttive
e simboliche rimandano ai mondi lontani e misteriosi
di Micene e forse della Sardegna nuragica.
Siamo in un arco di tempo compreso tra il VII e il VI secolo
a.C. e, sullo sfondo di tutto questo fervore etrusco nell'agro
fiorentino,  difficile pensare che l'area oggi occupata da
Firenze non attirasse l'attenzione dei Rasenna. E in realt
 probabile che l'abbia attirata, se non altro per un motivo
del tutto pratico.  proprio all'altezza della futura Florentia,
infatti, che l'Arno risultava pi facilmente guadabile per
chi, arrivando da sud, doveva procedere a nord, verso gli
Appennini. In tale luogo, inoltre, la stessa configurazione del
fiume si dimostrava particolarmente adatta alla costruzione
di un porto fluviale, al quale in effetti potrebbero essere
ricondotti i resti di un gigantesco muro di calcestruzzo
rinvenuto nel 1901, allorch si gettarono le fondazioni
del monumento che sta nel mezzo di piazza Mentana (ci
troviamo dietro il palazzo della Signoria e vicino al Ponte
Vecchio, per intenderci...).
Cos sono molti i ricercatori che oggi ritengono pi che
plausibile l'esistenza, se non di una vera e propria citt,
almeno di un emporio fiorentino, ovvero di un luogo
di stoccaggio e scambio delle merci utile ai traffici della
vicina Fiesole.
Tuttavia il ritrovamento di alcune statuette di carattere
votivo ha fatto pure pensare all'ipotesi che il centro in riva
all'Arno fosse dotato anche di aree di culto di un certo
rilievo.
Ma c' di pi. Le antiche cronache fiorentine sostengono
che dov' Fiorenza oggi, ab antico si avea due ville, l'una
si chiamava Villa Amina, e l'altra Camartea(1). Danno
cio come dato di fatto che l sorgessero due citt. Una di
queste era la Florentia etrusca? Probabilmente s, anche se
la certezza forse non l'avremo mai.
Un semplice ragionamento, per, pu venirci in aiuto. I
romani erano guerrieri, gli etruschi artigiani e commercianti.
I romani, bisogna ammetterlo, erano piuttosto rozzi,
gli etruschi raffinati ed eleganti. E sono stati gli etruschi a
insegnare ai romani tecniche costruttive e ingegneristiche
straordinariamente evolute per quei tempi.
Ora, i fiorentini hanno fondato la loro ricchezza sull'industria
manifatturiera e sul commercio, e hanno fatto della
loro citt la culla del Rinascimento. E questa eccezionale
concentrazione di geni e di artisti, non si potrebbe spiegare
con la circostanza che nelle vene di Giotto e di Dante,
di Brunelleschi e di Lorenzo il Magnifico scorra sangue
etrusco?
Certo si tratta soltanto di un indizio, ma grande come una
casa...

Note.
1. Ricordano Malespini, Istoria fiorentina, Gio. Gaetano Tartini e Santi Franchi,
Firenze 1718,p. 24.
 
La leggenda dell'eroe romano che diede nome alla citt.

Le origini di Firenze sono assai oscure, n valgono a rischiararle
i cronisti, i quali o ne tacquero o le avvolsero nelle leggende(1).
Pasquale Villari, 1905.

Se le origini etrusche di Firenze rimangono tuttora avvolte
nel mistero, anche la fondazione di Florentia da parte dei
romani  circondata da un alone di leggenda. La storiografia
moderna ha certo chiarito in maniera definitiva alcuni
aspetti della questione, ma la versione pi avvincente della
nascita del capoluogo toscano  quella giunta fino a noi
attraverso i resoconti dei cronisti medievali. I quali, non
potendo attingere a fonti scritte di prima mano (perch non
ce n'erano), hanno tratto il materiale per le loro cronache
dai giacimenti senza tempo del mito.
In realt il racconto dell'origine di Firenze parte da Roma
e ruota attorno ad un personaggio che esistette per davvero;
un personaggio pesato alla storia per essere un individuo
degenerato e un assassino senza scrupoli: Lucio Sergio
Catilina, il senatore romano noto per la celebre congiura.
Dopo aver tentato invano di accedere al consolato, con tre
tentativi andati a vuoto, Catilina ne aveva avuto abbastanza
e aveva imboccato la strada delle maniere forti ordendo la
sua cospirazione contro il potere oligarchico del senato.
Ma il complotto era stato smascherato e all'eversore tocc
affrontare le accuse dei senatori riunitisi per l'occasione
presso il tempio di Giove Statore. Di fronte a lui, Cicerone
diede il via a una delle sue pi famose arringhe e guardandolo
negli occhi esord con queste parole: Quousque tandem
abutere, Catilina, patientia nostra? (Fino a quando,
Catilina, abuserai della nostra pazienza?).
Con calma sprezzante Catilina ascolt l'orazione, quindi
tent di difendersi ma non riusc a terminare il suo discorso
perch i senatori presero a urlare e a lanciargli improperi.
Allora l'uomo si alz in piedi e pronunci la sua maledizione:
Se cercherete di appiccare un incendio contro di me,
sappiate che non lo spegner con l'acqua ma con le rovine.
Poco dopo la drammatica seduta, il patrizio lasci l'Urbe
e prese la via di Fiesole, la citt dell'Etruria dove aveva
trovato rifugio un bel numero di congiurati a lui fedeli e
decisi a mettere Roma a ferro e fuoco. Il senato non stette a
guardare, dichiar Catilina nemico dello stato e gli scagli
contro le sue legioni. La battaglia finale, cruentissima, ebbe
luogo nei pressi dell'attuale Pistoia. Catilina fu trovato in
mezzo a un mucchio di cadaveri che respirava ancora. Venne
decapitato all'istante e i suoi resti furono gettati in un fiume
che scorreva l vicino. Correva l'anno 62 a.C.
Fin qui tutto vero. E adesso la leggenda della nascita di
Florentia che prende l'avvio proprio dalla morte di Catilina.
Una volta sterminata quell'armata di sanguinari sovversivi,
le milizie romane si lanciarono ad attaccare Fiesole, la citt
che aveva accolto Catilina e i suoi, dimostrandosi in questo
modo sfacciata avversaria di Roma. I fiesolani si batterono
strenuamente, lasciando sul campo di battaglia parecchi
cadaveri, tra cui quello di Florino, uno dei due valorosi
consoli a capo delle truppe inviate dall'Urbe. Le cronache
medievali descrivono Florino come un nobile romano, appartenente
alla schiatta dei Fracchi, o dei Floracchi, ma in
verit costui non sembrerebbe esser mai esistito. Tuttavia
si racconta che giunta a Roma la notizia della sua morte il
senato decretasse l'invio sulle colline toscane di ingenti
rinforzi. Fiesole doveva essere distrutta una volta per tutte.
Alla guida dei legionari stavano ben otto condottieri,
tra cui Giulio Cesare. Fiesole per resisteva e l'assedio
dei romani si trascinava per le lunghe tanto che, stremata,
gran parte dell'esercito dalle rive dell'Arno se ne torn a
quelle del Tevere. A presidiare quei luoghi rimase soltanto
Giulio Cesare con i suoi soldati e alla fine, dopo un assedio
protrattosi per anni, Fiesole si arrese. Giulio Cesare la rase
al suolo fino all'ultima pietra, dimostrando tuttavia grande
nobilt d'animo nel risparmiare i nemici che avevano alzato
la bandiera bianca. Ma affinch questi non rifondassero la
famigerata Fiesole, Cesare diede avvio alla fondazione di
una citt tutta nuova che avrebbe accolto, oltre ai coloni
romani, anche i reduci fiesolani. La citt avrebbe portato
il suo nome, si sarebbe cio chiamata Cesaria, e sarebbe
sorta esattamente nel luogo in cui Florino era stato ucciso
a tradimento. Ma il senato romano, a cui la faccenda del
nome Cesaria non piaceva per niente, stabil che alla costruzione
del nuovo centro urbano, assieme a Cesare avrebbero
dovuto partecipare anche gli altri condottieri che avevano
preso parte a quella guerra. Ognuno di loro avrebbe eretto
un edificio e il primo che l'avesse terminato avrebbe dato
il nome alla citt. Cos Albino si occup di lastricare le
strade, Macrino dell'acquedotto, Gneo Pompeo delle mura
urbane e Marzio del Campidoglio. Ci misero tale zelo che
terminarono tutti allo stesso momento e con la questione
del nome ci si ritrov pertanto punto e a capo. In un primo
momento si pens a qualcosa di simile a piccola Roma,
ma poi si opt per Floria visto che l vi era appunto morto
l'eroico Florino e che tra l'altro i campi dei dintorni erano
costellati da miriadi di fiori. Soprattutto gigli. A poco a
poco nel linguaggio comune Floria divenne Florenzia
che significa spada fiorita.
E qui si chiude la leggenda della fondazione di Firenze.
Florino probabilmente  stato inventato di sana pianta e
Fiesole per fortuna sta ancora al suo posto. Ma come una
volta ha dichiarato Jean Cocteau, mentre la storia parte dalla
realt e finisce quasi sempre nella menzogna, la mitologia
parte dalla menzogna e finisce quasi sempre nella realt. E
la realt, per Firenze, nei secoli ha significato anche
sanguinosissime guerre civili, di cui quella tra i guelfi e i ghibellini
 uno degli esempi pi eclatanti. Tanto odio e tanta crudelt
il mito ce li ha spiegati cos: con la convivenza nella stessa
citt di due popoli che in origine furono acerrimi nemici e
si batterono fino all'ultimo sangue. I romani da una parte
e i fiesolani (che erano etruschi!) dall'altra.
 Note.
1. Pasquale Villari, Iprimi due secoli della storia di Firenze, Sansoni, Firenze 1905, p. 35.


Le piramidi di Pontassieve.

Lasciando Firenze in direzione sud e percorrendo la strada
provinciale per Rosano, a circa un chilometro da Pontassieve
e in localit Le Sassaie, si ergono tre colline che,
a guardarle bene, sembrano proprio delle piramidi. Tali
alture sono ricoperte dalla vegetazione, il che pu trarre
in inganno, ma se si osserva con attenzione, i loro profili
sono cos netti e definiti che paiono tirati con la riga. Sicch
il dubbio di trovarsi di fronte a delle strutture artificiali, e
non a dei rilievi naturali, in effetti viene. La questione 
particolarmente intrigante, anche perch  stato rilevato che
le tre colline sarebbero disposte nello spazio esattamente
nello stesso modo in cui lo sono le tre piramidi di Giza, e
cio secondo un ordine che riflette quello delle tre stelle
centrali della costellazione di Orione. L'unica differenza
sarebbe che, mentre le tre piramidi egizie sono orientate
secondo la direttrice nord-sud, quelle toscane presentano
invece un orientamento nord-est. Pure le rispettive dimensioni
dei tre rilievi sembrerebbero ricalcare, per lo meno
nelle proporzioni, quelle dei monumenti funebri di Cheope,
Chefren e Micerino.
Uno scherzo della natura, oppure nel cuore della Toscana
 custodito un mistero che se svelato potrebbe portare a
riscrivere i libri di archeologia? Se quelle piramidi sono
veramente state realizzate da mano umana, e cos parrebbe,
quale arcaica civilt potrebbe mai averle erette? Ormai le
ipotesi sull'esistenza di avanzate civilt antidiluviane, che
avrebbero abitato il nostro pianeta anche pi di dodicimila
anni fa, hanno cominciato ad aprirsi una strada anche nel
terreno della scienza ufficiale pi ortodossa. E chiss che
in qualche modo le piramidi di Pontassieve non abbiano a
che fare con ancestrali presenze umane, le cui tracce ci sono
finora rimaste sconosciute.
Dalle analisi dei resti rivenuti nelle aree a ridosso del fiume
Sieve, per lo pi schegge di selce e diaspro, gli archeologici
hanno potuto appurare la presenza in quel territorio di insediamenti
di cacciatori del Paleolitico superiore, risalenti
a venticinquemila anni fa. Il che significa che, quando vi
giunsero gli etruschi, parecchi ma parecchi anni prima la
zona era gi stata occupata da popoli di cui sappiamo poco
o niente.
Sull'enigma delle piramidi di Pontassieve non  stata
condotta alcuna indagine di natura scientifica, e quasi nulla
 stato scritto. In Italia  stato per rilevato un caso analogo
nel parco regionale di Montevecchia, in provincia di Lecco.
Anche qui, tre colline dall'inconfondibile forma piramidale;
e anche qui, disposte come le piramidi di Giza, seguendo la
configurazione di Orione. Ma a differenza di quelle toscane,
le piramidi lombarde sono state oggetto di misurazioni molto
precise, effettuate con l'ausilio degli strumenti utilizzati in
archeoastronomia. E tali misurazioni hanno confermato che
quelle strutture piramidali non possono costituire l'esito di
un processo naturale, perch pendenze collinari con quei
gradi di inclinazione in natura non esistono. Il che ha portato
appunto a pensare a un intervento di tipo artificiale.
In particolare si ipotizza che le piramidi di Montevecchia
siano state ricavate modellando le colline e asportandone il
materiale roccioso in eccesso. Potrebbe essere andata cos
anche a Pontassieve?
 
Sulle tracce delle antiche chiese ariane.

Ario, acuto teologo nato ad Alessandria d'Egitto nell'anno
256, fu uno dei primi spiriti liberi a creare non pochi
problemi alla Chiesa. Sulla base di stringenti ragionamenti
di ordine teologico egli predicava infatti che la natura del
Cristo, cio del Figlio, dovesse essere per forza di tutt'altra
sostanza rispetto a quella di Dio, cio del Padre. Questa
dottrina cristologica, passata alla storia con il nome di
arianesimo, si fondava sulla teoria secondo cui soltanto
la sostanza di Dio, in quanto increata,  eterna e quindi divina.
Mentre quella di Cristo, che invece  creata e pertanto
non eterna, non pu esser considerata divina, o per lo meno
divina al cento per cento. Certo la sostanza del Figlio non
 esattamente la stessa di quella dei comuni mortali, ma
nemmeno la stessa di Dio, che in ogni caso non pu che
essere uno e uno solo.
Messa cos, la questione una sua logica ce l'aveva ed 
evidente che non si trattava di un'innocua sottigliezza
speculativa perch finiva col mettere radicalmente in discussione
i fondamentali cardini dottrinali del cristianesimo,
primo fra tutti quello della Trinit. Inoltre, alla luce
dell'arianesimo, l'incarnazione e la resurrezione di Cristo
avrebbero finito per perdere tutto il loro potere salvifico e
di redenzione facendo pericolosamente vacillare gli stessi
pilastri della Chiesa.
Sicch, mentre le idee di Ario si diffondevano in tutto l'Oriente,
l'imperatore Costantino tent di arginare il problema
convocando nel 325 il primo Concilio ecumenico della storia,
quello di Nicea. In quel sinodo fu sancito una volta per tutte
il cosiddetto principio della consustanzialit, secondo il
quale la sostanza del Figlio, che  generato, non creato,
 la stessa di quella del Padre. Il che procur all'arianesimo
l'etichetta di eresia e ad Ario l'esilio in Illiria.
Tuttavia la faccenda non si esaur a Nicea. L'arianesimo
sopravvisse di molto al suo ideatore e, come sempre accade
in questo genere di cose, la diatriba religiosa assunse col
tempo anche una pesante valenza politica. Perch se i romani
doc erano di norma cristiani ortodossi, i barbari convertiti
al cristianesimo erano invece tutti ariani, re compresi. E
ariano era lo stesso Teodorico il Grande, re degli ostrogoti
prima e re d'Italia poi. Cos, a cavallo tra il V e il VI secolo,
l'arianesimo era ancora vivo e vegeto e a quel punto la posta
in gioco non era pi soltanto la salvezza delle anime ma
anche l'unit stessa del regno latino-ostrogoto amministrato
da Teodorico.
Molte citt italiane recano ancora impresse nelle loro
architetture le tracce di questo antico dissidio religioso.
I sovrani ariani, infatti, accanto a quelle cattoliche fecero
costruire anche le chiese cristiano-ariane. E come a Ravenna
oltre al battistero degli ortodossi ancora oggi si pu
ammirare il battistero degli ariani, anche a Firenze non
dovettero mancare gli edifici dedicati al culto fondato da
Ario. Nonostante non siano mai stati trovati documenti
storici che ne attestino l'esistenza, abbiamo tuttavia degli
indizi che parlano molto chiaro: i nomi dei santi cui certe
chiese fiorentine sono dedicate.
Gli ariani avevano infatti adottato quei santi che per carattere
sembravano pi affini all'imperatore che non al papa,
quei santi cio che prima di tutto furono valenti guerrieri.
I santi con la spada, per intenderci.
Cos quando ci si trova davanti una chiesa dedicata a san
Giorgio o a san Michele si pu star quasi certi che in origine
questa fosse un edificio ariano. A Firenze i longobardi,
ariani fino a quando Teodolinda non li convert al cristianesimo,
dedicarono a san Michele, il condottiero delle
schiere angeliche, ben quattro chiese: San Michele delle
Trombe (soppressa nel 1785), San Michele Bertelde, San
Michele Visdomini e, la pi famosa di tutte, San Michele
ad hortum nota come Orsanmichele.
Anche un tempio dedicato al Salvatore  segno della sua
probabile fondazione ariana, perch  col titolo di Salvatore
che i seguaci di Ario onoravano il Cristo. A questo
proposito la chiesetta di San Salvatore al Vescovo, la cui
facciata con i marmi bianchi e verdi sembra come incastonata
nel retro del palazzo arcivescovile in piazza dell'Olio,
parla da sola. Essa figura per la prima volta nei documenti
nel 1032, ma secondo gli studiosi  sicuramente pi antica.
E c' chi ipotizza che proprio in San Salvatore avesse sede il
vescovo ariano di Firenze. Pare infatti che in quei tempi in
citt convivessero addirittura due vescovi, quello cattolico
che stava nella cattedrale di San Lorenzo, e quello ariano
che risiedeva appunto nell'attuale piazza dell'Olio.
Le prove documentali che avvalorino questo doppio
vescovato finora non sono mai state trovate.
 
Il tesoro di Radagaiso.

Una fitta oscurit circonda la storia di Firenze nell'epoca
delle invasioni barbariche. Tuttavia sappiamo con certezza
che il territorio intorno al capoluogo toscano fu teatro di una
delle battaglie pi cruciali del mondo antico: la battaglia
dell'ultima vittoria riportata dall'impero romano sul suolo
italico prima che, nell'anno 410, Roma capitolasse sotto il
ferro dei vandali di Alarico.
Correva l'anno 406 e una vera e propria orda di ostrogoti
stava accampata sui colli di Fiesole e nella valle di Firenze
stringendo le due citt nella morsa di un assedio estenuante.
Era agosto e il caldo non dava tregua ad assediati e
assedianti, rendendo la situazione, gi non rosea di suo,
ancora pi pesante.
Questa torma di barbari era partita nell'autunno del 405
dalla Pannonia, l'antica regione compresa tra i fiumi Danubio
e Sava, e scavalcate le Alpi procedeva inesorabile
verso Roma saccheggiando e devastando tutto ci che
incontrava sul suo cammino. Non si trattava soltanto di
soldati, ma di un intero popolo, con donne e bambini al
seguito, cui si erano aggiunti anche elementi di popolazioni
celtiche e germaniche. Gli storici antichi parlano
di duecentomila uomini, ma l'erudito bizantino Zosimo
scrisse addirittura di quattrocentomila. Se l'Urbe tremava,
 facile capire perch.
Dopo aver saccheggiato e incendiato Mantova, gli ostrogoti
e i loro carri colmi di bottini avevano valicato gli
Appennini, raggiunto il Mugello e preso appunto di mira Fiesole e
Firenze. Alla loro guida stava il re Radagaiso, il cui nome,
Radegast nella lingua slava, significa divinit delle guerre
e delle conquiste.
Nel frattempo l'impero si preparava a contrastare gli invasori
mobilitando il suo esercito e affidandone il comando a
Flavius Stilicho, detto Stilicone.
Stilicone non era un comandante qualsiasi. Romano da
parte di madre, ma barbaro da parte di padre (che era un
capo vandalo), si era distinto a Costantinopoli per coraggio
e lealt. Aveva infatti vinto molte guerre in diverse aree
calde dell'impero e l'imperatore Teodosio, oltre a dargli in
moglie sua nipote Serena, lo aveva nominato comandante
militare degli eserciti occidentali.
La battaglia decisiva tra le truppe di Stilicone e gli uomini
di Radagaiso ebbe luogo il 23 agosto 406 sul colle di
Montereggi nei pressi di Fiesole. Lo scontro, davvero epico e
imponente, si concluse con la disfatta di Radagaiso. Stilicone
fu acclamato salvatore dell'Urbe e il re degli ostrogoti,
catturato e portato in catene a Firenze, fu decapitato nella
piazza antistante la chiesa di San Lorenzo.
Si racconta che lo stesso Radagaiso sia quindi stato sepolto,
assieme ai suoi uomini massacrati dai legionari romani, su
un altipiano del Montereggi chiamato Poggio Pratone, ad
un'altitudine sul livello del mare di pi di seicento metri.
Di questo misterioso cimitero di barbari, per, non  mai
stata trovata traccia, anche perch fino ad oggi lass non
sono mai stati realizzati degli scavi archeologici.
Forse si tratta soltanto di una leggenda ma del resto di leggende,
intorno alla battaglia di Montereggi, ne sono fiorite
molte. E la pi affascinante di tutte  certamente quella del
tesoro che Radagaiso e sua moglie Agabita avrebbero nascosto
sui colli intorno a Fiesole. L'idea di tale tesoro  forse
soltanto una fantasia radicata da secoli nell'immaginario
collettivo di chi abita quei luoghi; tuttavia ad attestarne la
presenza non mancano le fonti (pi letterarie che storiche,
a dir il vero).
Per esempio, nelle Memorie antiche e moderne della citt
di Fiesole di Claudio Boissin, un manoscritto datato 1681 e
conservato alla Biblioteca Moreniana di Firenze, vengono
fornite indicazioni alquanto precise:
Nella costa di Fiesole verso levante, pigliando la strada di Santa
Maria Primerana camminando inverso la costa del poggio lontano
mezzo miglio, troverai una spiaggia. Nel mezzo di quella, cava
sottoterra braccia quattro, troverai una pietra di marmore rossa intagliata
con lettere d'oro che dice cava ancora dieci piedi che sarai
felice; e seguitando troverai una lapide di marmo, e con lettere di
mosaico intagliate, chi mi trova mi pigli e stia cheto; cavando la
lapide troverai una scaletta a chiocciola di nove scalini che v' una
stanzetta dove sono alcune gioie lassate da Radagero Re dei Goti
e dalla Regina Agabita sua moglie(1).
Secondo alcuni, per, il nascondiglio non andrebbe cercato
sul monte Ceceri, dove appunto conduce la strada di Santa
Maria Primerana citata da Boissin, ma vicino alla pieve di
Sant'Ilario a Montereggi. Secondo altri le gioie del re e
della regina ostrogoti sarebbero invece state sepolte nella
localit Le Croci dell'Olmo, presso l'antica via che dal
Mugello discendeva verso Firenze. Come si dice in questi
casi: chi cerca, trova...
 Note.
1. Enio e Lorenzo Pecchioni, Stilicone. La Battaglia di Fiesole e il tesoro di Radagasio,
Press & Archeos, Firenze 2011, p. 44.


Le oscure origini del giglio fiorentino.

Tutti sanno che il giglio  il simbolo araldico di Firenze,
ma quando e perch il capolu ogo toscano lo abbia adottato
come suo emblema principe non  chiaro per niente.
Il primo riferimento temporale documentato, che incontriamo
sul cammino della sua storia, coincide con l'anno
1251, l'anno cio in cui i guelfi, come segno della conquistata
supremazia politica sui ghibellini, invertirono i colori
dell'insegna cittadina. Prima di allora il giglio era stato
bianco su fondo rosso, adesso diventava rosso su fondo
bianco e cos  rimasto fino ai nostri giorni.
Ma da quanto tempo, prima di quella data, i fiorentini si
erano scelti come loro simbolo il giglio (che per non  un
giglio, dal momento che in realt si tratta di un'iris, per la
precisione dell'iris florentina, volgarmente detta fior di
giaggiolo o anche giaggiolo bianco) e perch?
Secondo le teorie attualmente sostenute da gran parte degli
studiosi, il giglio sarebbe stato adottato dagli abitanti di
Firenze tra la met del XII secolo e l'inizio del XIII. La scelta
sarebbe ricaduta sul giglio in quanto questo fiore, emblema
di purezza, richiamava la protezione della Vergine al cui
culto la citt era assai devota.
Tuttavia le cronache medievali fanno risalire l'adozione
del simbolo molto pi indietro nel tempo, e cio all'epoca
della fondazione della citt da parte dei romani, nel I secolo
a.C. Nell'ottica dei cronisti l'opzione del giglio
sarebbe stata dettata dall'ovvia corrispondenza che tale
figura floreale intratteneva con il nome della nuova colonia:
Florentia.
Non documentata ma avallata dalla leggenda,  infine la
credenza secondo cui sarebbe stato Carlo Magno in persona
ad aver concesso alla citt in riva all'Arno l'uso del giglio
araldico, ossia del simbolo di regalit gi adottato dai
Merovingi e quindi passato ai Carolingi, e che in Francia si
chiama fleur-de-lis.
Oltre a queste tre ipotesi, le pi battute nei libri di araldica,
ne esiste una quarta, che forse  meno nota ma non per
questo meno convincente. Stando a tale teoria, che si basa
sulle scoperte del ricercatore Graziano Baccolini, le origini
del giglio fiorentino potrebbero essere assai pi antiche di
quanto oggi si tenda a credere e avrebbero a che fare con gli
etruschi e un loro enigmatico santuario.
Tra i rilievi dell'Appennino tosco-emiliano, in cima a un
monte di nome Montovolo e a circa met strada tra Bologna
e Firenze, si erge un antico edificio sacro. Mentre
un'iscrizione sul portale d'ingresso indicherebbe nel 1211
l'anno di fondazione del santuario, scavi effettuati nel 1925
hanno riportato alla luce i resti di una costruzione ancora
pi antica. Secondo le intuizioni di Baccolini, tali resti non
apparterrebbero a una chiesa cristiana preesistente, bens
a un tempio pagano di origine etrusca e risalente
al VI-V secolo a.C. Non solo: certi indizi avvalorano l'idea che
il tempio di Montovolo costituisse un importante centro
oracolare, uno di quei luoghi sacri molto speciali, dove i
sacerdoti rivelavano ai pellegrini le profezie direttamente
rivelate dagli di.
Nel mondo antico i centri oracolari erano numerosi e a
ciascuno era assegnato un simbolo preciso, chiamato codice
arboreo, una specie di codice di riconoscimento che
serviva a identificare il mittente dei messaggi che i centri
si scambiavano tra di loro, in genere utilizzando i piccioni
viaggiatori.
Ebbene, il codice arboreo di Montovolo era rappresentato
proprio dal giglio. Inciso nella pietra degli elementi architettonici
sopravvissuti all'usura del tempo, tale motivo
floreale campeggia ovunque.
Si tenga a questo punto presente che i centri oracolari pi
importanti erano considerati dei veri e propri ombelichi
del mondo e in quanto tali erano contrassegnati da alcuni
simboli inequivocabili: la croce equilatera inscritta nel
cerchio e la pietra di forma ovale, il cosiddetto omphals
(parola greca che appunto significa ombelico). Uno
degli ombelichi pi celebri  certamente quello di Delfi,
in Grecia. Pare tuttavia che anche il tempio di Montovolo
costituisse un autentico ombelico. Oltre al giglio, infatti,
sul luogo  stata rinvenuta tanto la raffigurazione della croce
nel cerchio, quanto la presenza dell'omphals.
L'influenza che il santuario esercitava sul territorio, doveva
pertanto estendersi fino alle citt della Toscana settentrionale,
certamente includendo l'importante citt etrusca di
Fiesole e quindi anche il piccolo centro che nei secoli a
venire sarebbe diventato la culla del Rinascimento.
Ipotizzare dunque che nel giglio di Firenze sopravviva
la memoria di quello che dovette essere il pi importante
centro sacro dell'Etruria centrale, non appare privo di fondamento.
In questo senso, le origini del giglio fiorentino
sarebbero davvero antiche e legate alla religione ancestrale
e pagana degli etruschi. Il che ce lo rende ancora pi affascinante.
 
Il pozzo sacro nei sotterranei di piazza della Repubblica.

Era settembre del 1893 quando gli operai impegnati nei
lavori di scavo in piazza della Repubblica (quelli durante
i quali erano venuti alla luce gli ossuari villanoviani di cui
abbiamo gi parlato) s'imbatterono in un locale sotterraneo
alquanto singolare.
Mentre agli esperti parve subito chiaro che ci si trovava di
fronte a una struttura di origine romana, la funzione a cui
questa fosse adibita rimane tuttora un mistero.
L'ingresso all'ambiente in questione  situato sotto i portici
dell'ex cinema Gambrinus (ce ne sono di cose sepolte l
sotto!), quasi all'incrocio fra via del Campidoglio e via de'
Brunelleschi, e a circa quattro metri di profondit rispetto
all'attuale livello stradale.
Dal momento che il luogo non  pi accessibile, sulla
base delle descrizioni riportate nei libri possiamo cercare
di immaginarcelo cos: un vano rettangolare, molto lungo
rispetto alla larghezza, dodici metri per due, e per due terzi
occupato da una scala che scende nel sottosuolo per quattro
metri e mezzo. In fondo alla rampa di gradini in pietra
serena, l'acqua. L'acqua raccolta l sotto era quella che
affiorava per capillarit dalle profondit del terreno grazie
alla presenza della falda acquifera sottostante.
L per l si pens a un pozzo pubblico, ma la tipologia della
costruzione era per forma e dimensioni decisamente anomala
rispetto a quella dei comuni pozzi verticali, tra l'altro
molto pi semplici ed economici da realizzare. Si avanz
pure l'ipotesi che potesse trattarsi di una fonte di servizio
alle terme capitoline che sorgevano proprio nei paraggi. Il
fatto per che non fosse stato trovato nessun collegamento
diretto con l'edificio termale e che la direzione di discesa
della scala verso l'acqua fosse rivolta in senso opposto ai
bagni che la presunta fonte avrebbe dovuto approvvigionare,
faceva cadere anche questa seconda teoria.
Cominci quindi a farsi strada l'idea che quell'enigmatico
bacino d'acqua sotterraneo avesse a che fare non tanto con
delle funzioni di ordine pratico, quanto piuttosto con delle
funzioni di ordine simbolico. Tanto pi che esso non era
situato in una zona qualsiasi di Florentia, bens nel Foro, il
cuore sacro della citt, e per la precisione dietro il tempio
del pi autorevole degli di olimpici: il tempio di Giove.
Ad avvalorare la tesi del ruolo simbolico del pozzo stava
anche un altro elemento, e cio un bassorilievo di marmo
che i picconi degli operai avevano portato alla luce qualche
giorno prima della scoperta dello stanzone ipogeo. Il profilo
del bassorilievo coincideva esattamente con quello di una
superficie scolorita che campeggiava sulla parete a destra
della scala digradante nell'acqua. Era pertanto evidente che
il bassorilievo in questione (oggi custodito nei depositi del
Museo archeologico fiorentino) anticamente stava appeso
proprio l.
Non che questa immagine intagliata nel marmo basti a
chiarirci del tutto4e idee in merito all'autentico significato
della nostra fonte misteriosa, ma qualche indizio  possibile
dedurlo. Vi  infatti raffigurata una figura maschile, con
la testa barbuta cinta da una corona di foglie. Nella mano
sinistra l'uomo regge un'anfora dalla quale sgorga l'acqua,
nella destra un ramo racchiuso da foglie lunghe e appuntite
uguali a quelle della ghirlanda. Ora, potrebbe trattarsi di una
divinit fluviale, come per esempio Fons, il dio delle fonti,
figlio di Giano e della ninfa Giutuma. Ma  altrettanto plausibile
che quella figura rappresenti addirittura il dio Arno
in persona, anche se non ci sono documenti a confermare
che al grande fiume toscano fosse mai stata riservata una
considerazione di tipo religioso. D'altra parte se gli egiziani
veneravano il Nilo e i romani il Tevere, perch i fiorentini
non avrebbero dovuto venerare l'Arno?
In ogni caso, il reperto marmoreo stava senza ombra di
dubbio ad indicare che quell'acqua custodita sotto piazza
della Repubblica era sacra e pertanto probabile oggetto di
venerazione collettiva. Del resto  noto che fin dalle origini
all'acqua, sorgente di ogni fonte di vita, sono sempre stati
attribuiti connotati di ordine sacrale. E su questo gli antichi
di sicuro vedevano tanto pi in l di noi.
 
Il simulacro di Marte.

Anticamente i fiorentini davano per certo che Florentia
fosse sorta sotto l'influenza del dio Marte. Anche Dante e
il suo maestro Brunetto Latini erano convinti che la citt
fosse dominata dagli influssi funesti del dio della guerra.
Il che spiegava per esempio l'odio e la violenza alla base
delle lotte civili che avevano lacerato Firenze per tutto il
XIII secolo e anche all'inizio del XIV.
Secondo la mitologia romana Marte  un dio collerico,
vendicativo e privo di scrupoli, che si diletta in contese,
conflitti e rivalit. E che gode ovunque ci sia distruzione.
 l'archetipo della brutalit combattiva, della lotta e del
conflitto. In greco il dio si chiama Ares e una versione arcaica
di questo nome era Ara, che significa maledizione.
Nella simbologia astrologica Marte  il pianeta di fuoco
e di ferro, incarna la forza vitale ma anche la violenza e
la passione dell'istinto.  principio maschile, dinamico e
aggressivo.
Tutte le cronache medievali, compresa quella di Giovanni
Villani che  la pi autorevole, raccontano che quando
Florentia era ancora pagana, dove oggi c' il battistero stava
il tempio di Marte. Al suo interno, collocato in cima a una
colonna, era custodito il simulacro del dio. Che non si trattasse
di una divinit qualsiasi lo sapevano tutti: il dio della
guerra teneva in pugno la citt e la citt se lo ingraziava
venerandolo come suo nume protettore.
Quando a Firenze il cristianesimo prese il sopravvento
sulla religione romana, il tempio di Marte fu trasformato
in battistero e i fiorentini, a patrono della citt, elessero
san Giovanni. Tuttavia nessuno se la sent di liberarsi della
statua del pi irascibile e violento degli di, probabilmente
anche gi abbastanza risentito per esser stato spodestato dal
Battista. Sicch la colonna con la scultura fu sistemata al
di l dell'Arno, a un capo del Ponte Vecchio.
Per secoli e secoli quella statua di arenaria continu a incutere
timore e grande soggezione ai fiorentini. Era infatti
molto radicata la credenza secondo la quale essa era depositaria
di poteri oscuri e sinistri e che bastava un nonnulla
per scatenarli. Era sufficiente che un cittadino le mancasse
in qualche modo di rispetto perch la sciagura si abbattesse
sulla citt sotto forma di delitti, guerre e discordie civili.
A quanto pare non si trattava soltanto di una mera superstizione
popolare, perch le stesse leggi cittadine punivano
severamente chiunque avesse osato profanare l'idolo
dell'antico dio latino. Quando, durante la piena del 1178,
il simulacro cadde nelle acque dell'Arno, gli abitanti di
Firenze non si dettero pace finch non lo ebbero ripescato
e ricollocato al suo posto.
La statua rimase alla testa del Ponte Vecchio fino al 1333,
allorch l'ennesima alluvione la ricacci nel fiume da cui
non  pi emersa. E tradizione vuole che nel giorno di
Pasqua del 1215, proprio ai suoi piedi venisse assassinato
Buondelmonte de' Buondelmonti, omicidio, questo, da cui
scatur la scintilla che fece scoppiare a Firenze la lotta tra
guelfi e ghibellini.
L'esistenza di questa specie di totem tremendo non  una
leggenda, perch sono tanti gli illustri personaggi che tra il
Due e il Trecento la videro con i propri occhi e ne scrissero
nelle loro opere letterarie. Tra questi Dante e Boccaccio. Un
fatto per  curioso. In tutte le testimonianze giunte fino a
noi la statua  descritta come un manufatto molto degradato
dal tempo, mutilato e quasi irriconoscibile nelle sue fattezze.
Sempre per  detto con chiarezza che essa raffigurava un
uomo a cavallo, cui mancava la testa e parte del busto. Quel
cavaliere i fiorentini lo consideravano Marte in persona ma
in realt l'iconografia del dio della guerra non contempla
affatto l'immagine di un Marte equestre. Il dio  semmai
rappresentato su di un carro, quasi sempre invece a piedi,
con l'elmo in testa e armato di lancia nella mano destra. In
origine, quindi, quella scultura non doveva rappresentare
chi in seguito si sarebbe creduto dovesse rappresentare. In
effetti quando esattamente quell'antico blocco di arenaria
fu scolpito e chi fosse il vero soggetto in esso ritratto non
lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai. Ci che
invece  quasi certo  che il simulacro iettatore giace ancora
da qualche parte nel letto dell'Arno e c' chi sostiene che
varrebbe la pena di impegnarsi a cercarlo per restituirlo alla
citt. Forse per sarebbe meglio lasciarlo in pace l dov'.
Non si sa mai...
 
Il palindromo che non si riesce a decifrare.

Il battistero di San Giovanni rappresenta uno degli edifici
sacri pi enigmatici di Firenze. Nonostante infatti questa
affascinante opera architettonica incarni il simbolo religioso
pi importante della citt, delle sue origini, che si perdono
nell'oscurit dei tempi, si conosce veramente poco.
Secondo una tradizione perpetratasi almeno fino al Settecento,
il battistero sarebbe stato eretto sui resti dell'antico
tempio romano dedicato al dio Marte. E come sta scritto nelle
cronache, proprio a Marte era stata consacrata la latina
Florentia. Una volta convertitasi al cristianesimo, la citt avrebbe
quindi mutuato il suo nume protettore da Marte a san Giovanni
Battista, cui appunto ancora oggi  dedicato il battistero.
In realt, come riscontrato dagli scavi archeologici, sotto
il battistero tracce di antichi templi non ce ne sono e, stando
a una delle ipotesi attualmente pi accreditate presso gli
storici, dobbiamo piuttosto ritenere che l'edificio ottagono,
oggi dedicato al Battista, sia stato eretto nel V secolo come
monumento celebrativo della vittoria riportata dal generale
romano Stilicone sugli ostrogoti di Radagaiso.
Quando poi quella costruzione pagana sia stata adattata a
tempio cristiano non lo possiamo affermare con certezza.
Di sicuro sappiamo che nell'anno 897 l'edificio veniva gi
definito cattedrale e che nel 1059 fu consacrato a battistero
da papa Niccol II.
Un'altra data certa  quella del 1204, anno in cui direttamente
da Gerusalemme venne traslata a Firenze, per essere
custodita nel battistero, un'importante reliquia, e cio il
braccio, tutto intero, dell'apostolo Filippo.  probabile che
a quella data l'edificio si presentasse all'esterno pi o meno
come lo possiamo ammirare oggi, tutto foderato di lastre di
marmo verde e bianco. L'opera di rivestimento delle pareti
esterne, un classico esempio di romanico fiorentino, si presume
infatti sia cominciata verso la met del secolo precedente.
Ma il 1204 rappresenta anche la data in cui molto probabilmente
furono eseguiti dei lavori di rifacimento della
pavimentazione marmorea. Pavimentazione che, tra le
sue formelle cos elegantemente intarsiate, pare anch'essa
racchiudere un insondabile mistero: quello dello zodiaco
e della sua scritta palindroma.
La tarsia in marmo raffigurante le dodici costellazioni zodiacali
 oggi collocata nel settore di pavimento antistante la
porta est, che  la Porta del Paradiso di Ghiberti. L'autore
di tale rappresentazione zodiacale  sconosciuto, ma alcuni
ritengono si tratti di Strozzo Strozzi, un astrologo nonch
condottiero dell'esercito fiorentino vissuto a cavallo tra il
X e l'XI secolo. Il personaggio risulta tra l'altro esser stato
sepolto proprio sotto il pavimento del battistero.
Molti studiosi sono convinti che quello zodiaco, che anticamente
era per collocato davanti alla porta nord, assolvesse
a un'importante funzione astronomica, quella cio di
segnalare con assoluta precisione quando cadeva il giorno
del solstizio d'estate. Si crede infatti che il 21 giugno i
raggi di Sole che, passando attraverso un foro aperto nella
cupola, penetravano nel battistero, andassero a colpire, sul
pavimento, esattamente il settore dello zodiaco su cui stava
inciso il segno del cancro.
Oggi il fenomeno non  pi riscontrabile. La formella con
lo zodiaco  appunto stata spostata e il foro della cupola
non c' pi, dal momento che ci hanno costruito sopra la
lanterna. Ci che per possiamo ancora vedere  l'iscrizione,
decisamente sibillina, che su quella formella  stata incisa.
Al centro della ruota delle costellazioni, la tavola zodiacale
presenta la raffigurazione di un Sole con i raggi fiammeggianti
e, intorno al Sole, gira la scritta: en giro torte sol
ciclos et rotor igne. Come  evidente, questa  una frase
palindroma: difatti rimane identica anche se la leggiamo da
destra verso sinistra.
Il che gi di per s costituisce un fatto singolare, ma ci che
di quella frase appare davvero curioso in realt  il significato,
che nessuno  mai riuscito a decifrare. Tradotta infatti
dal latino, l'iscrizione suona pi o meno cos: Io sole col
fuoco faccio girare obliquamente i cerchi e giro anch'io.
Non  da escludere, anzi  quasi certo, che il palindromo
del battistero nasconda una forte valenza esoterica. L'utilizzo
di termini che non appartengono al latino classico,
come giro, ciclos e rotor, l'ordine circolare in cui sono
state disposte le lettere che compongono la frase e la lettura
bidirezionale sono tutti elementi che di solito caratterizzano
le formule magiche.
La studiosa Anna Giacomini ha addirittura scorto in quelle
strane parole un'eco degli scritti di Simon Mago, l'antesignano
dell'occulto sapere gnostico. L'eretico samaritano
affermava infatti che il fuoco  il principio primo del mondo
e di tutte le cose e che questo fuoco generatore costituisce
la spada fiammeggiante che roteando custodisce la via
dell'albero della vita(1). Se la spada fiammeggiante non
rotea, ribadiva Simone, l'albero della vita viene distrutto.
Effettivamente un'assonanza tra i termini impiegati dall'eretico
e quelli inseriti nel palindromo c'; e con quei suoi
raggi che paiono di fuoco, l'immagine del Sole posta al
centro dello zodiaco riesce davvero a rendere l'idea del
Sole fiammeggiante.
Chiss che il battistero, emblema del cristianesimo pi
ortodosso, non celi tracce remote di antichi saperi segreti!

Note.
1. Cit. in Enrico Baccarini, Firenze esoterismo e mistero, Olimpia, Sesto Fiorentino
(FI) 2006, p. 83.
 
Antichi culti misterici
a San Miniato al Monte.

Sul pavimento di marmo di San Miniato al Monte, nella
navata centrale e a pochi passi dall'ingresso principale, sta
incisa un'iscrizione che parrebbe contenere un enigma:
HIC VALVIS ANTE. CELESTI NUMINE DANTE..MCCVII.RE
METRICUS ET IUDEX. HOC FECIT CONDERE JOSEPH..TINENT DE
ERGO ROGO CRISTUM. QUOD SEMPER VIVAT IN IPSUM..TEPORE MTE
Osservando con attenzione, si pu vedere come le ultime
due parole di ciascuna riga compongano una frase a s stante
e indipendente dal testo che le precede: 1207. Retinent
de tempore et morte. Il che, tradotto dal latino, significa:
[queste cose] preservano dal tempo e dalla morte (per gli
storici dell'arte il 1207 indica l'anno in cui furono ultimati
i lavori di decorazione della basilica, eretta nell'XI secolo
su di un edificio sacro ancora pi antico). Come ha notato
l'architetto Renzo Manetti, la lastra marmorea  costituita da
un unico blocco ed  quindi evidente che non possa trattarsi
di un'aggiunta successiva. Cos sembrerebbe che tali parole
siano state disposte in questo modo proprio per renderne
pi difficile la lettura, come se si fosse voluto nasconderle
agli occhi dei visitatori disattenti.
Volendo provare ad approfondire la questione, occorre
constatare come un palese richiamo alle parole della lapide,
che si riferiscono appunto a qualcosa che  in grado
di spezzare le catene del tempo e della morte, sia presente
gi sulla facciata della chiesa dove, al di sopra della porta
centrale, campeggia inscritta in un ottagono l'immagine
del Graal. Secondo la tradizione il Santo Graal  la sacra
coppa in cui Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue sgorgato
dalla ferita aperta nel fianco di Cristo dalla lancia di
Longino. Ma nell'ambito del simbolismo esoterico esso rappresenta
il vaso ermetico che contiene l'elixir, la bevanda
d'immortalit capace di restituire, a chi ne attinga, la vita
eterna. Nel mito originario, del Graal si diceva inoltre che
esso fosse stato affidato ad Adamo nel Paradiso terrestre
ma che Adamo, al momento della sua cacciata dall'Eden,
lo avesse perduto.
Chi ha una certa familiarit con il tema, e magari ha letto
Ren Gunon, uno dei pi grandi maestri dell'esoterismo
contemporaneo, sa che la perdita del Graal sta a significare
la caduta dell'uomo dallo stato primordiale allo
stato attuale, e cio la sua discesa dalla condizione in cui
l'anima  consapevole della propria eternit a quella in
cui domina il tempo e tutte le cose appaiono soggette al
vincolo della morte. La riconquista del Graal coincide invece
con la riappropriazione del senso dell'eternit che
appartiene all'uomo risvegliato o iniziato. Il risveglio
o iniziazione costituiva appunto il nucleo degli antichi
culti misterici i quali, attraverso una serie di rituali segreti,
guidavano l'individuo alla progressiva autorealizzazione
del s spirituale.
Tra i diversi culti misterici dell'antichit, uno dei pi potenti
era quello di Mithra ed  a Mithra che, secondo alcuni
studiosi, in origine sarebbe stato dedicato il tempio sorto in
cima al colle di San Miniato.
Promanato dal mazdeismo iranico e diffusosi quindi tra il
II e il III secolo d.C., su tutto l'impero romano, il
mithracismo poneva al centro del suo culto il dio del Sole, Mithra
appunto. Portatore della forza sovrana e invincibile del
Sole, Mithra, il Sol Invictus, era anche invocato con l'appellativo
di Salvatore. A differenza del cristianesimo,
suo principale antagonista, il culto mitraico si fondava su
un impianto rigorosamente esoterico, con tutta una serie
di riti d'iniziazione di cui oggi non si conosce quasi nulla.
 noto per che uno di questi riti consisteva in una specie
di battesimo, durante il quale il neofita, nudo, riceveva il
sangue di un toro ucciso ritualmente. Il sangue, che colava
lungo il corpo dell'iniziando, richiamava l'episodio cruciale
del mito di Mithra: l'uccisione del toro.
Non esistono documenti che attestino un qualche legame
della basilica di San Miniato con il culto esoterico di Mithra,
ma delle tracce ci sono e indubbiamente la principale  costituita
dal famoso zodiaco intarsiato nel pavimento e dal
suo affascinante simbolismo solare e magico.
Innanzitutto  davvero emblematico che al centro delle
costellazioni zodiacali qui ci stia il Sole e non la Terra, visto
che, secondo la cosmologia medievale, era la Terra, e non
il Sole, a trovarsi al centro del cosmo. Ma c' di pi. Alle
13,53 del 21 giugno, giorno del solstizio d'estate, il fascio
di raggi di Sole che entra nella chiesa attraverso la terza
monofora della navata, va a colpire lo zodiaco esattamente
sul segno del cancro, che si accende come illuminato da un
disco di luce. Si ipotizza che lo stesso fenomeno si ripetesse
anche in occasione del solstizio d'inverno, con i raggi del
Sole che, penetrando dalla finestra centrale dell'abside, si
spingevano a illuminare il segno del capricorno; l'edicola,
costruita da Michelozzo nel 1448, oggi non consente per
di verificarlo. Attraverso questi fenomeni astronomici si
celebravano i due momenti fondamentali del ciclo cosmico,
quello della massima maestosit del Sole e quello della sua
rinascita.
In genere gli zodiaci venivano orientati con il segno dell'ariete
a oriente, cio verso la levata del Sole all'equinozio
primaverile (l'ingresso del Sole in ariete indicava infatti
l'inizio dell'anno e del ciclo zodiacale). Lo zodiaco di San
Miniato, invece, a est presenta il segno del toro.  molto
probabile che tale orientamento sia stato determinato dalla
necessit di consentire l'illuminazione di cancro e capricorno
nelle due date topiche. Ma non  da escludere che la
posizione del toro a est rispondesse anch'essa a una precisa
esigenza di carattere mistico.
Nella mitologia mitraica il toro, che viene ucciso dal dio,
rappresenta la forza dell'istinto che condiziona l'esistenza
dei mortali. Secondo una variante del mito, il sangue del toro
sgozzato si trasformava in vino. Stando poi alle relazioni
che l'astrologia aveva in origine stabilito tra segni zodiacali
e parti anatomiche del corpo umano, il toro presiedeva alla
gola e quindi all'emissione della parola. Da qui, il segreto
simbolismo zodiacale del cristianesimo avrebbe assimilato
il toro al Verbo che si fa carne, e il toro ucciso da Mithra
all'immagine del Cristo e del suo sacrificio di sangue.
Cos possiamo presumere che non sia un caso se, a San Miniato,
ogni giorno sia proprio il toro dello zodiaco a salutare
il Sole che appunto sorge nella direzione del suo settore. 
la vittoria della luce sulle tenebre, e della vita dello spirito
sulla morte del corpo. Ma certamente non deve essere un
caso nemmeno il fatto che lo scultore Antonio Rossellino
abbia scolpito sulla tomba del cardinale del Portogallo,
realizzata a met Quattrocento nella navata di sinistra della
basilica, l'immagine di un toro sul punto di essere sgozzato.
Insomma, tanti sono gli elementi che parrebbero avvalorare
l'idea della presenza, in quella che fu la chiesa pi amata da
Dante, di simboli che rimandano a epoche arcaiche, epoche
in cui il cristianesimo era ancora pervaso dalla magia di
ancestrali culti pagani.
E poi, che ci fa un'aquila in cima a un edificio sacro? Certo,
l'aquila  il simbolo dell'arte di Calimala, la corporazione
che aveva in cura San Miniato. Ma non  anche, l'aquila,
il solo animale capace di fissare il Sole senza restarne accecato?
 
I misteriosi uomini-pesce
venuti dallo spazio.

L'apparato figurativo di San Miniato al Monte  caratterizzato
da un vasto e complesso repertorio di simboli
esoterici, molti dei quali non sono ancora stati decifrati.
Oltre al Graal e allo zodiaco, si possono rintracciare stelle
polari a otto cuspidi, fiori della vita, triscele celtiche, ruote
a quattro raggi e la croce patente dei templari. Ma tra tutti
questi simboli ce n' uno che  legato a un mito molto strano,
i cui risvolti sembrano connessi pi alla fantascienza, che
non all'antica sapienza magico-esoterica.
Sul frontone della basilica, proprio sotto la croce patente,
una formella quadrata racchiude l'immagine di due uomini-
pesce. Nella simbologia cristiana il pesce rappresenta il
Cristo, e quindi non dovremmo stupirci nel trovarlo raffigurato
sulla facciata di un edificio sacro. Ma in questo
caso ci troviamo di fronte a delle creature che, met uomo
e met pesce, assomigliano davvero tanto ai mitici Oannes
dei sumeri. Il che ci porta direttamente al centro delle teorie
sull'origine extraterrestre della civilt umana.
Intorno al 275 a.C. il sacerdote caldeo Berosso compose
una Storia di Babilonia, in cui esponeva la storia del mondo
a partire dalle sue origini. In quest'opera, di cui a noi sono
giunti solo alcuni frammenti,  descritto un mostro repellente
di nome Oannes, che comparve nei pressi di Babilonia
emergendo dall'oceano. Tutto il suo corpo era quello di un
pesce, ma una testa umana gli era cresciuta sotto la testa del
pesce e i piedi umani gli erano similmente cresciuti dalla
coda del pesce(1). Anche la sua voce era umana. Lo strano
essere passava le giornate tra gli uomini, ai quali insegn
la scrittura e le scienze, oltre a come fondare citt, erigere
templi, formulare leggi e misurare i campi. In sostanza diede
loro ogni cosa che  connessa con la vita civilizzata(2).
Poi, quando il Sole tramontava, questa bestia Oannes si
tuffava nel mare e passava le notti nell'abisso, poich essa
era anfibia(3).
Anche nel Dizionario storico-mitologico di tutti i popoli
del mondo  riportato che gli Oannes furono i saggi
stranieri met uomini e met pesci che, usciti dall'uovo
primitivo, civilizzarono la Caldea nei tempi antecedenti
il diluvio universale.
Secondo i sostenitori della teoria del paleocontatto, il mito
degli Oannes avvalorerebbe la tesi secondo cui la civilt
sumera, sorta in modo tanto improvviso quanto misterioso
nel IV millennio a.C., sarebbe venuta alla luce grazie all'apporto
di conoscenze altamente avanzate importate sul nostro
pianeta da creature aliene.
In effetti, creature anfibie con la coda di pesce sono presenti
nei racconti mitici di tanti popoli, e anche la mitologia
greca ne annovera parecchi. Si pensi per esempio a Cecrope,
il fondatore di Atene, o a suo figlio Erittonio. Pure nella
Bibbia  nominato Dagon, il dio-pesce dei filistei. Ma gli
esseri anfibi che hanno attirato l'attenzione dei teorici degli
interventi alieni sono i Nommo venerati dai Dogon.
Stando ai Dogon, una popolazione africana stanziata nel
Mali, i Nommo, anche loro per met uomini e per met
pesci, erano degli esseri semidivini che scesero dal cielo a
bordo di una grande arca circolare. Essi sarebbero giunti
sulla Terra dal pianeta Sirio, che i Dogon chiamano appunto
il paese dei pesci. Si racconta pure che, appena messo
piede sul suolo terrestre, i Nommo si misero con gran foga
a cercare dell'acqua in cui potersi immergere.
Per chi si occupa di queste cose, a provare la fondatezza
di tale credenza starebbe l'inspiegabile possesso di nozioni
astronomiche, estremamente precise, dimostrato dai Dogon.
In particolare, appare sconcertante che essi sapessero dell'esistenza
di Sirio B, una stella che orbita attorno a Sirio e
che  totalmente invisibile a occhio nudo, molto prima che
questa, nel 1970, venisse rilevata per la prima volta grazie
all'utilizzo di un potente telescopio.
Siccome si d ormai per appurato che in epoche antiche i
Dogon siano entrati in contatto con la cultura dell'Egitto, 
probabile che le loro conoscenze le abbiano assimilate dai
popoli mesopotamici. Nommo e Oannes sarebbero quindi
nomi diversi per indicare gli stessi individui: gli alieni
provenienti da Sirio che scesero sulla Terra per istruire gli
uomini.
Come non  difficile credere, queste ipotesi non riscuotono
grandi consensi da parte degli scienziati ortodossi.
Alcune eccezioni per ci sono. L'astronomo statunitense
Cari Sagan, per esempio, ha sostenuto che la possibilit di
un avvenuto contatto con una civilt extraterrestre non sia
affatto da escludere e che storie come la leggenda degli
Oannes meriterebbero studi critici pi approfonditi.
Forse un giorno la comunit umana verr a conoscenza
della verit sulle sue origini. E chiss che anche il mistero
delle presunte creature extraterrestri sulla facciata di San
Miniato al Monte non venga finalmente svelato!
 Note.
1. Giovanni Pettinato, I Sumeri, Bompiani, Milano 2005, p. 78.
2. Ibidem.
3. Ibidem.


L'ampolla con il sangue di Dio
in Sant'Ambrogio.

Quella di Sant'Ambrogio  una delle chiese pi antiche
di Firenze. Fu eretta prima dell'anno Mille, nel luogo dove
si diceva fosse stato ospitato il famoso vescovo di Milano,
di passaggio a Firenze nel 393. Certi documenti parlano di
un monastero di monache benedettine, costruito nel 998, di
cui la chiesa in questione costituiva la cappella.
Nel 1230 quell'edificio sacro fu teatro di un fenomeno
prodigioso, di quelli che, secondo la dottrina cattolica,
rientrano nella tipologia dei miracoli eucaristici. La mattina
del 29 dicembre un anziano sacerdote di nome Uguccione
termin di celebrare la messa e, come era suo compito, prima
di andarsene ripul il calice che aveva utilizzato durante
il rito e lo rimise al suo posto. Siccome per non lo aveva
asciugato benissimo, delle gocce di vino consacrato vi erano
rimaste sul fondo. Il giorno dopo il prete torn per la messa
quotidiana e, ripreso in mano il calice, ci vide dentro del
sangue raggrumato.
Le suore constatarono di essere di fronte a un fatto prodigioso.
Per l'emozione alcune di loro persero pure i sensi.
Il sangue venne quindi raccolto in un'ampolla, mentre la
notizia del miracolo si diffuse in un lampo per tutta la citt.
Un sacco di gente accorse sul posto e il vescovo di Firenze,
Ardingo di Pavia, ordin che calice e ampolla venissero
subito portati da lui.
L'alto prelato si tenne quelle reliquie per quasi un anno.
Fece analizzare il sangue raggrumato a molti esperti e alla
fine si convinse anche lui che a Sant'Ambrogio si era verificato
un evento di natura divina.
L'ampolla con il sangue di Dio fu restituita alla chiesa di
Uguccione con una cerimonia solenne e quindi riposta in
un ricco tabernacolo fatto costruire apposta.
Trascorsero gli anni, ma la memoria del miracolo non
si spense e si racconta che nel 1348 la reliquia, portata in
processione, abbia salvato la citt dalla peste. Nel Quattrocento
la Repubblica fiorentina istitu un apposito collegio
di giudici e notai, la cui funzione era quella di vigilare affinch
la sacra ampolla venisse conservata con la massima
diligenza. E di quel collegio fecero parte illustri personaggi
come Marsilio Ficino, Poliziano e Pico della Mirandola. Nel
1481 Mino da Fiesole scolp il meraviglioso tabernacolo in
marmo che, collocato nella cappella del Miracolo, ancora
oggi custodisce il prezioso reperto.
I numerosi documenti, connessi alle vicende del miracolo
eucaristico del 1230, furono per secoli conservati nell'archivio
della chiesa di Sant'Ambrogio. Con l'alluvione del
1966, sono andati tutti dispersi.
 
I catari e
il Liber de duobus principiis.

Verso la met del Duecento l'inquisitore domenicano Raniero
Sacconi stimava che a Firenze almeno un terzo delle
famiglie pi in vista fosse infetto di eresia. E per eresia
il domenicano intendeva quella catara.
Dalle pergamene redatte dai giudici dell'Inquisizione
risulta che certamente eretici lo furono i Nerli e i Pulci (la
nobile famiglia fiorentina da cui discender l'autore del
Morgante). Il 26 aprile 1245 la moglie di Rinaldo Pulci
confess sotto processo che i catari fiorentini frequentavano
assiduamente la sua casa e vi celebravano i rituali della loro
liturgia. Tra questi rituali il pi importante era il cosiddetto
consolament, il battesimo spirituale che i catari contrapponevano
al battesimo con l'acqua dei cattolici, da loro
ritenuto assolutamente privo di alcun valore.
Ma chi erano esattamente i catari? E perch la Chiesa li
odi a tal punto da organizzare una crociata per sterminarli?
Il catarismo era una corrente religiosa che si richiamava
ai fondamenti teologici e filosofici del dualismo. I catari
credevano infatti che nell'universo agissero due princpi
opposti e in permanente conflitto fra loro: il Bene e il Male,
la Luce e le Tenebre, lo Spirito e la Materia, Dio e Satana.
Per i fedeli di questa religione la materia e il mondo terreno
erano opera del Male e il Dio che li aveva creati era un Dio
malvagio, era Satana. Il Dio buono e santo, il Dio della
Luce, era invece colui che aveva creato le realt eterne e
invisibili, e cio il mondo spirituale. Il mondo della materia
e il mondo dello spirito costituivano pertanto due realt
inconciliabili e l'uomo, che partecipava di entrambe, era il
tragico teatro della loro eterna lotta.
Per i catari l'uomo era spirito di natura divina imprigionato
in un corpo di natura diabolica. Un vero inferno, per liberarsi
del quale il catarismo prescriveva delle pratiche ascetiche:
l'astensione dai rapporti sessuali e da alcuni cibi, ma anche
pratiche molto pi estreme tipo il lasciarsi morire di fame.
In molti studi sull'argomento il catarismo  stato associato
a forme di sapere occulto e iniziatico. Spesso si sente infatti
parlare di segreto dei catari, di mistero dei catari
e cose di questo genere. In effetti tale religione, perch in
sostanza di una vera e propria religione si trattava, fondava
il suo insegnamento su conoscenze di tipo esoterico, per
accedere alle quali occorreva passare attraverso esperienze
iniziatiche molto simili a quelle degli antichi culti misterici
o della gnosi neoplatonica. Il consolament, il battesimo
cui si  accennato, consisteva proprio in un rito di natura
iniziatica e soltanto chi aveva profondamente lavorato su
se stesso poteva aspirare a riceverlo.
Concentrata soprattutto in Provenza, l'eresia si era diffusa
anche in Italia, dove all'inizio del XIII secolo si potevano
contare sei Chiese catare. Una di queste aveva sede a Firenze.
Attestata in riva all'Arno sin dal 1173, essa aveva un
suo vescovo indipendente e si estendeva su quasi tutta la
Toscana. Inoltre era assai attiva sul piano politico. I catari
infatti avversavano la Chiesa cattolica, per cui generalmente,
oltre che eretici, erano pure ghibellini. E il ghibellino eretico
pi celebre di tutti fu certamente Farinata degli Uberti.
Ovvio che la Chiesa, quella cattolica, temesse i catari e
quindi li avversasse con ogni mezzo. Nel 1208 papa Innocenzo
III band contro i catari francesi una crociata (passata
alla storia come la Crociata degli albigesi), che nel giro di
vent'anni ne avrebbe sterminati migliaia. Nel 1231 papa
Gregorio IX istitu i tribunali dell'Inquisizione. E nel 1244
papa Innocenzo IV invi a Firenze il domenicano Pietro da
Verona, noto anche come il martello degli eretici. Per
liberare dai catari la citt del giglio, il tremendo inquisitore
organizz una vera e propria milizia e il 24 agosto 1245
sferr un attacco contro gli eretici che sfoci in un massacro.
A segnare i luoghi in cui avvennero quegli scontri furono
in seguito erette due colonne, che ancora oggi si possono
vedere: una sta in piazza della Croce al Trebbio e l'altra in
piazza di Santa Felicita.
Nel 1939 il padre domenicano Antoine Dondaine, mentre
stava conducendo delle ricerche presso la Biblioteca
Nazionale di Firenze, scov per caso un misterioso codice
dal titolo Liber de duobus principiis. Quel manoscritto
si sarebbe rivelato uno dei pi eccezionali scritti catari
mai rinvenuti. Si tratta di un testo redatto in latino, in cui
Giovanni di Lugio, importante esponente del catarismo in
Italia, presenta in modo rigoroso e dettagliato i princpi
della dottrina catara.
Composto in Lombardia intorno alla met del XIII secolo,
il Libro dei due princpi fin ben presto nelle mani degli
inquisitori. Nel Settecento pass quindi alla biblioteca del
convento di San Marco a Firenze ed  da qui che, nei primi
anni del secolo scorso, approder alla Biblioteca Nazionale,
dimenticato nel fondo dei Conventi soppressi in cui 
tuttora custodito. Tale codice rappresenta uno dei rarissimi
documenti catari che, salvatosi dall'inquisizione, sia arrivato
integro fino ai giorni nostri.
 
Il Bafometto e il processo
contro i templari.

Veggio il novo Pilato si crudele,
che ci noi sazia, ma sanza decreto
porta nel Tempio le cupide vele.
DANTE, Purgatorio, XX, 91-93.

Parigi, 18 marzo 1314. Su un'isola della Senna, di fronte
alla cattedrale di Notre-Dame, le fiamme del rogo consumavano
i corpi di Jacques de Molay, Gran Maestro dell'ordine
del Tempio e di Geoffroy de Charny, precettore di
Normandia. Confuso tra la folla, accorsa ad assistere alla
macabra esecuzione, era forse presente anche il padre di
Boccaccio, in quei tempi a Parigi in veste di agente della
compagnia mercantile dei Bardi. E mentre nell'aria si
spargeva l'odore acre della carne mangiata dal fuoco, con
voce ferma e sguardo fisso alla Vergine Maria, de Molay
lev al cielo la sua maledizione. Questo si augurava per i
suoi persecutori: che potessero entro l'anno esser chiamati
al cospetto di Dio, a giustificarsi dei loro orrendi misfatti. E
in effetti fu accontentato: papa Clemente V sarebbe morto
un mese pi tardi di dissenteria e il re di Francia, Filippo
IV detto il Bello, lo avrebbe seguito in dicembre in seguito
a una caduta da cavallo.
Cos fu definitivamente messa la parola fine alla storia
dei templari, una storia che durava dal 1119, anno in cui
Hugues de Payns, un cavaliere della Champagne, fond a
Gerusalemme la Militia Salomonica Templi, pi conosciuta
come ordine del Tempio. Lo scopo era quello di proteggere i
pellegrini in Terrasanta, ma soprattutto quello di difendere il
Santo Sepolcro dagli assalti dei musulmani. Non trascorsero
pi di cinquantanni e la milizia templare era gi diventata
l'ordine religioso-militare pi potente del Medioevo. E lo
rimase fino a quando non venne ufficialmente soppressa
con la bolla Vox in excelso, emanata da Clemente V il 3
aprile 1312.
Dietro il grave provvedimento papale, come gli intellettuali
pi importanti dell'epoca, Dante compreso, avevano gi
capito, c'erano le mire di Filippo il Bello, che intendeva
riempirsi le casse incamerando il patrimonio dell'ordine,
che davvero era ingentissimo.
L'inizio della fine fu la notte tra il 12 e il 13 ottobre 1307,
quando il re di Francia ordin in gran segreto l'arresto simultaneo
di tutti i templari residenti entro i confini del regno,
Gran Maestro incluso. I capi d'accusa, montati ad arte, erano
quelli di eresia e stregoneria. Meno di un mese dopo, papa
Clemente V estese l'ordine di arresto agli affiliati del Tempio
residenti in ogni angolo del mondo cristiano. Gli ufficiali
dell'inquisizione avrebbero quindi dovuto procedere con
l'interrogare i prigionieri e, una volta raccolto un numero
sufficiente di deposizioni, attraverso un processo la Chiesa
avrebbe valutato l'effettivo coinvolgimento dell'ordine
in quella brutta faccenda dell'eresia. Il pontefice su una
cosa fu particolarmente esplicito: affinch gli interrogatori
non mancassero di efficacia, gli inquisitori erano invitati
a utilizzare qualunque mezzo ritenessero pi idoneo. E la
tortura era caldamente raccomandata.
A Firenze i templari vennero rinchiusi nel carcere delle
Stinche. Ci rimasero per pi di quattro anni, durante i quali
furono a pi riprese interrogati e torturati. Allora il metodo
di tortura pi comune in Toscana era quello della fune o
colla, noto anche come la regina dei tormenti. Il
torturato veniva appeso per i polsi, con le braccia legate dietro
la schiena. Prima arrivava la slogatura delle spalle, poi le
giunture si spezzavano del tutto.
Il 14 settembre 1312, nella chiesetta di Sant'Egidio presso
l'ospedale di Santa Maria Nova, si apr il processo
fiorentino intentato contro la sacra milizia. E in quella
chiesa, trasformata per l'occasione in un'aula del tribunale
dell'inquisizione, uno dopo l'altro i cavalieri del Tempio
confermarono quanto in precedenza rivelato durante gli
interrogatori. Non ritrattarono nulla e ammisero che s, esisteva
una certa tradizione segreta, un'esecrabile usanza che,
nel corso dei cerimoniali d'iniziazione, obbligava i novizi a
compiere gli atti pi empi. Confessarono di aver rinnegato
Cristo e ripudiato la Vergine e tutti i santi. Di aver sputato
sulla croce. Di essere andati contro natura, con pratiche
sodomitiche di vario tipo. Ma soprattutto confermarono di
aver voltato le spalle a Cristo per essersi dati al culto di un
idolo misterioso: il Bafometto.
In che cosa effettivamente consistesse il Bafometto, o
Baphomet,  difficile dirlo. Dalle deposizioni dei templari
emerge che a grandi linee doveva trattarsi di qualcosa di
simile a una testa umana, una testa d'uomo imbalsamata
dagli occhi di carbonchio e con una lunga barba, come si
legge in uno dei verbali del processo. In genere l'idolo veniva
comunque descritto con un volto orribile e terrificante.
Sul significato della parola Baphomet gli studiosi hanno
avanzato diverse ipotesi. Per alcuni si tratta di uno dei nomi
attribuiti a Satana, per altri il termine sarebbe la combinazione
di Bafh, cio battesimo, e Meteos, cio ordinazione,
e potrebbe quindi riferirsi alla figura di Giovanni Battista.
Altri, come l'esoterista francese Eliphas Lvi, hanno invece
osservato che la parola, cabalisticamente letta in senso
inverso, si compone di tre abbreviazioni, tem, oph, ab, le
quali starebbero per Templi omnium pacis hominum abbas,
ossia padre del tempio della pace universale.
In ogni caso, qualunque cosa fosse stato il Bafometto,
anche a Firenze gli imputati confermarono di averlo visto
durante i cerimoniali dell'ordine, e di averlo venerato, anche
se sotto la coercizione dei superiori. E in questo modo
una condanna per idolatria, oltre che per eresia, non gliela
tolse nessuno.
Ci nonostante i templari fiorentini furono pi fortunati dei
loro confratelli d'Oltralpe, e se a Parigi furono cinquantanove
i cavalieri finiti bruciati sul rogo, nella citt di Dante
di condannati a morte non se ne cont nemmeno uno. Ma
che ne fu di loro dopo il processo? Per quel poco che se
ne sa, per un certo tempo furono trattenuti in carcere e poi
affiliati ad altri ordini monastici.
Se le fonti d'archivio non sono state molto prolifiche al
riguardo, un misterioso documento parrebbe invece essere
giunto fino a noi. Si tratta di un dipinto che, a pochi anni dagli
eventi qui narrati, fu affrescato proprio nell'atrio della prigione
delle Stinche. Quando nell'Ottocento il carcere venne
demolito, l'opera fu staccata e trasferita a Palazzo Vecchio,
dove oggi la possiamo ancora osservare. Di forma circolare
e circa tre metri di diametro, essa viene attribuita all'Orcagna
e si presume sia stata portata a termine tra il 1323 e il 1349.
La rappresentazione mostra parecchi tratti enigmatici.
Al centro  raffigurato il palazzo dei Priori, a sinistra una
figura femminile con l'aureola che, seduta su un trono,
consegna i gonfaloni del Comune di Firenze a un gruppo
di cavalieri con il ginocchio sinistro a terra. A destra un
uomo si allontana con fare circospetto reggendo uno strano
essere dalla testa barbuta e il corpo che pare di serpente,
o di leone. Sopra di lui, un angelo sospeso a mezz'aria lo
guarda minaccioso, solo che non sembrerebbe avere il volto
efebico di un angelo, bens quello di un uomo adulto, con
tanto di barba e baffi.
In quel dipinto gli storici hanno ritenuto di poterci vedere
il tema della cacciata da Firenze di Gualtieri di Brienne,
duca di Atene. Fatto, questo, accaduto il 26 luglio 1343.
Secondo questa ipotesi, la donna con l'aureola rappresenterebbe
sant'Anna, la cui festa si celebra appunto il 26 luglio,
e l'uomo che fugge sarebbe il duca di Atene in procinto di
lasciare la citt. La strana testa barbuta starebbe invece per
il simbolo della frode (Gualtieri non era infatti considerato
uno stinco di santo).
Nel 1976 Giulio Cesare Lensi Orlandi ha avanzato un'interpretazione
radicalmente diversa, che pare per decisamente
pi plausibile. Per lo studioso, infatti, nell'affresco
non sarebbe raffigurata la cacciata del duca di Atene, bens
la soppressione dell'ordine del Tempio. E cos, alla luce di
questa ipotesi, al posto di sant'Anna andrebbe vista la figura
di Nostra Signora (Notre-Dame) protettrice dei templari,
mentre il gentiluomo che fugge rappresenterebbe l'ordine
del Tempio che esce dalla storia. La testa barbuta con cui
questi s'accompagna sarebbe ovviamente il Bafometto,
l'idolo inverecondo. Lensi Orlandi ritiene inoltre che nei
cavalieri inginocchiati al cospetto della Vergine, che tra
l'altro indossano il tipico mantello dei templari con la croce
rossa, il pittore abbia voluto ritrarre con estremo realismo
i volti dei monaci guerrieri che in quegli anni drammatici
furono tenuti prigionieri alle Stinche.
In effetti messa in questo modo i conti tornano decisamente
meglio, sebbene le prove in grado di confermare
tale affascinante teoria probabilmente siano andate perdute
per sempre. La lunga didascalia alla base dell'affresco, che
forse avrebbe potuto spiegarci i segreti del dipinto, risulta
infatti del tutto illeggibile.
 
Il mistero della Sindone
di passaggio a Firenze.

Sull'enigmatica rappresentazione nota come La cacciata
del Duca di Atene  stata formulata anche un'altra ipotesi.
Secondo lo studioso Enrico Baccarini, l'uomo in fuga raffigurato
nell'affresco sarebbe realmente da identificarsi con
Gualtieri VI, conte di Brienne e duca di Atene, mentre la testa
barbuta, che il personaggio reca con s, rappresenterebbe
niente di meno che la Sindone, il sacro telo che secondo la
tradizione avrebbe avvolto il corpo di Cristo nel Sepolcro.
Alla luce di questa teoria, la pittura trecentesca, oggi conservata
a Palazzo Vecchio, costituiva l'unica prova attualmente
disponibile in grado di dimostrare ci che le cronache hanno
taciuto, e cio che la Sindone sarebbe transitata da Firenze,
dove qualcuno l'avrebbe per qualche tempo custodita all'insaputa
del mondo. Ma procediamo con ordine.
La storia ufficiale della Sindone inizia nel 1353, in una
cittadina della Francia centro-settentrionale di nome Lirey. A
quell'anno risale infatti la prima testimonianza documentata
della preziosa reliquia. In particolare, nel documento viene
riferito che nel 1353 il nobile cavaliere Geoffroy de Chamy
don il sacro telo, allora in suo possesso, alla chiesa collegiata
che egli aveva appena fondato proprio a Lirey. Occorre
a questo punto ricordare che le analisi al carbonio 14, cui
la Sindone fu sottoposta nel 1988, avevano fatto risalire
il presunto lenzuolo funebre di Ges a un arco temporale
compreso tra il 1260 e il 1390, e cio proprio all'epoca in
cui per la prima volta esso sembra affacciarsi alla storia.
Se tali analisi furono gi ai tempi contestate da numerosi
scienziati, un problema fondamentale restava comunque
aperto: che ne era stato della Sindone dagli anni in cui era
vissuto Cristo a quelli in cui venne esposta per la prima
volta alla collegiata di Lirey?
Attualmente la maggior parte degli storici convinti dell'autenticit
del reperto, propendono per la tesi secondo cui
la Sindone conservata a Torino andrebbe ricondotta al
cosiddetto mandylion di Edessa. Il mandylion  un antico
tessuto recante l'immagine di Ges che, a partire dagli anni
successivi alla Crocifissione, divenne oggetto di profonda
devozione presso le comunit cristiane orientali. Esso veniva
esposto ai fedeli ripiegato in un apposito reliquario.
Una volta identificata la Sindone con l'antico lino bizantino,
se ne registra allora la presenza prima a Edessa e
poi a Costantinopoli, dove verr custodita almeno fino al
1204. E cio fino a quando i cavalieri della quarta crociata
metteranno a ferro e fuoco la capitale dell'impero bizantino,
espropriandola tra l'altro di gran parte dei suoi tesori e
delle sue reliquie.
In seguito al sacco di Costantinopoli la Sindone sembra
quindi sparire nel nulla. Non se ne sa infatti pi niente fino
a quando non riapparir appunto in Francia, centocinquanta
anni pi tardi. Centocinquant'anni di silenzio, ma che probabilmente
videro il sacro telo approdare a Firenze. La faccenda
 un po' intricata, ma i pezzi del puzzle ci sono tutti.
Primo pezzo del puzzle. Stando ad alcune fonti, risulterebbe
che la Sindone, una volta trafugata da Costantinopoli,
sia arrivata ad Atene. Non si sa in mano di chi, ma  certo
che proprio in quegli anni Othon de La Roche, valente
condottiero borgognone, nonch uno dei capi della quarta
crociata, assunse il titolo di duca di Atene. E de La Roche,
durante l'assedio di Costantinopoli, era stato acquartierato
proprio nella zona delle Blacheme, dove cio era conservato
il venerato lenzuolo.
Secondo. Le pi recenti indagini storiche, tra cui quella
della vaticanista Barbara Frale, hanno confermato la possibilit
che, nell'epoca successiva alla quarta crociata, la
Sindone sia stata tenuta in custodia dai templari. Venerato
nel pi rigido segreto e conosciuto nella sua reale natura
solo dai vertici dell'ordine, il telo sarebbe stato conservato
nel tesoro della milizia del Tempio che, come  noto,
poteva vantare una collezione di reliquie di tutto rispetto.
E non  tutto. Perch a suffragare tale ipotesi contribuisce
pure il Bafometto, il misterioso idolo dei templari che, cos
confusamente tratteggiato nei verbali dell'inquisizione, in
realt potrebbe essere ricondotto proprio alla Sindone. La
tremenda testa barbuta potrebbe infatti coincidere con
l'immagine del volto di Cristo impresso sul sacro lino.
Terzo. Corre l'anno 1342 e a Firenze la situazione economico-politica
sta precipitando. Soprattutto per via di una
sequenza di catastrofiche bancarotte: nel giro di pochi anni,
a catena erano falliti i Mozzi, gli Scali, i Bardi, i Peruzzi, gli
Acciaioli e i Bonaccorsi. Nel tentativo di arginare l'emergenza
e la conseguente instabilit politica, le lite dirigenti
della citt decidono di affidare la reggenza della signoria
a un nobile straniero, sopra le parti, e la scelta cade sul
francese Gualtieri vi di Brienne, duca di Atene. Ma, dopo
appena dieci mesi, il nuovo governo viene rovesciato con
la forza dagli stessi fiorentini e il 26 luglio 1343 il duca di
Atene  costretto a fuggire alla volta della Francia.
Si racconta che in quell'occasione Gualtieri abbia lasciato
il palazzo dei Priori servendosi di un passaggio segreto,
che egli stesso aveva fatto costruire una volta insediatosi in
citt. Ma dalla Cronica di Villani risulta anche che il duca,
appena messo piede nel palazzo, vi avesse fatto erigere
delle massicce antiporte e mettere le inferriate alle finestre
del piano terreno. Aveva forse qualcosa da nascondere? Si
trattava della Sindone?
In effetti una sorprendente serie di indizi sembrerebbe
condurre proprio in quella direzione. Innanzitutto Gualtieri di
Brienne aveva ereditato il titolo di duca di Atene dal casato
dei de La Roche, di cui egli fu l'ultimo discendente diretto.
E come abbiamo visto Othon de La Roche ebbe in qualche
modo a che fare con la Sindone, nel momento in cui essa venne
vista ad Atene dopo il sacco di Costantinopoli. Anzi, forse la
sacra reliquia all'epoca del saccheggio ce l'aveva proprio lui.
 inoltre certo che i de La Roche intrattennero con l'ordine
del Tempio stretti rapporti. E questo  il primo indizio.
Il secondo  dato dal fatto che, a dieci anni esatti dalla
fuga del duca di Atene in Francia, il sacro telo ricompare
proprio in Francia, e questa volta nelle mani di Geoffroy de
Chamy, che poi appunto lo dona ai monaci di Lirey. Anche
de Chamy era in qualche modo legato ai templari: il suo
omonimo zio, precettore di Normandia, era infatti morto
sul rogo a Parigi in compagnia dell'ultimo Gran Maestro,
Jacques de Molay. Ora il punto  che Geoffroy de Chamy
conosceva molto bene anche Gualtieri di Brienne: non
soltanto ci era imparentato, ma nel 1356 ci avrebbe anche
combattuto insieme nella battaglia di Poitiers, dove tra
l'altro entrambi avrebbero trovato la morte.
Potrebbe dunque Gualtieri VI esser stato l'anello di congiunzione
tra i de La Roche e i de Chamy? Ovvero tra chi
probabilmente detenne la Sindone nel momento in cui spar
ad Atene e chi per certo la custodiva quando riapparve in
Francia? E potrebbe Firenze, durante i dieci mesi della presenza
di Gualtieri in citt, aver fornito un rifugio segreto alla
pi sacra delle reliquie? Probabilmente s, e probabilmente
ci fu anche chi sapeva e volle che quella storia venisse immortalata
nell'affresco noto come La cacciata del Duca di
Atene. L'affresco potrebbe costituire il terzo indizio.
E non diceva Agatha Christie che un indizio  un indizio,
due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi costituiscono
a tutti gli effetti una prova?
 
Dante templare?

Al Kunsthistorisches Museum di Vienna sono custodite
due medaglie: una raffigura Dante Alighieri, l'altra il pittore
Pietro da Pisa. Sul retro di entrambe  riportata la sigla
f.s.k.i.p.f.t. Secondo Ren Gunon queste lettere starebbero
per le iniziali di Fidei Sanctae Kadosch, Imperialis
Principatus, Frater Templarius(1).
Come chiarisce Gunon, Kadosch  una parola ebraica
che significa santo o consacrato, e che si  conservata
fino ai giorni nostri negli alti gradi della massoneria(2). Fidei
Sanctae Kadosch significa quindi consacrato alla societ
della Fede santa, laddove la societ della Fede santa era
un ordine terziario, e cio laico, di affiliazione templare. In
questo modo si spiega anche l'appellativo di fratello templare
(Frater Templarius) che sarebbe appunto adombrato
nell'iscrizione della medaglia.
Ma  davvero plausibile che Dante possa essere stato un
affiliato dell'ordine del Tempio? In verit gli studiosi che
ritengono di s sono sempre pi numerosi. Nel suo saggio
Dante templare Robert L. John sostiene che l'appartenenza
del sommo poeta al celebre ordine cavalleresco pu essere
dimostrata in modo incontestabile. Non solo: per John
 proprio nell'affiliazione dell'Alighieri ai templari che
sarebbe custodita la principale chiave di lettura dell'intera
opera dantesca, e in particolare della Divina Commedia.
In effetti la Commedia rappresenta un'opera di straordinaria
complessit, disseminata di enigmi che a distanza di
secoli gli studiosi non sono ancora riusciti a decifrare. E che
molti di questi enigmi possano avere a che fare con l'ordine
del Tempio forse non  da escludere; gli indizi che sembrerebbero
portare in questa direzione sono infatti tantissimi.
Occorre innanzitutto tenere presente che  lo stesso Dante
a dichiarare che esistono diversi livelli di interpretazione dei
suoi versi e pi in generale degli scritti che si occupano di
argomenti di natura metafisica. E uno di tali livelli  quellopropriamente esoterico, ossia nascosto e inaccessibile
ai non iniziati. In questo senso, che il nucleo centrale del
pensiero filosofico dantesco possa essere ricondotto alla
gnosi templare  del tutto verosimile. Si tratterebbe di una
conoscenza segreta, che non pu essere rivelata se non per
allusioni e allegorie, il cui significato  volutamente tenuto
celato ai lettori profani. Per molti studiosi Beatrice sarebbe
appunto l'allegoria di questa conoscenza segreta.
John ipotizza che il poeta fiorentino sia stato iniziato ai
segreti della gnosi templare dal suo maestro Brunetto Latini.
Latini, uomo politico oltre che scrittore e poeta, fu cacciato
da Firenze nel 1260, in seguito alla vittoria riportata dai
ghibellini nella battaglia di Montaperti. Per sette anni ser
Brunetto visse esiliato in Francia, dove probabilmente ebbe
l'occasione di studiare a fondo il Roman de la Rose, uno
dei pi importanti poemi allegorici del Medioevo. Dante
questo poema lo conosceva benissimo e forse proprio grazie
a Brunetto. Del Roman de la Rose esiste una versione
italiana: il poemetto intitolato Il Fiore e composto da un
certo ser Durante Fiorentino, nome dietro il quale secondo
alcuni studiosi si celerebbe lo stesso Dante.
Ma se la questione della vera identit dell'autore del Fiore
resta uno dei tanti misteri che, tuttora insoluti, ruotano
intorno alla vita dell'Alighieri, certo non pu sfuggire il
fatto che quello della rosa costituisce uno dei simboli
principali presenti nella Divina Commedia. Per esempio, nel
XXX canto del Paradiso i beati dell'Empireo sono descritti
come vestiti di bianco e disposti in seggi su pi di mille
gradini che via via si allargano verso l'alto dando l'immagine
di un'immensa e candida rosa. E il simbolismo della
rosa confluir in quella tradizione esoterica che in tempi
successivi alla stesura del capolavoro dantesco prender il
nome di rosacrocianesimo.
In ogni caso  noto come l'intera Commedia sia strutturata
in modo simbolico e obbedendo a precise allegorie numerologiche.
Il tre, il numero sacro della Trinit, ricorre in tutta
l'opera: i 14.223 versi in endecasillabi che compongono il
poema sono raggruppati in terzine, a loro volta raccolte in
canti. E i canti, in numero di trentatr per volta, formano
le tre cantiche: l'Inferno (che  preceduto da un canto introduttivo),
il Purgatorio e il Paradiso.
Dal punto di vista allegorico, le tre regioni del mondo
dei morti richiamano la ripartizione gerarchica dei gradi
dell'esistenza, dai gradi inferiori dell'essere rappresentati
dall'Inferno a quelli superiori rappresentati dal Paradiso.
Cos il viaggio che Dante compie nell'aldil si configura
come la rappresentazione simbolica di un cammino iniziatico
di progressiva realizzazione spirituale. E in questo percorso
di tipo iniziatico consisterebbe appunto il fulcro della gnosi
templare che l'Alighieri ha inteso raffigurare nella sua opera.
Nella Commedia non mancherebbero comunque dei riferimenti
all'ordine del Tempio decisamente pi espliciti. Per
esempio, i tre colori di cui  vestita Beatrice, e cio il verde,
il bianco e il rosso, oltre a simboleggiare le virt teologali
della Speranza, della Fede e della Carit, appartengono
all'apparato simbolico proprio dell'ordine rosso-crociato.
Anche gli abiti bianchi (le bianche stole(3) dei beati descritti
nell'Empireo per Gunon richiamerebbero il tipico
costume dei templari.
Altra allusione particolarmente esplicita  quella che secondo
alcuni studiosi deve essere vista nella figura di san
Bernardo che, nel XXXI canto del Paradiso, prende il posto
di Beatrice nel guidare il poeta alla suprema visione di
Dio. San Bernardo di Chiaravalle, come si sa, con l'ordine
templare c'entra eccome: ne ha infatti fondato la regola.
Ma il simbolismo che forse pi di tutti rinvia ai mitici
cavalieri di Cristo  quello della Croce e dell'Aquila, simbolismo
che percorre la Commedia dall'inizio alla fine e
che attraversa l'intera opera dantesca. Nel simbolo della
Croce Dante indica la vita contemplativa e la Chiesa; in
quella dell'Aquila, la vita attiva e l'impero. Da una parte il
potere papale, dall'altra quello temporale. E come ha sottolineato
John la scelta di questi due simboli non pu essere
stata casuale, dal momento che l'Aquila congiunta con la
Croce non era altro che l'insegna raffigurata nel sigillo del
Gran Maestro dell'Ordine dei templari(4).
Si faccia infine attenzione alle date. Dante inizia la stesura
del suo poema nel 1308. Nel 1317 l'Inferno e il Purgatorio
sono gi conclusi; l'anno seguente anche il Paradiso risulta
terminato. Nell'ottobre del 1307 il re di Francia Filippo IV il
Bello ordina l'arresto dei templari e la confisca dei loro beni
e nel 1312 l'ordine viene ufficialmente soppresso con la bolla
Vox in excelso promulgata dal papa Clemente V. Il 18 marzo
1314 l'ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay, viene arso sul
rogo di fronte alla cattedrale di Notre-Dame a Parigi.
Nella Commedia sono presenti molti versi che rinviano
alle drammatiche vicende subite dai templari e che dimostrano
il coinvolgimento e la partecipazione dell'Alighieri
di fronte alla tragica soppressione dell'ordine. Si veda per
esempio nel XX canto del Purgatorio: Veggio il novo Pilato
s crudele, / che ci noi sazia, ma sanza decreto /porta nel
Tempio le cupide vele. / O Segnor mio, quando sar io lieto
/ a veder la vendetta che, nascosa, I fa dolce l'ira tua nel
tuo secreto?(5).
Qui l'allusione alla violenta e illegittima azione intrapresa
da Filippo il Bello (il novo Pilato) nei confronti del Tempio
 chiarissima. E chiarissima  pure l'invocazione della
vendetta divina sugli artefici della tremenda profanazione.
Clemente V nell'Inferno  quindi definito pastor sanza
legge(6) e nel Purgatorio puttana sciolta(7). Sempre nel
Purgatorio c' una terzina che, secondo alcuni studiosi,
parrebbe richiamare proprio il rogo di Notre-Dame. Atterrito
al cospetto delle fiamme, il poeta dice infatti: In su le
man commesse mi protesi, / guardando il foco e imaginando
forte / umani corpi gi veduti accesi(8). Questo verso,
umani corpi gi veduti accesi, ha fatto ipotizzare che
Dante avrebbe addirittura assistito di persona alla tragica
morte dell'ultimo Gran Maestro. Ma  verosimile credere
che Dante sia stato a Parigi? Stando agli studi ufficiali, il
presunto viaggio dell'Alighieri nella capitale francese 
soltanto una leggenda. Eppure sia Giovanni Boccaccio, il
primo biografo di Dante, sia il cronista Giovanni Villani
hanno riferito che l'autore della Commedia trascorse in
riva alla Senna alcuni mesi del suo esilio.
Certamente l'enigma di Parigi, se venisse risolto, aprirebbe
ulteriori spiragli sui legami che il genio di Firenze
intrattenne con l'ordine del Tempio. Ma  altrettanto certo
che il velo dietro cui Dante ha celato i suoi misteri rimane,
per noi contemporanei, in gran parte ancora impenetrabile.
 Note.
1. Ren Gunon, L'esoterismo di Dante, Adelphi, Milano 2001, p. 17.
2. Ibidem.
3. Dante Alighieri, Paradiso, XXX, 129.
4. Robert L. John, Dante templare. Una nuova interpretazione della Commedia,
Hoepli, Milano 1987, p. 45.
5. Dante Alighieri, Purgatorio, XX, 91-96.
6. Id., Inferno, XIX, 83.
7. Id., Purgatorio, XXXII, 149.
8. Ivi, XX VII, 16-18.


Il linguaggio in codice
dei Fedeli d'amore.

A scuola abbiamo imparato che nella storia della letteratura
esiste una corrente poetica che, fiorita a Bologna e a Firenze
tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV, prende il nome
di dolce stil novo. Questa corrente ebbe il suo iniziatore
nel bolognese Guido Guinizelli, la cui canzone Al cor gentil
rempaira sempre amore rappresent il manifesto di un
modo nuovo di poetare, fondato sui temi dell'amore e della
donna angelicata. Oltre a Guinizelli, allo stil novo aderirono
poeti come Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Lapo
Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi e Cino da Pistoia.
Inutile negare che a prima vista questo genere di poesia
possa apparire decisamente strano. Si tratta infatti di versi
che, redatti in uno stile gotico amabile ed elegante, risultano
talvolta oscuri e del tutto incomprensibili, ma spesso anche
noiosi, stereotipati se non addirittura puerili. Ora, vi pare
possibile che una schiera di uomini maturi e colti, uomini
come Dante Alighieri, l'autore della Divina Commedia,
si mettano a scambiarsi sonetti in cui si sdilinquiscono a
cantare le loro pene d'amore nei confronti di una donna
tanto amata quanto irraggiungibile?
Il primo a capire che tutta la produzione degli stilnovisti
in realt potesse non c'entrare niente con la poesia d'amore
come generalmente la intendiamo fu Gabriele Rossetti,
critico letterario e patriota, nonch padre del celebre pittore
preraffaellita Dante Gabriel Rossetti.
Nelle sue opere, pubblicate nella prima met dell'Ottocento,
Rossetti present la tesi che la poesia stilnovistica fosse
costruita secondo un linguaggio in codice e che, sotto la
finzione dell'amore per la donna angelicata, in essa si adombrassero
le idee occulte di una setta segreta: la setta dei Fedeli
d'amore. Questa setta era dotata di intenti politici e religiosi
non proprio ortodossi e, attraverso l'utilizzo di un gergo
convenzionale, i suoi adepti potevano comunicare tra di loro
senza correre il rischio di farsi intendere dall'inquisizione.
Pare che i Fedeli d'amore costituissero un gruppo molto
circoscritto di individui in stretto contatto tra loro, individui
tutti ghibellini o per lo meno molto vicini al ghibellinismo,
e quindi tutti drasticamente avversi alla Chiesa corrotta, di
Roma o di Avignone che fosse. A quei tempi chi professava
idee politiche di questo tipo, non se la passava bene, il
pericolo di finire sul rogo era sempre in agguato.
La setta possedeva un carattere rigorosamente iniziatico ed
esoterico. Aderendo a essa, i suoi membri venivano introdotti
ai segreti di una sapienza ermetica che affondava le sue radici
nella tradizione occulta degli ordini cavallereschi. Come ha
osservato Gunon, non  un caso che organizzazioni come
quelle della Fede santa e dei Fedeli d'amore siano sorte in
concomitanza del declino e della soppressione dell'ordine
dei templari. Non  un caso, perch queste organizzazioni
sarebbero nate proprio per ricevere l'eredit sapienziale del
Tempio e custodirla nel segreto affinch non andasse perduta.
Fondamentalmente le canzoni elaborate dai Fedeli ruotano
tutte intorno al concetto di amore, laddove per l'amore
non deve essere inteso nel senso del sentimento romantico,
bens in quello dell'intelligenza attiva, che  s amore,
ma amore di sapienza. Si tratta per intenderci dello stesso
significato di amore cui si riferisce Dante nell'ultimo canto
del Paradiso: l'amor che move il sole e Valtre stelle.
E nei versi dei Fedeli, l'oggetto di amore  una donna
meravigliosa e sapientissima, una donna cos bella che lo
sguardo dell'innamorato non  in grado di reggerne la vista.
Per Dante questa donna  Beatrice, per Guido Cavalcanti 
Giovanna, per Lapo Gianni  Lagia e per Cino da Pistoia 
Selvaggia. Tutte donne che, a parte Beatrice, non sono mai
esistite. Esse rappresenterebbero infatti un'allegoria sotto
cui si nasconde tanto la dottrina segreta custodita dalla setta,
quanto talvolta la setta stessa. Le donne cantate da Dante e
da Cavalcanti, da Guinizelli e da Cino da Pistoia, alla luce
della teoria dei Fedeli d'amore, simboleggiano la Sapienza
santa e questo sarebbe il motivo per cui esse vengono sempre
descritte come estremamente sapienti e come fontane
d'insegnamento. E a tale sapienza e all'amore per essa che
i poeti del dolce stil novo si dichiaravano fedeli.
Le rime composte dai Fedeli sono disseminate di parole il
cui significato convenzionale, completamente diverso da
quello comune, era noto soltanto agli affiliati dell'associazione.
Nel suo saggio Il linguaggio segreto di Dante e dei
Fedeli d'Amore, lo studioso Luigi Valli ha individuato
circa una trentina di termini che sembrerebbero far parte
del repertorio di questo gergo segreto.
Per esempio i selvaggi e i villani sarebbero gli uomini
che seguono la Chiesa di Roma e i morti coloro
che vivono lontani dalla sapienza; noioso sarebbe tutto
ci che sta fuori dalla setta e che  contro di essa, mentre
il tuono la minaccia o l'atto di violenza perpetrato dalla
Chiesa nei confronti di un adepto.
Certo che, fette cos, le poesie dello stil novo sembrano
tutta un'altra cosa: una grandiosa allegoria dottrinale e
politica elaborata da un movimento eroico, ispirato dalla
tradizione iniziatica e acerrimo nemico della Chiesa. In
questo movimento hanno militato personaggi insigni come
Dante Alighieri e Cecco d'Ascoli, condannato per eresia
dell'inquisizione e bruciato a Firenze il 16 settembre 1327.
Sembra che anche Giovanni Boccaccio ne abbia fatto parte.
Ma di documenti ufficiali, in cui siano citati i Fedeli d'amore,
ovviamente non ne esiste uno.
 
Cosa si nasconde dietro
la Madonna del Parto?

Nella chiesa di San Francesco di Paola, alle pendici del
colle di Bellosguardo,  conservato un dipinto che rappresenta
una Madonna del Parto. L'opera  stata attribuita a un
allievo di Giotto, Taddeo Gaddi e si ritiene sia stata eseguita
in un arco di tempo compreso tra il 1327 e il 1350.
Quello delle Madonne del Parto  un tema iconografico
molto particolare e di recente  stato oggetto di controverse
interpretazioni. C' infatti chi sostiene che la raffigurazione
della Madonna incinta sia da mettersi in relazione alla
tradizione sapienziale ed esoterica tramandata dai templari.
L'ipotesi potrebbe non esser priva di fondamento: gli argomenti
non mancano, le coincidenze neppure.
In genere si fa risalire la tipologia della Madonna del
Parto alla cosiddetta icona bizantina della Maria Platytera,
dove la Vergine, in piedi e con le mani alzate in preghiera,
presenta sul petto un clipeo in cui  racchiusa l'immagine
del Bambino benedicente. In realt la Madonna del Parto di
cui stiamo parlando qui non  proprio la stessa cosa, perch
evidenzia una differenza sostanziale: non si caratterizza
infatti per l'immagine stilizzata del clipeo con il Bambino,
bens per la rotondit del ventre tipica delle gestanti. Il cui
significato, secondo l'interpretazione ortodossa, risiederebbe
in una difesa del concetto teologico dell'Incarnazione, a
fronte delle teorie eretiche di stampo cataro, ostinatamente
avverse a tutto ci che abbia a che fare con la materia.
Nell'archetipo figurativo della Madonna del Parto, inoltre,
Maria regge nella mano sinistra un libro, nella maggior
parte dei casi chiuso e spesso appoggiato sul ventre. Il libro
 il simbolo del Verbo che la Vergine racchiude in grembo;
e se esso  chiuso,  perch appunto la Sapienza non si 
ancora manifestata.
La diffusione delle opere raffiguranti la Vergine incinta
risulta per lo pi circoscritta al territorio toscano. La prima
immagine conosciuta parrebbe essere quella, di area pratese
e datata 1320, conservata al Museo dell'Opera del duomo
di Prato, seguita da una Madonna del Parto del 1337, attribuita
a Bernardo Daddi ed esposta al Museo dell'Opera
del duomo di Firenze, da una Madonna del Magnificat
dello stesso Daddi e dalla Madonna del Parto di Nardo di
Cione, datata 1357 e custodita nella chiesa fiorentina di San
Lorenzo. Tra queste viene quindi annoverata anche quella
di Taddeo Gaddi in San Francesco di Paola.
 stato notato come tali rappresentazioni comincino ad
apparire poco dopo l'abolizione dell'ordine del Tempio,
avvenuta nel 1312. Il che, secondo alcuni studiosi tra cui
Renzo Manetti, non sarebbe un caso. Viste alla luce dei pi
aggiornati studi templari, le Madonne del Parto potrebbero
infatti alludere agli insegnamenti segreti in origine custoditi
dai cavalieri rosso-crociati, ma soprattutto alla loro
sopravvivenza in seguito alla drammatica soppressione
della milizia di Cristo. L'autentico significato celato nelle
Vergini incinte del Trecento potrebbe dunque essere questo:
come nel seno di Maria si occulta il Verbo in attesa della
sua discesa sulla terra, cos, nell'ombra della clandestinit,
gli eredi spirituali dei templari avrebbero custodito l'antica
sapienza del Tempio.
Ma torniamo alla Madonna di Gaddi e alla chiesa di San
Francesco di Paola. Dalle fonti risulta che nel 1334 Bar-
tolommeo Bononi, presunto cavaliere templare di origini
bolognesi e fondatore della confraternita dei Girolamini,
avrebbe acquistato un terreno appena fuori Firenze,
nei pressi di Porta Romana e proprio nel mezzo di quelli
che, secondo alcuni studiosi, potrebbero esser stati antichi
possedimenti templari. L il monaco vi avrebbe eretto un
monastero dedicato a Santa Maria del Sepolcro. In quello
stesso luogo, tre secoli pi tardi, sarebbe stata costruita la
chiesa di San Francesco di Paola. Sebbene i recenti scavi
archeologici non abbiano rinvenuto tracce di strutture architettoniche
preesistenti, Moreni e Richa, due importanti
storici vissuti a Firenze nel Settecento, scrissero invece
che l, alle pendici di Bellosguardo, un antico monastero
dedicato a Santa Maria del Sepolcro in effetti c'era.
A questo punto la questione : pu davvero considerarsi
casuale la presenza di una Madonna del Parto nella chiesa
di San Francesco di Paola, e cio in un edificio sacro
sorto esattamente nei luoghi in cui i monaci Girolamini,
presunti eredi spirituali dei cavalieri di Cristo, vi ebbero
un convento?
Qualche decennio fa  stato verificato che Taddeo Gaddi
affresc la Madonna del Parto nella chiesa di San Pier
Maggiore. E che quando, nel XVIII secolo, questa chiesa
venne demolita, l'affresco fu salvato da Giovanni Federighi
e appunto trasferito a Bellosguardo. Ma perch proprio l?
Federighi era figlio di una nobildonna degli Albizzi, e quella
degli Albizzi fu all'epoca una delle famiglie fiorentine pi
vicine all'ordine templare. Pura coincidenza, o Federighi era
guidato da un fondato motivo? Magari quello di affidare la
Madonna del Parto a un luogo speciale, un luogo a cui essa
poteva tutto sommato considerarsi idealmente destinata?
 
Boccaccio e le ceneri del Gran Maestro.

Pare che Giovanni Boccaccio potesse vantare una cospicua
collezione di reliquie provenienti da ogni parte del mondo.
Quando il 21 dicembre del 1375 l'autore del Decameron
mor, quelle reliquie furono consegnate ai monaci Girolamini,
che allora risiedevano presso il monastero di Santa
Maria del Sepolcro alle Campora, fuori Porta Romana. Cos
aveva infatti disposto lo stesso Boccaccio nel suo testamento
redatto un anno prima della morte.
Stando a recenti ipotesi, tra le reliquie appartenute al
celebre scrittore fiorentino potrebbe essercene stata una
particolarmente preziosa e importante, cos importante
da essere entrata nella leggenda. Sussistono infatti alcuni
indizi che porterebbero a far ritenere che Boccaccio fosse
in possesso niente meno che dei resti di Jacques de Molay,
l'ultimo Gran Maestro dell'ordine dei templari. La faccenda
non  cos assurda come potrebbe sembrare.
Nato a Moly, vicino a Besanon, tra il 1240 e il 1250,
il nobile Jacques de Molay entr nell'ordine del Tempio
nel 1265 e nel 1294 ne divenne il Gran Maestro. Nel corso
del processo contro i templari indetto da Filippo il Bello
nel 1307, de Molay fu torturato e costretto a confessare.
Confess di essersi macchiato dell'onta dell'eresia e fu
condannato al carcere a vita. Poi ritratt la sua confessione,
e fu condannato a morte.
Il Gran Maestro mor arso vivo tra le fiamme del rogo il
18 marzo 1314 a Parigi. Secondo la versione ufficiale le
sue ceneri furono gettate nella Senna. Stando invece alla
leggenda, dopo l'esecuzione i resti carbonizzati di De Molay
sarebbero stati recuperati e condotti al sicuro in un luogo
misterioso. Dove si trovi questo luogo misterioso non si
 mai saputo, ma che si possa trattare di Firenze rimane a
oggi una delle teorie pi plausibili. Tra i recessi della storia
sembrerebbe infatti dispiegarsi un legame sotterraneo che
tiene il rogo di Parigi in stretta relazione alla citt del giglio.
Le testimonianze relative alla morte dell'ultimo templare
sono numerose. Ma tra queste ne spicca una: quella di
Boccaccino di Cheliino, padre di Giovanni Boccaccio.
 lo stesso Giovanni a riportare nel De Casibus Virorum
Illustrium la notizia che suo padre assistette di persona all'esecuzione
di De Molay. All'epoca Boccaccino di Chellino
si trovava a Parigi per curare gli affari per conto dei Bardi,
ricchi banchieri fiorentini tra l'altro molto legati all'ordine
del Tempio.
Ma anche un altro fiorentino illustre, lo storico Giovanni
Villani, ha riferito nelle sue cronache la vicenda del rogo
parigino. Anzi, nella Nuova Cronica, composta tra il 1322
e il 1348, Villani  il primo della storia ad affermare che le
ceneri del Gran Maestro non andarono disperse, ma furono
invece raccolte e messe in salvo: E nota che la notte appresso
che 'l detto maestro e 'l compagno furono martorizzati,
per frati e altri religiosi le loro corpora e ossa come relique
sante furono ricolte, e portate via in sacri luoghi(1).
Chi ha raccontato a Villani di quel trafugamento? Forse
proprio il padre di Boccaccio, che potrebbe aver assistito,
oltre che al rogo, pure ai fatti che ne seguirono? Ma soprattutto,
 possibile che Villani sapesse anche dove furono
trasferiti i poveri resti del mitico personaggio?
La faccenda  avvolta da un fitto mistero, ma se c' un dato
certo, questo  il fatto che l'unico cronista vissuto all'epoca
degli eventi ad aver sostenuto l'esistenza della leggendaria
reliquia templare fu un fiorentino, per testimonianza diretta
di un altro fiorentino. Il che gi di per s  sufficiente a insinuare
il sospetto che tra il capoluogo toscano e le fiamme
del 1314 dei legami alla fine si fossero intrecciati davvero.
Dopo Villani, per secoli delle ceneri di Jacques de Molay
non ne parler pi nessuno. Per ritrovarne un accenno, bisogner
attendere fino al 1751, anno in cui verr data alle
stampe l'Histoire de l'Ordre Militaire de Templiers dello
storico francese Pierre Dupuy.
Tra il XVIII e il XIX secolo, alcune tradizioni massoniche
arriveranno addirittura a rivendicare il possesso di quelle
ceneri. Secondo gli affiliati della massoneria scozzese, per
esempio, i resti del Gran Maestro sarebbero stati portati in
Scozia e l custoditi nell'abbazia di Kilwinning. Tuttavia
per molti studiosi questa non sarebbe che una leggenda
creata a posteriori per legittimare una continuit tra l'ordine
templare e la massoneria che sul piano storico sarebbe
altrimenti risultata priva di fondamento.
Per recuperare altri indizi che possano rimetterci sulle
tracce delle ossa di Jacques de Molay bisogna tornare a
Firenze e al monastero di Santa Maria del Sepolcro alle
Campora. Questo monastero fu eretto intorno al 1354 dai
monaci dell'ordine dei Girolamini, ordine che, secondo
alcuni studiosi tra cui Renzo Manetti, sarebbe stato fondato
da Bartolommeo Bononi, un cavaliere templare fuggito al
processo. Tra i nomi pi illustri di coloro che alla morte lasciarono
le loro sostanze al convento delle Campora risulta
quello di Giovanni Boccaccio, che al convento don appunto
anche la sua collezione di reliquie. Sappiamo che il padre
dello scrittore, Boccaccino di Cheliino, per certo assistette
all'esecuzione di Parigi e forse anche al trafugamento dei
resti di De Molay. Sappiamo anche che Boccaccino fu in
contatto con i templari, perch probabilmente ci entr in
affari per conto dei Bardi. Pure lo stesso Boccaccio non
fu estraneo all'ordine templare, tanto che sono in molti
a ipotizzare che egli avesse aderito ai Fedeli d'amore, la
congregazione esoterica sorta in seguito alla soppressione
del Tempio per perpetrarne l'eredit di ideali.
Come non essere tentati a fare due pi due? Le ceneri
dell'ultimo templare approdarono a Firenze, e furono conservate
nel monastero dei Girolamini? Forse si tratta soltanto
di una suggestione, ma recentemente questa teoria  stata
presa in considerazione da alcuni ricercatori.
Il convento di Santa Maria del Sepolcro alle Campora fu
soppresso nel 1434 e i suoi possedimenti passarono alla
Badia Fiorentina. Nelle Notizie istoriche delle chiese fiorentine
lo storico Giuseppe Richa ha registrato che nella
Badia sonovi parecchi altri Reliquarj, tra' quali mi giova
credere, che vi sieno quelli donati da Giovanni Boccaccio(2).
Richa scriveva queste cose intorno alla met del Settecento.
E forse i frammenti bruciacchiati delle ossa di Jacques de
Molay sono ancora l.
 Note.
1. Giovanni Villani, Nuova Cronica, vol. II, Guanda, Parma 1991, p. 184.
2. Giuseppe Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne' suoi quartieri,
Pietro Gaetano Viviani, parte I, tomo I, Firenze 1754 [rist. an. Multigrafica Editrice,
Roma 1972], p. 202.


Quando l'ebreo errante
capit nel capoluogo toscano.

Diceva di chiamarsi Giovanni Buttadeo. Chi lo ha incontrato
lo ha sempre visto scalzo, con addosso un'umile tonaca
con il cappuccio e una corda per cinta. L'uomo vagava di
citt in citt e di borgo in borgo, e non sostava mai nella
stessa contrada per pi di un paio di giorni. Conosceva
tutti gli idiomi del mondo, e cos bene che chi si ritrovava
a dialogare con lui lo avrebbe potuto prendere per uno del
luogo. Era pure estremamente colto e padroneggiava tutte
le scienze. E quelli che avevano occasione di intrattenersi
con lui, finivano tutti per avvertire la stessa sgradevole
sensazione: come se lui di ciascuno di loro sapesse ogni
cosa, come se quei reconditi segreti, che ognuno tiene
pigiati negli oscuri abissi della propria intima coscienza,
davanti a lui riemergessero alla luce del sole in tutta la loro
desolata nudit.
In genere trovava ristoro nelle locande. L mangiava e
beveva, e quando aveva finito pagava l'oste gettando sul
tavolo le monete che gli doveva. Non possedeva denari,
e nessuno  mai riuscito a capire da dove le tirasse fuori,
quelle monete. Semplicemente all'occorrenza apriva la
mano e ne aveva quante gli bastavano, non un centesimo
di pi, non uno di meno.
Certo tra la gente che ne era venuta a contatto il sospetto
c'era. Anzi il sospetto quasi sempre finiva col tramutarsi
in certezza. E che quello strano tipo che lanciava profezie
e compiva prodigi potesse proprio essere lui, l'ebreo
maledetto da Dio, in verit non lasciava adito a molti dubbi.
La leggenda su quella misteriosa figura del resto circolava da
secoli. Si narrava che durante i drammatici momenti della
salita al Calvario, un ebreo, nessuno sa chi fosse o come si
chiamasse, avesse deriso e maltrattato Ges, non avendolo
tra l'altro riconosciuto. Per questo motivo egli sarebbe stato
condannato a vagare senza pace e senza meta in lungo e in
largo per tutta la terra fino alla fine dei giorni, fino a quando
Dio sarebbe tornato per giudicare i vivi e i morti.
Documenti e testimonianze ne hanno nei secoli attestato
la presenza in ogni angolo del globo, dall'Inghilterra alla
Spagna, dalla Svezia all'Ungheria, dalla Russia alla Persia.
L'ebreo errante fu avvistato nel 1223 a Ravenna, nel 1575
a Madrid, nel 1599 a Danzica, nel 1601 a Lubecca e nel
1604 a Parigi, dove fu visto mentre, attorniato da bambini,
raccontava loro la Passione di Cristo. E poi fu a Mosca
nel 1613, ad Amburgo nel 1637, a Bruxelles nel 1640 e a
Lipsia nel 1642. In una lettera della duchessa di Mazarino
 riportato che alla fine del XVII secolo egli si trovava in
Inghilterra.
Ma non mancano neppure i documenti che dimostrano
come, nel secondo decennio del Quattrocento, l'ebreo
errante sia passato anche da Firenze. Nel 1891 Salomone
Morpurgo, bibliotecario presso la Biblioteca Riccardiana,
ha infatti scovato nel fondo denominato Le carte strozziane
dell'Archivio di Stato in Firenze un fascicoletto
di sei fogli in cui un tal fiorentino Antonio di Francesco
d'Andrea riferisce di suo pugno di quando gli capit l'incredibile
circostanza di dover ospitare in casa sua il mitico
pellegrino. Era il 1411 quando Giovanni Buttadeo giunse
a Firenze. Proveniva da Borgo San Lorenzo, nel Mugello,
e una volta arrivato in citt venne appunto ospitato da
Antonio di Francesco, nella sua modesta dimora situata in
canto degli Alberti. La voce di quella misteriosa presenza
dovette essersi sparsa assai velocemente, perch Antonio
si ritrov presto la casa invasa dai suoi concittadini, anche
da quelli di pi illustre lignaggio, come i Peruzzi e i Rica-
soli. Tutti volevano farsi predire il futuro dall'onnisciente
forestiero, o cose del genere. Nel fascicoletto si legge che
tra la folla accorsa a curiosare si trovasse pure il famoso
umanista Leonardo Bruni. E che, vista l'autorevolezza del
personaggio, a lui i presenti si fossero rivolti per un fondato
parere circa quella faccenda. Cos dopo aver dialogato con
Buttadeo per alcune ore, in questo modo si espresse Bruni:
O egli  un angelo di dio, o egli  el diavolo; in per che
costui  tutte le scienze del mondo: costui tutti e' linguaggi
e' vocaboli di tutte le province isquisiti(1).
Quella non fu tuttavia l'unica volta che Buttadeo fu visto
a Firenze. Vi ritorn infatti nel maggio del 1412, nel
novembre del 1414 e nel marzo del 1415. E tutte le volte
venne accolto nella casa di Antonio, a cui un giorno guar
pure la moglie, ridotta in fin di vita da un male incurabile.
Fu durante uno di quei soggiorni che il vicario di Firenze
lo fece rinchiudere in una cella sotterranea. Ma lui riusc a
evadere senza lasciare traccia.
 Note.
1. Salomone Morpurgo, L'ebreo errante in Italia, Prato 1891 [rist. Arnaldo Forni, Sala
Bolognese (bo) 1983], p. 26.


Il segreto dei Della Robbia.

Per che, considerando che la terra si lavorava agevolmente con
poca fatica, e che mancava solo trovare un modo mediante il quale
l'opere che in quella si facevano si potessono lungo tempo conservare,
and tanto ghiribizzando che trov modo da diffenderle dalle
ingiurie del tempo; per che, dopo avere molte cose esperimentato,
trov che il dar loro una coperta d'invetriato addosso, fatto con
stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al
fuoco di una fornace a posta, faceva benissimo questo effetto, e
faceva l'opere di terra quasi eterne. Del quale modo di fare, come
quello che vi fu inventore, riport lode grandissima e gliene
averanno obligo tutti i secoli che verranno(1).
Con queste parole Vasari sanciva, nel 1550, la nascita di
un mito che ancora oggi non ha perso il suo fascino: il mito
del segreto dei Della Robbia.
Chiunque abbia avuto l'occasione di ammirare una terracotta
invetriata di Luca Della Robbia, per esempio una
Madonna col Bambino al Museo del Bargello, non pu non
esserne rimasto incantato.
Walter Pater, che era un vero esteta, nelle sculture robbiane
ci vedeva una specie di sacra grazia e raffinatezza(2), e
una profonda espressivit, quella che i francesi chiamano
intimit(3). E tutto ci  assolutamente vero: queste caratteristiche
non sono mai assenti nell'opera dello scultore fiorentino. Ma
c' anche un altro elemento, che forse  quello
pi importante di tutti: la luce.
Tali ceramiche, lucide e brillanti, riflettono la luce in modo
cos straordinario che anche dentro l'oscurit delle chiese
sembrano portare un raggio di sole. E il segreto sta tutto
nello smalto, alla cui inimitabile perfezione la bottega dei
Della Robbia dovr la conquista della sua fama.
Luca, capostipite di una vera e propria impresa a conduzione
familiare, inizi a dedicarsi quasi esclusivamente
alle sculture in terracotta invetriata a partire dagli anni
Quaranta del Quattrocento. Lasciato da parte il marmo,
aveva trovato il mezzo d'espressione a lui pi congeniale
nella plastica fittile a cui, con perizia tecnica e genialit
creativa, era riuscito a trasferire i metodi della maiolica.
In sintesi il procedimento era questo: in una prima fase si
modellava l'impasto di argilla e lo si cuoceva, ottenendo
il cosiddetto biscotto; poi si rivestiva il biscotto con uno
smalto stannifero (cio a base di stagno), che alla fine veniva
fissato attraverso una seconda cottura.
In realt l'artista non aveva inventato niente: l'uso di rivestire
stoviglie, vasi e piastrelle di terracotta con uno strato
protettivo, oltre che splendente, di smalti colorati era stato
importato dall'Oriente fin dai tempi dei romani. Della Robbia
ebbe per l'intuizione e la capacit di innalzare la tecnica
della maiolica alle vette dell'arte pi sublime, soprattutto
grazie al fatto che aveva trovato il modo di ottenere smalti
di una qualit senza precedenti. Ed  nelle formule chimiche
di quegli smalti che il leggendario segreto degl'invetriati
di terra sarebbe rimasto custodito per i secoli a venire.
L'unica testimonianza antica a noi nota della tecnica robbiana
 costituita da una ricetta cinquecentesca, relativa
per soltanto all'impasto argilloso. Risale invece al 1548
il trattato dell'architetto e ceramista Cipriano Piccolpasso
dall'eloquente titolo I tre libri dell'arte del vasajo, nei quali
si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti i secreti
di essa cosa che persino al d d'oggi  stata sempre tenuta
nascosta. Piccolpasso, il segreto dello smalto, in quel libro
lo svela in due parole, cos: il piombo fa lustro, e lo
stagno fa bianco(4).
In effetti non ci era andato molto lontano. Recenti analisi
chimiche hanno infatti individuato, tra le componenti
primarie dell'invetriatura robbiana, proprio lo stagno e il
piombo ossidati, uniti quindi a una fritta composta da
un elemento siliceo e uno alcalino per ottenere il bianco, e
da ossido di cobalto per ottenere l'azzurro. Ma il segreto
non risiedeva tanto nell'utilizzo di stagno e piombo, che
era noto, quanto nel dosaggio dei singoli elementi. E di
fatto  stato riscontrato che quell'inconfondibile effetto
tipo colata lattea che caratterizza i bassorilievi dei Della
Robbia si deve all'introduzione nello smalto di una quantit
di ossido di stagno decisamente pi consistente rispetto a
quella presente nelle vernici della concorrenza.
Ci che per per noi rimane tuttora un mistero  come
facessero, nella celebre bottega fiorentina, ad applicarlo,
lo smalto. Per l'applicazione del rivestimento, all'epoca
esistevano due tecniche: l'immersione o la pennellatura. La
prima la dobbiamo scartare, soprattutto per il fatto che tale
metodo impediva, come  ovvio, l'applicazione di colori diversi
alla stessa opera. Restava pertanto la pennellatura. Ma
essendo lo smalto una sospensione acquosa, sarebbe bastato
appoggiare il pennello sulla superficie porosa della terracotta,
per vedersi assorbire in un secondo tutta la vernice in un
punto solo. Con gli smalti attualmente in commercio, molto
pi duri e viscosi rispetto a quelli del passato, l'operazione
non  pi tanto difficile. Ma a quei tempi doveva esserlo un
bel po'. Forse la soluzione consisteva nell'impiego di un
qualche addensante. Ma trattandosi comunque di una sostanza
organica, destinata quindi a scomparire nel processo
di cottura, in che cosa potesse consistere tale addensante
probabilmente non lo sapremo mai.
La bottega dei Della Robbia, la cui conduzione alla morte
di Luca, nel 1482, passer al nipote Andrea, riusc a mantenere
a lungo il monopolio della produzione di terrecotte invetriate.
Almeno fino a quando un'altra famiglia di scultori,
quella dei Buglioni, non aprir la sua, di bottega. Secondo
la leggenda, anche questa alimentata da Vasari, Benedetto
Buglioni avrebbe ottenuto il segreto degl'invetriati di terra
da una donna che frequentava la casa di Andrea Della
Robbia. E chi fosse questa donna misteriosa, anche questa
 una cosa che non sapremo mai.
 Note.
1. Giorgio Vasari, Le vite dei pi eccellenti pittori, scultori e architetti, Newton Compton,
Roma 20138, p. 290.
2. Walter Pater, Il Rinascimento (a cura di Mario Praz), Abscondita, Milano 2000, p. 80.
3. Ivi,p. 81.
4. Cipriano Piccolpasso, I tre libri dell'arte del vasajo, Annesio Nobili, Pesaro 1879
[rist. Arnaldo Forni, Sala Bolognese (bo) 1975], p. 22.


Dracula (quello vero) a Firenze.

Non sopporto di restare a lungo alla luce; mi sento meglio al buio,
nel mistero magmatico da dove escono le forme dell'immaginario
e dell'orrore(1).
Marin Mincu, Il diario di Dracula.

Nel 1992 usciva in Italia, edito da Bompiani, il romanzo
di Marin Mincu Il diario di Dracula. Che non  una storia
di vampiri, bens la rievocazione delle vicende che ebbero
come protagonista Vlad III Drakul, voivoda di Valacchia e
membro dell'ordine del Drago. Secondo Mincu, che per
alcuni anni ha insegnato letteratura rumena all'universit
di Firenze, Vlad Drakul, a tutti noto col nome di Dracula,
nella prima met del Quattrocento avrebbe messo piede
nella citt del giglio, dove sarebbe entrato in contatto con
l'entourage dei Medici alla corte di Cosimo il Vecchio.
In effetti Vlad in  un personaggio che  esistito per davvero.
Figlio di Vlad II Drakul, nacque intorno al 1431 nel
villaggio di Sighioara in Transilvania. La sua non fu una
vita facile. Aveva appena tredici anni, quando suo padre
sped lui e il fratello Radu come ostaggi alla corte del sultano
ottomano Murad II. Si dice che durante questa permanenza
forzata il giovane Drakul sub vessazioni di ogni tipo; il
che avrebbe contribuito a instillare in lui quel sentimento
di odio profondo che non lo avrebbe mai pi abbandonato.
Cos da quando nel 1448 riusc a fuggire, egli non si diede
altro scopo nella vita che la guerra contro i turchi. E con
che metodi e con quanto zelo Vlad in si sarebbe dedicato a
tale sua missione, lo si capisce benissimo dall'appellativo
che gli fu all'epoca affibbiato e con cui poi pass alla storia:
Vlad Tepes, ossia Vlad l'Impalatore.
A dir il vero il voivoda di Valacchia alla storia ci  passato
anche per un altro motivo. Nel 1897 lo scrittore irlandese
Bram Stoker lo ha infatti immortalato nel famoso romanzo
gotico Il conte Dracula, il cui protagonista, come si sa,  un
vampiro. Se veramente Vlad fosse un vampiro, con tanto
di canini sporgenti e una mortale insofferenza nei confronti
dell'aglio e della luce del sole, non si pu affermarlo con
certezza. C' comunque chi pensa di s ed  convinto che le
inquietanti leggende che circolano in Moldavia, la regione
della Transilvania dove  ambientata la storia di Stoker, non
siano affatto prive di fondamento. Ma di questa questione
si sono occupati, fra gli altri, i due professori del Boston
College Florescu e McNelly, e ai loro studi rimandiamo chi
fosse interessato ad approfondire il tema.
Ci che invece interessa noi,  la faccenda del presunto
soggiorno fiorentino dell'Impalatore.  veramente possibile
che Dracula sia stato a Firenze, abbia alloggiato nei suoi
palazzi e passeggiato per le sue strade?
Il racconto di Mincu ritrae Vlad ni quando  ormai giunto
alla fine della sua esistenza. Da anni si trova a Visegrd
dove, rinchiuso nel castello di Mattia Corvino, trascorre i
giorni che gli restano in una prigione sotterranea scavata
sotto il letto del Danubio. Due piccole stanze cui si accede
percorrendo un lungo corridoio. Trascorrono le ore, lui ripercorre
con la memoria i tempi andati, si mette a scrivere un
diario. Tra i vari avvenimenti ricorda di quando, al seguito
di Giovanni Paleologo, imperatore di Bisanzio, giunse a
Firenze in occasione del Concilio del 1439. In quella citt
sarebbe quindi tornato pi volte, avrebbe frequentato l'Accademia
neoplatonica di Careggi e si sarebbe intrattenuto
con Marsilio Ficino, intessendo con lui amabilissime discussioni
sul tema della creazione. Stando al ritratto che ne fa
Mincu, Dracula sarebbe stato infatti un autentico umanista
del XV secolo, che collezionava manoscritti rarissimi, e che
conosceva molto bene il Corpus Hermeticum, il testo chiave
del sapere ermetico rinascimentale.
L'autore de Il diario di Dracula ci ha certamente messo della
fantasia, ma del fatto che il crudele voivoda sia approdato
sulle rive dell'Arno si  sempre detto sicuro. In ogni caso
questa tesi  stata ripresa anche dal ricercatore di Boston
Mario Valdes, che nel 2003 ha pubblicato sulla gazzetta
rumena Magazin Istorie un articolo sull'argomento.
Lo studioso statunitense  convinto di aver individuato il
ritratto di Vlad in tra i personaggi raffigurati da Benozzo
Gozzoli nel ciclo di affreschi La Cavalcata dei Magi, nel
fiorentino palazzo dei Medici Riccardi. In questa grandiosa
pittura muraria Benozzo ha rappresentato il corteo delle
personalit illustri giunte a Firenze per il Concilio del 1439.
Tra queste l'imperatore di Bisanzio, Giovanni Paleologo, e
al suo seguito, tra servitori, paggi e uomini di corte, potrebbe
esserci anche lui: Dracula. Valdes non ha dubbi: quell'individuo
con il tipico copricapo alla moda della Transilvania,
i lunghi boccoli e i baffi, non pu che essere il sanguinario
Impalatore, che del resto, nel suo unico ritratto a noi giunto,
appare raffigurato proprio con queste fattezze.
In verit, nella teoria di Valdes, una falla c'. Nel 1439
Vlad Tepes non aveva che otto anni, quindi certo non poteva
avere i baffi! Occorre per tener presente che Benozzo
Gozzoli ha lavorato al suo affresco tra il 1459 e il 1462;
Vlad era ormai diventato un giovane uomo e come tale
potrebbe quindi averlo rappresentato il pittore fiorentino,
magari basandosi su di un ritratto e su delle descrizioni che
circolavano in quegli anni.
Del passaggio di Dracula a Firenze, per, non vi  traccia
in alcun documento.
 Note.
1. Marin Mincu, Il diario di Dracula, Bompiani, Milano 1992, p. 33.


Beato Angelico o Paolo Uccello?

Nel Museo di San Marco, tra gli affascinanti capolavori
di Guido di Piero, meglio noto come il Beato Angelico, 
esposta la Crocifissione tra i santi Niccol e Francesco. Si
tratta di una tavola dipinta a tempera, datata intorno al 1430
e proveniente dall'oratorio di San Niccol del Ceppo che
sta in via Pandolfini.
Che essa sia stata eseguita dall'Angelico oggi lo danno
per scontato tutti, storici dell'arte compresi. Ma a dire il
vero la paternit di questa Crocifissione non sembrerebbe
affatto scontata.
C' qualcosa che non torna: negli inventari dei beni della
confraternita di San Niccol del Ceppo, infatti, il dipinto
 catalogato come opera di Paolo di Dono, conosciuto ai
pi come Paolo Uccello. In effetti a guardarlo sembrerebbe
davvero uscito dal pennello dell'Angelico. Eppure chi lo
ebbe in custodia per centinaia di anni, cio la confraternita
del Ceppo, nei suoi documenti lo attribuisce all'Uccello,
che  s anche lui un gigante della pittura quattrocentesca,
ma appunto non  l'Angelico!
Per essere precisi il primo inventario della confraternita
che cita esplicitamente l'Uccello come autore della Crocifissione
risale al 1798. Quelli precedenti, che pure sono
numerosi, riportano soltanto l'elenco delle opere e non i
nomi dei rispettivi artisti. Ci perch evidentemente gli
affiliati quei nomi li conoscevano bene, tramandandoseli
di generazione in generazione. E siccome in principio a
commissionare l'opera furono loro, chi l'avesse realizzata
lo sapevano con certezza.
Nonostante i documenti, a partire dai primi anni del Novecento
gli studiosi sono tutti convinti che la tavola sia da
attribuirsi al Beato Angelico. Qualche dubbioso avanza al
limite l'ipotesi dell'opera di bottega, ma nessuno prende
minimamente in considerazione l'Uccello. I tratti stilistici
dell'opera sembrerebbero parlare cos chiaro da non lasciare
adito a dubbi. Ma allora perch le carte d'archivio
riportano il nome di un altro pittore, e cio quello di Paolo
di Dono? Tanto pi che mentre l'Angelico si era conquistato
la fama di grande pittore fin gi dai suoi tempi, per
tutto il Rinascimento l'Uccello fu considerato un artista
mediocre e scarso d'inventiva, che scopiazzava di qua e di
l (soltanto nel secolo scorso la critica ha rivalutato l'autore
della Battaglia di San Romano scorgendo nelle sue opere
la mano di un genio).
Se la Crocifissione fosse stata firmata dall'Angelico, il suo
valore sarebbe stato quindi molto pi elevato, il che rende
ancora meno plausibile l'eventualit di un errore da parte
dei confratelli del Ceppo circa l'attribuzione di quest'opera
in loro possesso.
Ma c' un altro punto interrogativo legato al dipinto custodito
in San Marco. Come la possiamo vedere oggi, la
tavola appare sagomata, e sagomata, per la maggior parte
degli storici, lo  sempre stata. Tuttavia secondo alcuni
studiosi  quasi sicuro che in origine essa presentasse uno
sfondo. Ad avvalorare questa tesi esiste un documento in
cui si dice che nel 1611 la compagnia del Ceppo pag un
legnaiolo per aver tagliato dua santi, e ristretti e messo
sprange dreto che li tengono e acomaodato el crocifisso(1).
Siccome  verosimile che nessuno, nemmeno nel Seicento,
si sarebbe azzardato a ritagliare un'opera dell'Angelico,
l'eventualit che la tavola sia stata sagomata in epoca successiva
alla sua realizzazione fornirebbe un argomento in
pi per l'attribuzione all'Uccello.
D'altra parte anche a favore dell'Angelico non  che manchino
le prove, certo basate soltanto su considerazioni di
ordine stilistico, ma non per questo meno eloquenti.
Al proposito  particolarmente emblematica la vicenda
della figura che nel dipinto rappresenta san Francesco.
 stato riscontrato che questa figura  un falso, probabilmente
ottocentesco, mentre l'originale si trova negli Stati
Uniti, al Philadelphia Museum of Art. Quando e da chi sia
stato effettuato l'atto vandalico di asportare una parte alla
tavola di San Niccol del Ceppo, non si sa con esattezza
(altro mistero); probabilmente il taglio risale all'epoca napoleonica.
 per un dato di fatto che nel 1912, quando il
San Francesco orante di Philadelphia non era ancora stato
identificato come elemento originale della crocifissione
di Firenze, il grande storico dell'arte Bernard Berenson
non ebbe alcuna esitazione ad attribuire il ritratto del santo
all'Angelico. E ci fa invece decisamente propendere per
l'attribuzione angelicana.
Insomma, ricapitolando: i documenti avvalorano la paternit
di Paolo di Dono, le analisi stilistiche quella di Guido
di Piero. Da una parte l'oggettivit delle fonti, dall'altra le
certezze della critica. Uno a uno. Stando cos le cose, sembra
proprio che l'enigma sia destinato a restare insoluto...
 Note.
1. Matteo Poggi - Leonardo Bucciardini, San Niccol del Ceppo: l'enigma insoluto.
Paolo Uccello - Beato Angelico e le Confraternite Fiorentine, Caminito Editrice,
Firenze 2006, p. 94.


L'enigma del 4 luglio 1442.

Cosa accadde a Firenze il 4 luglio 1442? Una nascita illustre?
La stipula di un patto segreto? A tale domanda nessuno
storico  ancora riuscito a fornire una risposta convincente,
eppure quel giorno successe qualcosa. Qualcosa di importante,
di cui per i documenti del tempo tacciono.
Per trovarsi faccia a faccia con questo affascinante mistero,
occorre recarsi nella basilica di San Lorenzo e raggiungere
la Sacrestia Vecchia, quella progettata da Filippo Brunelleschi
tra il 1420 e il 1428. Una volta entrati qui dentro, ci
si affacci sulla scarsella che sta di fronte all'ingresso e ci si
metta a guardare con gli occhi in su. Si noter che la volta
della cupola  meravigliosamente affrescata. Fatto strano, in
quell'affresco non  stato rappresentato un tema di carattere
religioso, bens il cielo scuro di una limpida notte d'estate.
Sullo sfondo blu intenso sono raffigurati i corpi celesti e le
personificazioni delle costellazioni e dei segni zodiacali. Ci
sono i pianeti: il Sole, la Luna, Giove, Venere e Mercurio; ci
sono le figure dello zodiaco: Cancro, Gemelli, Toro e Ariete;
e ci sono le costellazioni: Andromeda, Cassiopea e Perseo.
Il dipinto viene attribuito al fiorentino Giuliano d'Arrigo,
detto il Pesello, ma si presume che nell'ideazione dell'opera
l'artista sia stato affiancato da Paolo dal Pozzo Toscanelli, il
grande matematico e astronomo, che collabor con Brunelleschi
alla costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore e
che forse indic a Cristoforo Colombo la rotta per le Americhe.
E che dietro a quella rappresentazione si adombrino conoscenze
scientifiche di alto livello  fuori di dubbio: il cielo
di San Lorenzo non  stato dipinto a caso, ma sulla base
di un preciso rilievo astronomico. Tanto che sull'affresco
sono state evidenziate pure le coordinate principali della
mappa della sfera celeste.
Di fatto gli astronomi dell'Osservatorio di Arcetri hanno
dimostrato che la posizione delle stelle dipinte dal Pesello
corrisponde esattamente alla configurazione astronomica
che il cielo sopra Firenze doveva presentare il 4 luglio 1442.
Chi quel giorno si fosse trovato nella citt gigliata e avesse
alzato gli occhi al cielo avrebbe infatti potuto osservare il Sole
collocato tra il Cancro e i Gemelli, la Luna in Toro, Giove in
Ariete e Venere in Cancro. E avrebbe potuto constatare la presenza
delle costellazioni di Andromeda, Cassiopea e Perseo.
La questione si complica ulteriormente e si fa ancora pi
intrigante perch una raffigurazione identica, seppur con il
punto di vista leggermente spostato,  stata affrescata anche
nella cappella dei Pazzi, accanto alla chiesa di Santa Croce
(tra l'altro anche la cappella dei Pazzi  stata progettata da
Brunelleschi).
Ora, committenti della mappa del cielo nella Sacrestia
Vecchia furono per certo i Medici; San Lorenzo era in fondo
la loro chiesa di famiglia. Mentre a voler l'affresco
gemello furono i Pazzi, quelli che nel 1478 cospireranno
contro gli stessi Medici arrivando a ucciderne uno, e cio
Giuliano, fratello di Lorenzo il Magnifico.
Perch, e questo  l'enigma, le due famiglie fiorentine vollero
immortalare quel 4 luglio 1442? Isabella Lapi Ballerini,
oggi direttore generale per i Beni culturali e paesaggistici
della Toscana, ha messo in relazione quella data con la
venuta a Firenze di Renato d'Angi, cacciato da Napoli e
in cerca d'aiuto in giro per le corti italiane. Fatto politico,
questo, che di sicuro rivest una grande importanza per la
Repubblica fiorentina. Si tratta per di un'ipotesi che in
ogni caso soltanto in parte svelerebbe l'arcano.
 
Il frammento della Vera Croce
in Santa Maria del Fiore.

Forse non tutti sanno che nella basilica di Santa Maria
del Fiore  custodito un piccolo frammento di legno che
secondo la tradizione sarebbe appartenuto alla Vera Croce,
la croce sulla quale mor Ges. Si tratta di un pezzetto di
legno cruciforme che giunse a Firenze nel luglio del 1454. In
quell'estate era infatti capitato in citt Marco Chestialselim,
un mercante greco sfuggito alla caduta di Costantinopoli. Le
cronache riportano che l'uomo recava con s, oltre al vero
legnio della crocie di Cristo, anche un ritaglio della veste
bianca di Ges e un pezzo della canna con cui il Salvatore
fu schernito nel giardino dei Getsemani. L'arte di Calimala,
che evidentemente non nutriva dubbi circa l'autenticit
di quelle reliquie, acquist tutto quanto e lo consegn in
custodia alla cattedrale cittadina.
Come vedremo, che il frammento ligneo di Santa Maria
del Fiore possa davvero essere autentico non  da escludere.
Prima per cerchiamo di capire cosa ne fu della croce sulla
quale venne crocifisso il Salvatore del mondo. La leggenda
fa iniziare la storia con Adamo che in punto di morte chiede
al figlio Seth di recarsi in paradiso per procurargli l'olio
della guarigione. Ma l'arcangelo Michele, invece dell'olio,
consegna a Seth un ramo dell'Albero della vita, da collocare
nella bocca di Adamo quando verr sepolto. Sulla tomba di
Adamo, quel ramo cresce e diventa un albero rigoglioso.
Salomone trova l'albero e decide di abbatterlo,  sua intenzione
impiegarlo per costruirci il tempio di Gerusalemme.
Gli operai per non riescono a servirsene: le travi che ci
ricavano risultano tutte o troppo corte o troppo lunghe. Anche
quando provano ad aggiustarne la lunghezza la misura
finisce sempre per rivelarsi sbagliata. Quel legno si decide
allora di seppellirlo.
Passano i secoli, Ges viene arrestato e condannato a morte.
E per realizzare la croce, su cui crocifiggerlo, gli israeliti
utilizzano il legno dell'albero di Adamo, che nel frattempo
 misteriosamente riaffiorato dalla terra. Seguono trecento
anni durante i quali le vicende della Vera Croce rimangono
avvolte nel buio; quindi la leggenda cede il passo alla storia.
Nel 312 d.C. la regina Elena, madre dell'imperatore Costantino,
lascia Roma alla volta di Gerusalemme. La sua
missione  quella di ritrovare il Sacro Sepolcro e la croce
su cui fu inchiodato il Cristo. Gli uomini dell'imperatrice
sanno dove cercare: nell'anno 135 l'imperatore Adriano
aveva infatti eretto sul luogo del Sepolcro un tempio dedicato
a Venere, con lo scopo di cancellare ogni traccia della
nuova religione. Sicch si comincia a scavare proprio l
sotto fino a quando, accanto alla sacra tomba, vengono alla
luce tre croci. Tutti presumono che una sia quella di Ges
e le altre quelle dei due ladroni che furono crocifissi con
lui, ma rimane il problema di capire quale delle tre possa
essere ricondotta al Salvatore. La questione viene risolta
su suggerimento di Macario, vescovo di Gerusalemme, che
propone diraccostare le croci, una dopo l'altra, a una donna
gravemente malata. L'espediente funziona perch la donna
guarisce miracolosamente non appena sfiorata dal legno di
quella che evidentemente  la Vera Croce.
Una volta entrata in possesso della preziosa reliquia, la
regina Elena la suddivide in alcune parti, di cui una rimane
a Gerusalemme, mentre le altre vengono inviate a Roma e a
Costantinopoli. Da allora i frammenti del lignum crucis si
sono diffusi in ogni angolo dell'impero romano. Nel convento
spagnolo di Santo Toribio de Libana e nell'abbazia
di Nonantola sono custoditi due dei frammenti pi grandi.
Altri pezzetti del presunto legno sacro si trovano nella
cattedrale di Notre-Dame a Parigi, nella basilica di Santa
Croce in Gerusalemme a Roma e nel duomo di Pisa. E a
Firenze, oltre che in Santa Maria del Fiore, un frammento
della croce di Cristo  conservato pure presso la basilica
di Santa Croce.
Ma le chiese che, sparse per il mondo, possono vantare di
possedere qualche scheggia della Vera Croce sono decine
e decine. Ovviamente, che questi frammenti possano tutti
ritenersi autentici  assai improbabile. Nel 1543 il teologo
francese Giovanni Calvino compose un piccolo trattato
sulle reliquie in cui con ironia osservava che, se si fossero
riuniti insieme tutti i pezzi che si dicevano appartenere alla
croce di Ges, questi avrebbero potuto costituire l'intero
carico di una nave. Il che secondo Calvino era sufficiente
a dimostrare la non autenticit di quelle reliquie, con ogni
evidenza frutto delle contraffazioni di mercanti disonesti.
In realt i supposti frammenti della croce custoditi nei
luoghi di culto cristiani non sono cos numerosi. Nel 1870
l'architetto parigino Charles Rohault de Fleury prov a
catalogarli tutti e giunse a una conclusione sorprendente.
L'insieme delle reliquie della croce presenti in Europa
ammonterebbe a un volume di appena 0,004 metri cubi, un
cubetto pari a meno dell'otto per cento del totale del legno
necessario a costruire una croce romana del I secolo. Cos,
se rimane probabile che alcuni pezzi siano dei falsi, non
 nemmeno possibile escludere a priori che altri possano
invece essere autentici.
Tra l'altro alcune schegge provenienti da Notre-Dame di
Parigi, dal duomo di Pisa, da Santa Croce in Gerusalemme
a Roma e dal duomo di Firenze sono state analizzate al
microscopio ed  risultato che derivano tutte da alberi di
ulivo. Si tenga presente che in legno di ulivo fu realizzata
anche la croce su cui venne giustiziato l'uomo i cui resti
sono stati rinvenuti nel 1968 presso la necropoli di Giv'at
ha-Mivtar a Gerusalemme.
Al momento la scienza non ha ancora fornito risposte
pi precise sull'effettiva natura di questi reperti, ma fino a
quando non sar chiarita per lo meno l'et dei frammenti,
la questione della loro presunta appartenenza alla croce del
Calvario rimane aperta. E queste considerazioni valgono
anche per la reliquia di Santa Maria del Fiore: che si tratti
di un falso per ora non sussistono le prove.
Chi fosse interessato a vedere il frammento del sacro
legno custodito nella basilica fiorentina deve recarsi nella
cappella della Croce. Qui, in una nicchia ricavata nella
parete di fondo,  esposto il sontuoso reliquario del XVIII
secolo che contiene il pezzetto della Santissima Croce. Un
piccolo cartiglio reca l'iscrizione: crux de ugno crucis
ET DE VESTE CHRISTI.
Nell'altare di questa cappella sono conservate altre reliquie
insigni: la testa di san Giovanni Crisostomo, alcuni
frammenti ossei dei santi martiri Liberato e Celestino, un
pezzo della colonna cui fu legato Ges durante la flagellazione,
un dito di san Sebastiano, una costola di santa Maria
Maddalena e un osso di santa Filomena.
 
Matteo Palmieri e la sua
teoria della reincarnazione.

Questi i motivi per cui Matteo Palmieri pass alla storia:
una ricca carriera politica, una discreta produzione letteraria
in cui spicca un trattato sulla Vita civile e le sinistre vicende
che lo videro coinvolto dopo la sua morte.
Palmieri nacque a Firenze nel 1406. Suo padre era uno
speziale e per alcuni anni anche lui si impegn presso la
spezieria di famiglia, situata in via Pietrapiana (ancora oggi,
nel luogo in cui aveva sede tale bottega, c' una farmacia:
la storica farmacia del Canto alle Rondini).
La sua vera passione era per l'esercizio dell'intelletto.
Allievo di illustri maestri come Carlo Marsuppini e Ambrogio
Traversari, studi grammatica, retorica e latino; e tra le
sue amicizie si possono annoverare i pi noti umanisti della
Firenze dell'epoca: Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini e
Niccol Dati.
Convinto sostenitore dei Medici e della tradizione repubblicana,
Palmieri arriv quindi a rivestire importanti
cariche politiche. Fu gonfaloniere di compagnia, priore,
membro del consiglio dei dodici buonomini e addirittura
gonfaloniere di giustizia.
Quando mor, nell'aprile del 1475, l'umanista fu sepolto
con tutti gli onori nella cappella di famiglia presso San Pier
Maggior, una chiesa fondata nell'XI secolo, ma che oggi non
esiste pi, essendo stata demolita nel 1784.
In fondo gli era anche andata bene. L'esistenza di un certo suo
manoscritto segreto, di cui soltanto gli amici pi stretti erano
al corrente, non era ancora saltata fuori. Se si fosse saputo di
quel manoscritto, di sicuro l'ex gonfaloniere di giustizia non
sarebbe morto di morte naturale, ma bruciato sul rogo.
Per dieci anni Palmieri aveva lavorato alla Citt di vita,
un poema in volgare di ispirazione dantesca. Il contenuto
dell'opera, a sfondo allegorico ed esoterico, traeva spunto
da alcune teorie di ascendenza pitagorica e neoplatonica. In
particolare, indagando sulla natura dell'anima, l'intellettuale
fiorentino era giunto a sostenere l'idea della metempsicosi,
ossia della reincarnazione. Tale argomento, insieme a
quello, a esso strettamente collegato, della preesistenza
dell'anima sul corpo, certo non rientrava nell'impianto
dottrinale ufficialmente accettato dalla Chiesa. Anzi, di
fronte a un tribunale dell'inquisizione sarebbe passato per
una bestemmia.
Dunque, per evitarsi scomode (e pericolose) accuse di
eresia, Palmieri consegn il codice della Citt di vita al proconsole
dell'arte dei notai, con la clausola che non venisse
aperto da alcuno se non dopo la sua morte. Per decenni,
quei versi rimasero custoditi, dimenticati da tutti, nella
sede della prestigiosa corporazione in via del Proconsolo.
Ma nel 1557 l'Arno strarip dando luogo a una delle pi
devastanti alluvioni della storia di Firenze. E quando fu il
momento di accertare i danni che l'acqua aveva procurato
ai documenti conservati nel palazzo di via del Proconsolo,
le scottanti-carte di Palmieri rividero la luce del sole.
L'autore del poema aveva da un pezzo lasciato questo
mondo, eppure la Chiesa trov lo stesso il modo di dar
sfogo alle sue ire. Le spoglie di Matteo Palmieri vennero
riesumate dalla cappella in San Pier Maggiore e seppellite
da qualche parte, in territorio sconsacrato.
Attualmente una delle copie manoscritte dalla Citt di vita
 custodita tra i plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana,
alla collocazione Plut. 40,53. E i fogli di pergamena
mostrano ancora le tracce lasciatevi dall'acqua nel 1557.
 
L'America e l'affresco del Ghirlandaio.

All'alba del 3 agosto 1492 tre navi, la Pinta, la Nina e
la Santa Maria, salpano dal porto spagnolo di Palos de la
Frontera e fanno rotta verso le Canarie. Alla guida della
spedizione sta l'esploratore genovese Cristoforo Colombo,
la cui intenzione  quella di raggiungere le Indie
navigando verso occidente. La mattina del 12 ottobre le
tre caravelle approdano sull'isolotto corallino di Guanahani,
nelle Bahamas. Poi giungeranno a Cuba e a Haiti
e ai primi di marzo dell'anno successivo rientreranno
in Europa. Nel 1492 Cristoforo Colombo ha scoperto
l'America, ma non lo sa. Sa di aver esplorato delle terre
sconosciute, ma  convinto che quelle terre appartengano
al continente asiatico.
Firenze, 1472. Mancano esattamente vent'anni alla grandiosa
scoperta geografica che cambier il volto del mondo.
E, nella chiesa di Ognissanti, Domenico Bigordi detto il
Ghirlandaio affresca la Madonna della Misericordia. A
commissionargli l'opera  il nonno di Amerigo Vespucci,
il celebre navigatore fiorentino da cui il quarto continente
della terra, il Nuovo Mondo, erediter il nome: America.
Il dipinto in questione rappresenta la Vergine Maria che
accoglie, sotto il mantello tenuto aperto da una coppia di
angeli, sei personaggi maschili e sei femminili. Si ritiene
che in quelle figure, inginocchiate ai piedi della Vergine, il
Ghirlandaio abbia immortalato proprio gli esponenti della
famiglia Vespucci. Il che per quei tempi costituisce una
novit. Allora l'iconografia tradizionale delle Madonne della
Misericordia prevedeva infatti che a esser raffigurati sotto il
mantello della Vergine fossero gruppi di persone anonime.
Qui invece l'uomo anziano ritratto di spalle probabilmente
 il nonno del celebre navigatore Amerigo Vespucci (un
giurista che si chiamava anche lui Amerigo) e la donna alla
sua destra, anche lei di spalle, sua moglie Nanna.
Tra gli altri membri dell'illustre casato fiorentino, nell'affresco
pare siano raffigurati Giovanni Vespucci e la sua
consorte, o Nastagio Vespucci e Lisa Mini, i genitori dell'esploratore
Amerigo. Amerigo  il giovane adolescente che
appare a sinistra della Madonna. Non  sicuro al cento per
cento che sia proprio lui, ma molti studiosi presumono di s.
E anche questo  un fatto inconsueto. Di solito nei dipinti di
rappresentanza si usava far ritrarre i primogeniti, mentre
Amerigo  soltanto il terzo dei quattro figli di Nastagio. E
di sicuro non ha ancora raggiunto la gloria: la sua prima
esplorazione la porter a termine nel 1498.
In mezzo alle personalit dipinte dal Ghirlandaio l'unica
che di cognome non fa Vespucci  quella con la ntria in
testa. Sono in molti a credere che si tratti del teologo e monaco
domenicano Antonino Pierozzi, noto soprattutto come
il sant'Antonino patrono di Firenze. Nominato arcivescovo
della citt gigliata nel 1446, sant'Antonino mor nel 1459,
e cio molti anni prima che venisse eseguito l'affresco di
Ognissanti.-Che cosa ci fa, allora, sant'Antonino su quel
dipinto? E che cosa c'entra con i Vespucci?
A tale domanda hanno tentato di rispondere Claudio Piani
e Diego Baratono. I due ricercatori hanno messo in evidenza
come Pierozzi fosse molto vicino a quella famiglia di ricchi
mercanti, in particolare all'ecclesiastico Giorgio Antonio
Vespucci, zio di Amerigo e figura di spicco della Firenze
del Quattrocento. Letterato coltissimo, amico di Marsilio
Ficino e importante precettore di greco e di latino, nel 1497
Giorgio Antonio entr nell'ordine dei domenicani presso il
convento di San Marco, dove rivest il ruolo di mansionario
della biblioteca. E dove lavor in stretto contatto con Paolo
dal Pozzo Toscanelli, il matematico, astronomo e cartografo
fiorentino, celebre, oltre che per aver aiutato Brunelleschi
nella progettazione della cupola di Santa Maria del Fiore,
anche per aver suggerito a Colombo la rotta pi breve per
raggiungere le Indie.
Anche sant'Antonino, priore del convento di San Marco
tra il 1439 e il 1444, aveva intrattenuto rapporti di amicizia
con Dal Pozzo Toscanelli. Tra gli interessi che i tre eruditi
avevano in comune di sicuro c'era quello per la geografia.
Dal Pozzo fu il cartografo di riferimento di Colombo e
sappiamo che Giorgio Antonio cur un prezioso atlante
tolemaico. Sant'Antonino era addirittura arrivato a presagire
che le terre emerse del globo non fossero tre, ma quattro.
Extra tre partes orbis quarta est pars trans Oceanum,
interiorem in media zona terrae posita, aveva scritto il
santo. Oltre alle tre parti (conosciute) del globo esiste una
quarta parte di l dell'Oceano (che ) frapposto, situata nella
fascia mediana della terra(1).
A quell'epoca l'idea che i continenti potessero essere
quattro non era soltanto avanti sui tempi, era semplicemente
eretica. Nella Genesi sta infatti scritto che le terre emerse
sono tre. Tre sono i figli di No, Cam, Sem e Jafet, e tre le
terre che i loro discendenti, i Camiti, i Semiti e i Giapeti,
andranno a popolare dopo il Diluvio: l'Africa, l'Asia e
l'Europa. Basti pensare ai guai che nel Seicento avrebbe
passato Galileo Galilei, per rinfrescarsi la memoria su come
la Chiesa reagisse di fronte alle teorie in contrasto con gli
assunti contenuti nella Bibbia.
Comunque la rivoluzionaria visione del mondo intuita da
sant'Antonino trova a Firenze terreno fertile, certo non viene
sbandierata ai quattro venti, ma viene accolta nell' Accademia
neoplatonica di Ficino, intorno a cui gravita appunto
anche Giorgio Antonio, zio di Amerigo.
E allora non potrebbe essere che, come hanno intuito Piani
e Baratono, il ritratto di Pierozzi presente sull'affresco dei
Vespucci risponda a un disegno tanto preciso quanto per
noi enigmatico, che va al di l di una mera questione devozionale
(sant'Antonino patrono di Firenze)? Pu davvero
considerarsi una coincidenza che sant'Antonino, colui che
si era convinto dell'esistenza di un quarto continente, compaia
in un dipinto proprio insieme ad Amerigo, colui che al
quarto continente avrebbe dato il nome? Rimane il fatto,
e questo  il punto, che il dipinto  stato eseguito nel 1472
e che a quella data sulle coste dell'America ufficialmente
non ci era ancora approdato nessuno.
Sulla Madonna della Misericordia c' pure un altro dettaglio,
che non  sfuggito ai due ricercatori. Ha a che fare
con l'iscrizione riportata sullo stilobate su cui poggia i piedi
la Vergine: Misericordia Domini Piena Est Terra (La
Terra  piena della misericordia di Dio). E non  che anche
in queste parole (Salmi, 33,8) sia possibile intravedere
un'allusione a temi di natura cosmologica e geografica?
Un sottile rimando alla profezia di una nuova ecumene, in
procinto di essere rivelata al mondo? Il salmo in questione
 intitolato Lode a Dio, Signore del Creato, e forse chi l'ha
voluto riportare sul dipinto del Ghirlandaio sapeva che il
Signore la Terra l'aveva creata pi grande di quanto allora
si credesse. Probabilmente queste sono soltanto congetture,
ma non  detto.
Altra sottile coincidenza: tra i titoli pi antichi attribuiti
alla Vergine figura quello di Stella Maris, la stella del
mare, ed  con questo appellativo che i navigatori si rivolgevano
a Maria per invocarne la protezione durante i
loro viaggi. Stella Maris  infatti anche uno dei nomi della
stella polare. E proprio sotto la protezione della Vergine, i
Vespucci, famiglia di naviganti, si sono fatti ritrarre... Ma
i nessi, forse non del tutto casuali, in questa vicenda non
sono ancora finiti. Ne manca uno, il pi eclatante.
Germania, 1901. Nel castello di Wolfegg, un comune situato
nel Land del Baden-Wurttemberg, il professore Joseph
Fischer rinviene una carta geografica le cui tracce si erano
perse da quattro secoli. Il documento  di straordinaria
importanza. Si tratta infatti della celebre Universalis
Cosmographia Secundum Ptholomaei Traditionem et Annerici
Vespucii aliorumque lustrationes, il primo mappamondo
della storia in cui sia stata riportata la reale morfologia
geografica del Nuovo Mondo.
La carta geografica era stata redatta e quindi pubblicata il
25 aprile 1507 dal cartografo tedesco Martin Waldseemuller.
In origine tale documento stava in allegato a un trattato
geografico, la Cosmographiae Introductio, che a sua volta
costituisce una pietra miliare nella storia del mondo moderno.
 nella Cosmographiae Introductio, infatti, che per la prima
volta viene definitivamente ratificata l'esistenza del quarto
continente della Terra. E non  tutto, perch nel nono capitolo
di quel trattato si consuma quello che potremmo definire il
rito ufficiale del battesimo del Nuovo Mondo.  qui che in
sostanza viene sancito una volta per tutte che le terre da poco
scoperte porteranno il nome di Amerigo Vespucci.
Oggi queste parti sono state ampiamente esplorate e una quarta
parte  stata scoperta da Amerigo Vespucci, come si dir nelle
pagine seguenti: io non vedo ragione perch noi non la dobbiamo
chiamare a partire dal nome di colui che l'ha scoperta, Americo
uomo dall'intelligenza penetrante, vale a dire Amerige la terra di
Amerigo, ovvero America(2).
La Cosmographiae Introductio, insieme alla mappa del
mondo di cui si  detto, era stata elaborata e poi anche stampata
a Saint-Di-des-Vosges, un paesino della Lorena situato
ai piedi dei Vosgi. Qui aveva sede il cosiddetto Ginnasio
vosgense, un cenacolo di eruditi che, fondato da Gauthier
Lud, segretario del duca Renato il d'Angi, si sarebbe presto
configurato come uno dei centri di cultura umanistica
e scientifica pi all'avanguardia di tutta la Francia. Ed 
presso il cenacolo dei Vosgi che prender il via l'ambizioso
progetto di ridisegnare la geografia di Tolomeo a cui,
oltre a Waldseemuller, lavoreranno Nicolas Lud, Matthias
Ringmann, Jean Plerin e Jean Basin de Sandaucourt.
Ma torniamo alla mappa scoperta nel castello di Wolfegg.
Questa rappresentazione geografica suscita negli storici
molti punti interrogativi. Sembrerebbe infatti che i suoi
contenuti cartografici siano troppo anacronistici per l'epoca
in cui fu stampata. Colombo era arrivato in America
meno di quindici anni prima, e soltanto per compiere la
traversata dell'oceano ci voleva un mese. Come aveva fatto
Waldseemuller a tracciare in modo cos dettagliato le terre
del continente americano sul versante del Pacifico? Il che ha
fatto ipotizzare a molti studiosi che le spedizioni nelle terre
americane in realt siano cominciate molto prima dell'anno
1492. Cos la mappa dei Vosgi ha portato alla luce un enigma
che se risolto potrebbe far riscrivere i libri di storia. Ma
qusta non  la sede per approfondire la questione.
Ci che qui interessa rilevare  che la carta geografica di
Waldseemuller presenta uno strano particolare che rimanda
direttamente all'affresco del Ghirlandaio nella chiesa di
Ognissanti. Come hanno scoperto Piani e Baratono, in quel
mappamondo la raffigurazione dei continenti  incorniciata
da una sagomatura il cui profilo  identico a quello del mantello
della Vergine nella Madonna della Misericordia. I due
profili sono identici a tal punto da risultare perfettamente
sovrapponibili. Che possa trattarsi di una coincidenza 
davvero improbabile. Molto pi facile supporre che i Vespucci
di Firenze fossero ai tempi entrati in contatto con gli
eruditi dei Vosgi. E probabilmente tali contatti ebbero luogo
davvero, anche se il come e il quando sono ancora tutti da
dimostrare. Ma anche se venisse chiarita tale questione, la
misteriosa trama di rimandi e di allusioni, le enigmatiche
corrispondenze e i curiosi anacronismi che a quanto pare si
nascondono dietro a tutta questa storia, rimarrebbero ben
lungi dall'essere svelati.
Cristoforo Colombo ha scoperto l'America nel 1492, ma
non se ne  reso conto. Amerigo Vespucci  stato il primo
a nutrire la consapevolezza di essere approdato sulle coste
del Mondo Nuovo, e questo  il motivo per cui il quarto
continente oggi si chiama America. Colombo  morto, in
condizioni di assoluta povert, nel 1506 a Valladolid. Nel
1507 un gruppo di cosmografi riuniti ai piedi dei Vosgi ha
inserito in un mappamondo, dove tra l'altro per la prima
volta appare una rappresentazione cartografica del continente
americano, un inequivocabile rimando a un affresco
eseguito a Firenze. Un affresco in cui sono stati ritratti gli
esponenti dei Vespucci, ma che  stato portato a termine nel
1472, e cio vent'anni prima della rivoluzionaria scoperta.
Certo i puntini ci sono tutti, occorre soltanto unirli...
Nel 2001 la celebre carta geografica, la Universalis
Cosmographia,  stata venduta dal principe di Waldburg-Wolfegg
alla biblioteca del Congresso di Washington per
dieci milioni di dollari.
 Note.
1. Claudio Piani - Diego Baratono, I segreti delle antiche carte geografiche. Simbologie
mariane e cartografie per il Nuovo Mondo, Albatros, Roma 2011, p. 157, n. 77.
2. Ivi, p. 22.


Il Tesoretto del granduca.

Esiste in Palazzo Vecchio una stanzetta segreta, dove a
parte il granduca non poteva entrare nessuno. Che cosa il
granduca facesse l dentro non era dato sapere. Cosimo I
de' Medici si era fatto ricavare quel piccolo vano cubico
nello spessore del muro del palazzo, sul lato di via della
Ninna. Quando l'architetto di corte, che era Giorgio Vasari,
ne termin la costruzione, correva l'anno 1562.
Calata la notte, il granduca si ritirava nella sua camera.
Congedava i servi, apriva una porticina e col lume in mano
da solo saliva l'angusta scala che portava al suo stanzino.
Nonostante il soffitto sfarzosamente decorato con stucchi
e affreschi e i marmi pregiati del pavimento, il luogo  nel
complesso sobrio e anche un po' austero. Le pareti sono
tutte rivestite di pannelli in legno di noce intagliato che,
incorniciati dalla pietra serena, chiudono degli armadi
incassati nel muro. Voci maliziose dicevano che in quegli
armadi Cosimo I teneva i suoi tesori, ori e pietre preziose,
e che di notte passava le ore a lucidarli.
In realt non  cos. Nel suo studiolo il Medici conservava
s oggetti preziosi e curiosit, reperti archeologici e
sofisticati strumenti scientifici, ma soprattutto vi custodiva
dei manoscritti rari che trattavano di una materia oscura
riservata a pochi adepti: l'alchimia.
Molti di quei manoscritti erano stati redatti apposta per
lui dai pi famosi alchimisti d'Europa. E lui si chiudeva
nello stanzino per leggerli e meditarli. Alla luce fioca delle
candele, Cosimo studiava e prendeva anche appunti, pagine
e pagine che oggi costituiscono un libro intitolato Cosimo I
Gran Duca di Toscana. Raccolta di segreti alchimici con
sue postille originali.
Tanto per farsene un'idea, questi i titoli dei capitoli che
formano il suddetto manoscritto: Il segreto di Bacone -
Pratica di Papa Clemente sesto - A far olio di antimonio
- A trarre il solfo del antimonio - Per le palme rosse delle
mani crepate - Moltiplicatio d'oro e d'argento - A far acqua
odorifera - Bianco di fuoco sopra a rame - Ad faciendam
aquam vitae perfectissimam et facillimam - Bianco ottimo
e provato di undici leghe - Modi di pigliare assai pesci -
Ricetta per occhi - A fare smeraldi - A fare oro di scudi - A
fare oro di argento - Segreto mirabile di Rinaldo da Villa
Nuova - Purgatio del rame per l'opera - Relatio sopra la
pietra dei filosofi(1).
Tutte quelle operazioni, che avevano a che fare con la
ricerca della pietra filosofale, con la fabbricazione dell'oro
e con la trasmutazione dei metalli, a noi profani oggi
sembrano incomprensibili, ma per chi era stato iniziato ai
misteri dell'alchimia esse racchiudevano il segreto della
rinascita interiore e la chiave di accesso ai tenebrosi domini
degli inferi e alle luminose vette del cielo.
Allo stanzino di Cosimo venne assegnato il nome di Tesoretto:
il Tesoretto del granduca. In genere si ritiene che
quel nome si riferisse alle preziosit riposte negli armadi.
Ma come ha osservato lo studioso Lensi Orlandi Cardini
il termine doveva piuttosto rifarsi a un significato di tipo
ermetico, lo stesso significato che forse  adombrato in un
poema composto nel Duecento da Brunetto Latini il cui
titolo  appunto Il Tesoretto.
Nella volta dello studiolo, Vasari ha affrescato otto scene
che rappresentano la personificazione delle arti e delle
scienze: la Musica, la Scultura, l'Architettura, la Pittura,
l'Astronomia, la Geometria, la Poesia e la Filosofia. Al centro
campeggiano invece le figure alate dei quattro evangelisti:
Matteo con la testa d'uomo, Luca con la testa di bue, Marco
con la testa di leone e Giovanni con la testa d'aquila. Si
tratta dei quattro animali che apparvero a Ezechiele durante
l'esilio babilonese.
Quelle scene vanno lette in chiave allegorica. Le scienze
e le arti simboleggiano infatti i gradini che l'adepto deve
salire per raggiungere il suo scopo, la morte iniziatica e la
successiva rinascita, mentre la luminosa visione al centro
della volta richiama la conquista da parte dell'iniziato della
vita eterna, e cio il raggiungimento di quello stato dell'esistenza
che nel linguaggio alchemico  indicato come la
conquista della pietra.
Nel Settecento i Lorena, che subentrarono ai Medici nella
reggenza del granducato di Toscana, dismisero Palazzo
Vecchio e del Tesoretto di Cosimo si persero le tracce. La
stanzetta segreta torn alla luce nel 1908 durante i lavori di
ripristino del palazzo. Oggi  aperta al pubblico.
 Note.
1. Giulio Cesare Lensi Orlandi Cardini, Cosimo e Francesco de' Medici alchimisti,
Nardini, Firenze 1978, p. 73.


Contributi fiorentini alla clipeologia.

La clipeologia  una disciplina che si  sviluppata a partire
dal secolo scorso e che si occupa di analizzare reperti
archeologici, opere artistiche e fonti scritte del passato alla
ricerca di prove che possano avvalorare l'ipotesi secondo
cui esseri extraterrestri avrebbero visitato il nostro pianeta
fin dalle epoche pi antiche.
Il termine deriva dalla parola latina clipeus che indica lo
scudo tondeggiante usato dai legionari romani. Ma nello
specifico si riferisce soprattutto ai clipei ardentes, e cio a
quei misteriosi dischi infuocati apparsi nel cielo, di cui ha
parlato per esempio Tito Livio nei suoi Ab Urbe condita
libri CXLII. Nel secolo precedente Diodoro Siculo aveva
invece menzionato, nella Bibliotecha historica, una torcia
volante, ma il senso  sempre quello: inspiegabili oggetti
volanti non identificati sono stati in passato oggetto di avvistamenti,
di cui esistono numerose testimonianze. Tali
testimonianze sono state riportate da cronisti considerati
pi che attendibili, e questo qualcosa vorr pur dire.
Del resto, che strane cose riconducibili a presunti velivoli
alieni abbiano anticamente solcato anche i cieli di Firenze
parrebbe trovar conferma nientemeno che negli scritti dei
due pi accreditati cronisti fiorentini del Medioevo. Nel
1301 lo storico Dino Compagni avvist una croce luminosa
proprio sopra il palazzo dei Priori. L'oggetto, di colore
vermiglio, brill nel cielo soltanto per qualche istante, ma a
vederlo furono in tanti. L'episodio fu riportato dallo stesso
Compagni nella sua famosa Cronica delle cose occorrenti
ne' tempi suoi. Giovanni Villani, nell'altrettanto famosa
Nuova Cronica, ha invece tramandato ai posteri altre due
emblematiche apparizioni. L'una si verific nel maggio
del 1309, quando nelle prime ore della notte apparve in
aria un grandissimo fuoco, grande in quantit d'una grande
galea, correndo dalla parte di aquilone verso il meriggio con
grande chiarore, sicch per quasi tutta Italia fu veduto, e fu
tenuto a grande meraviglia(1). L'altra ebbe luogo nel 1324,
quando dopo il suono delle tre ore venne in Firenze uno
grandissimo terremoto, ma dur poco, e la sera vegnente
uno grandissimo raggio di vapore di fuoco si vidde volare
sopra la citt(2).
Ritenere che resoconti di questo genere altro non siano
che il frutto di un'ingenua mentalit medievale, forse non
 del tutto esatto. Anche il Rinascimento ha infatti potuto
annoverare un avvistatore di UFO di tutto rispetto: Benvenuto
Cellini. Che nella sua autobiografia ha appunto riferito di
uno degli episodi pi noti tra i paleoufologi. Lo scultore del
Perseo aveva appena lasciato Firenze alla volta di Roma
quando, giunto in groppa al suo cavallo in cima a un'altura,
non pot fare a meno di notare ci che difficilmente sarebbe
potuto passare inosservato. Un gran trave di fuoco, il
quale scintillava e rendeva grandissimo splendore(3) stava
fluttuando sopra i tetti della citt del Giglio!
Per i clipeologi l'oggetto volante descritto da Cellini presenta
le inconfondibili caratteristiche del tipico UFO
sigariforme, protagonista di tantissimi avvistamenti anche
in tempi recenti. Ma pure dei pi popolari UFO a forma
discoidale, i classici dischi volanti per intenderci, non
mancano tracce in certi eclatanti documenti che la storia ci
ha consegnato scavalcando i secoli.
Per poterne visionare uno, di questi documenti, basta
entrare nella Galleria dell'Accademia e piazzarsi davanti
alla Tebaide di Paolo Uccello. Al centro del dipinto, datato
1460,  chiaramente visibile un oggetto di colore rosso, a
forma di disco con tanto di cupola, che in effetti sembra
svolazzare sospeso a mezz'aria. Per gli ufologi quella cosa
 indiscutibilmente un UFO, per gli storici dell'arte si tratterebbe
invece del cappello cardinalizio che, nell'iconografia
tradizionale, spesso accompagna la rappresentazione di san
Girolamo.
Senza dubbio, per, l'opera d'arte pi studiata dai cacciatori
di antiche presenze aliene  la Madonna col Bambino
e san Giovannino custodita nella sala di Ercole, al secondo
piano di Palazzo Vecchio. Popolarmente conosciuta come la
Madonna dell'UFO, la tavola  ascrivibile al XV secolo ed 
stata attribuita al Maestro del Tondo Miller, o a un qualche
anonimo pittore della scuola del Ghirlandaio. Sullo sfondo
della rappresentazione  raffigurata una scena in cui un
pastore osserva un oggetto grigio piombo, inclinato sulla
sinistra e anch'esso dotato di una cupola, da cui si irradiano
dei raggi dorati. Secondo la versione ufficiale, l'entit non
sarebbe un oggetto volante non identificato, come invece
sostiene la comunit degli ufologi, bens la nube luminosa
che, secondo l'apocrifo protovangelo di Giacomo, avrebbe
illuminato la Nativit. L'opera rimane tuttora al centro di
un acceso dibattito.
 Note.
1. Giovanni Villani, Nuova Cronica, vol. II, Guanda, Parma 1991, p. 201.
2. Ivi,p. 462.
3. Benvenuto Cellini, Vita, Rizzoli, Milano 1999, p. 304.


Plasmodium falciparum
il killer dei Medici.

Poggio a Caiano, autunno 1587. Il granduca Francesco I
de' Medici e la sua seconda moglie Bianca Cappello si sono
ritirati in villa per starsene un po' tranquilli. Il granduca
 un appassionato cacciatore, e quello  il periodo giusto
per la caccia dei daini. Ospite della coppia, il cardinale
Ferdinando, fratello di Francesco. La sera dell'8 ottobre il
granduca si sente male: febbre violenta accompagnata da
attacchi di vomito. Non se ne preoccupa pi di tanto, tutto
il giorno era stato fuori a cavallo, si era strapazzato troppo
e quello era il risultato. Poi per va a letto, e da quel letto
non si alzer pi. Dopo dieci giorni di agonia, il 19 mattina
il granduca si confessa, detta le sue ultime volont, e poi
muore. Aveva quarantasei anni.
Nel frattempo, nella stanza accanto, la moglie non se la
passava meglio. Anche lei era stata colta da una febbre altissima
e anche lei era a letto afflitta dagli stessi sintomi che
affliggevano il marito: febbre associata a violenti brividi,
vomito, secchezza delle fauci, momenti di irrequietezza alternati
a profonda astenia, delirio e perdita di conoscenza. La
morte la colse il giorno 20. Lei di anni ne aveva trentanove.
I medici di corte si erano da subito detti sicuri che si trattasse
di febbre malarica terzana. Tra l'altro la zona della
villa, ricca di coltivazioni di riso, era ben nota per essere
infestata dalle zanzare della malaria. La diagnosi di morte
per febbre malarica venne comunque confermata dall'autopsia
ufficialmente richiesta da Ferdinando. Il cardinale
aveva voluto sottoporre le spoglie dei congiunti all'esame
autoptico anche per mettersi al riparo dai sospetti che sapeva
sarebbero presto gravati su lui. Era infatti risaputo come tra
i due fratelli non corresse buon sangue. Ferdinando detestava
l'astuta Bianca, e ancora di pi detestava il fatto che
Francesco l'avesse sposata. E poi Francesco era granduca,
e lui no...
In effetti non pass molto tempo e a Firenze presero a circolare
voci e pettegolezzi. E ovviamente i sospetti caddero su
Ferdinando. Si mormorava che a uccidere fratello e cognata
fosse stato lui con il veleno. E che quella dell'autopsia fosse
una montatura per far tacere la cosa. Cos in quegli anni si
delinearono tutti gli elementi che avrebbero fatto di quella
triste storia uno dei gialli pi famosi del Rinascimento,
epoca del resto famosa, oltre che per l'arte, anche per il
veleno facile.
Certo per essere un giallo mancava il colpo di scena, ma
alla fine arriv pure quello, sebbene quattrocento anni pi
tardi. Era il 2006 e la prestigiosa rivista scientifica British
Medical Journal pubblic un articolo con il clamoroso
verdetto: a uccidere il granduca e la sua consorte non fu la
malaria, ma l'arsenico. In quell'articolo un'quipe di tossicologi
forensi dell'universit di Firenze sosteneva di aver
trovato le prove di quello che a tutti gli effetti non poteva
che essere un caso di avvelenamento.
In un vano sotto il pavimento della chiesa di Santa Maria a
Buonistallo, nei pressi della villa di Poggio a Caiano, erano
stati rinvenuti i vasi contenenti le viscere di Francesco I e
Bianca Cappello. Quei vasi, come riportato nei documenti,
furono inumati l sotto in seguito all'autopsia, mentre il
corpo del granduca veniva sepolto a Firenze nella basilica
di San Lorenzo (dove riposi il cadavere di Bianca, non si
 invece mai saputo e finora non l'ha ancora scoperto nessuno).
Quei campioni biologici furono identificati come
frammenti di fegato umano appartenenti a individui di sesso
opposto. E che uno dei due fegati appartenesse con certezza
a Francesco venne riscontrato comparandone il DNA con
quello estratto dai resti del granduca, riesumati due anni
prima nell'ambito del Progetto Medici.
Ebbene, l'analisi tossicologica cui furono sottoposti i reperti
organici rilev la presenza di arsenico in dosi tossiche.
Il giallo sembrava quindi risolto una volta per tutte: era stato
Ferdinando, con il veleno.
Ma a volte anche la scienza sbaglia e nel 2010 ecco un nuovo
colpo di scena. Dei campioni di osso spugnoso, anch'essi
prelevati dai resti di Francesco, furono analizzati presso
il laboratorio di Parassitologia della facolt di Medicina
veterinaria di Torino e le analisi questa volta confermarono
la presenza delle due proteine tipiche del Plasmodium
falciparum, il protozoo trasmesso dalla zanzara Anopheles
che causa la malaria.
L'ipotesi dell'avvelenamento venne cos definitivamente
smentita. Ma che dire delle tracce di triossido di arsenico
trovate nei frammenti di fegato? Come ha spiegato Gino
Fornaciari, professore di paleopatologia all'universit di
Pisa, quelle si spiegano con il fatto che nei secoli passati
era consuetudine, una volta effettuata l'autopsia, trattare i
visceri del defunto con composti arsenicali per favorirne
la conservazione.
Tracce del Plasmodium falciparum sono state rinvenute
anche nei tessuti ossei di altri tre membri della famiglia
de' Medici, e cio in quelli di Eleonora di Toledo, madre
dello stesso Francesco I, e dei suoi due figli don Garzia e
Giovanni. Morirono tutti di febbre malarica tra novembre
e dicembre 1562, in seguito ad alcuni giorni trascorsi in
Maremma.
 
Una brutta estate di sangue.

A quanto si dice Isabella de' Medici e sua cognata Leonora
da Toledo furono invece uccise davvero. O almeno questa 
la versione che di quelle due tragiche morti  arrivata fino
a noi. Una versione che finora nessuno aveva mai messo in
dubbio, ma che di recente si  arricchita di nuovi sviluppi
anche grazie alle ricerche dell'archivista Elisabetta Mori. I
presunti delitti di Isabella e Leonora hanno alimentato cupe
leggende e drammi teatrali, e sono entrati nell'immaginario
collettivo come uno dei miti pi significativi del Cinquecento,
epoca noir per eccellenza con i suoi intrighi e i suoi
foschi delitti. Ma del fatto che le due donne siano state
assassinate le prove non ci sono e di ci occorre prenderne
atto. Vediamo allora come si svolsero i fatti.
Correva l'anno 1576. Francesco I de' Medici era succeduto
al padre Cosimo nella reggenza del granducato, era sposato
con la figlia dell'imperatore Giovanna d'Austria e si vedeva
con la veneziana Bianca Cappello. L'anno precedente era
scampato alla congiura orditagli contro da Orazio Pucci e
Piero Ridolfi. Probabilmente il granduca se l'aspettava:
infatti gi nel 1560 un certo Michel de Notre Dame, che
si faceva chiamare Nostradamus, dalla Francia lo aveva
fatto avvertire che su di lui sarebbero piombate ben tre
cospirazioni, di cui l'una all'insaputa dell'altra. A Firenze
le acque non erano tranquille.
Nel 1576 la sorella di Francesco, Isabella de' Medici,
festeggiava il diciottesimo anno di matrimonio con Paolo
Giordano Orsini, duca di Bracciano, cui era stata data in
moglie quando era ancora quasi una bambina. Isabella era
una gran donna. Aveva carattere, era molto intelligente, e
anche molto bella. Amava l'eleganza, ma quella senza sfarzo
(era pur sempre una Medici), ci capiva di arte e di lettere, e
aveva imparato ad andare a cavallo perch adorava pure la
caccia. I fiorentini dicevano che la vera granduchessa era
lei, tutt'altra tempra e tutt'altra verve rispetto alla cognata,
scialba e decisamente acida, che stava in Palazzo Pitti.
Isabella risiedeva invece in via Larga, nello storico palazzo
dei Medici, e alternava i periodi di permanenza in citt a
lunghi soggiorni nella villa Baroncelli (oggi villa Imperiale).
Ma quell'estate del 1576, con il marito decise di trascorrere
alcuni giorni alla villa di Cerreto Guidi. Non s'immaginava
che l avrebbe trovato la morte.
La mattina di marted 10 luglio la carrozza con a bordo Isabella
e Paolo Giordano attraversava la porta di San Frediano
e lasciava Firenze alla volta di Cerreto Guidi, una quarantina
di chilometri dalla citt. I duchi di Bracciano erano sereni;
dopo giorni di pioggia il sole era tornato a splendere, ma
soprattutto ignoravano che la notte precedente si era consumata
una tragedia: Leonora, la ventitreenne consorte di
Pietro de' Medici, fratello di Isabella, era morta nella villa
di Cafaggiolo. Quella sera in villa si era data una festa, si
era mangiato e danzato a lungo, e poi in un istante sulla vita
di Leonora era calato il sipario.
La triste notizia arriv a Cerreto Guidi la mattina dell'11,
portata da un messo del granduca. Francesco I informava
la sorella dell'accaduto scrivendo che l'accidente era
stato cos terribile, strano e potente che l'aveva soffocata
all'improvviso e non era stato possibile apportarvi alcun
rimedio(1). Nulla di pi si diceva sulla causa di quella morte;
soltanto l'accenno allo strano accidente.
Fu Paolo Giordano a rispondere al granduca, esprimendo
l'estremo dolore provato da lui e Isabella alla notizia di quel
drammatico lutto. Noi non sappiamo come Isabella abbia
reagito di fronte alla perdita della giovane cognata. Ci che
sappiamo  che pochi giorni dopo, la sera del 16 luglio, di
passare a miglior vita sarebbe toccato a lei.
Secondo la versione ufficiale, Isabella de' Medici mor
mentre si lavava i capelli. Come ha sottolineato Elisabetta
Mori non esiste alcun documento attendibile che ci aiuti a
ricostruire quella morte.  invece possibile ricostruire, grazie
ai libri contabili dell'archivio Orsini, cosa accadde nelle
ore immediatamente seguenti a quell'evento angoscioso.
Dopo la mezzanotte fu allestita a Cerreto un'improvvisata
camera ardente e Isabella fu vegliata dal marito per tutta la
notte. La mattina del giorno seguente, il 17 luglio, il corpo
della duchessa venne deposto in una cassa e portato da
Cerreto Guidi al monastero di Monticelli, sulle colline di
Bellosguardo e da l, la notte tra il 17 e il 18, trasferito alla
chiesa del Carmine. I frati carmelitani vegliarono la bara fino
alle prime luci dell'alba quando il catafalco, seguito dagli
incappucciati di tutte le confraternite cittadine, fu condotto
in solenne processione fino alla chiesa di San Lorenzo, sede
delle tombe medicee. La facciata della chiesa era tutta ricoperta
di panni neri e in piazza, ad attendere il corteo funebre,
la gente aveva aspettato per ore. Il selciato era infatti tutto
cosparso della cera colata dalle innumerevoli torce.
Questo  quanto si sa con certezza della morte di Isabella
de' Medici, oltre al fatto che da tempo la donna era affetta
da idropisia, e quella fu quasi sicuramente la vera causa del
decesso. Eppure non era trascorso un mese e gi in tutte le
corti d'Europa girava una versione dei fatti decisamente
pi truculenta, secondo la quale non soltanto la duchessa
di Bracciano, ma anche la cognata Leonora erano state
assassinate dai rispettivi mariti.
Si era infatti diffusa la voce che Leonora era stata uccisa,
strangolata con una corda, da Pietro de' Medici, e Isabella
ammazzata, non si sa bene come, da Paolo Giordano. In
entrambi i casi il movente dell'omicidio sarebbe stato
quello passionale. Stando infatti ai pettegolezzi che in
quelle settimane avevano preso a circolare, Leonora tradiva
il consorte con Bernardo Antinori, e Isabella con Troilo
Orsini, cugino tra l'altro dello stesso Paolo Giordano. Non
solo: tutti ma proprio tutti, regina di Francia compresa, alla
fine si erano pure convinti che il vero mandante di quelle
morti fosse lo stesso granduca. Ma perch Francesco I
avrebbe dovuto uccidere la sorella e la cognata? Be', di
buoni motivi lui ne avrebbe avuti due: salvare l'onore della
famiglia medicea dall'onta dei due illustri adulteri, ma
anche vendicarsi delle due donne, che in qualche modo si
erano fatte coinvolgere nella congiura organizzata contro
lui da Orazio Pucci.
Giovanna d'Austria scrisse al fratello imperatore che
era terrorizzata, che suo marito era un pazzo omicida, e
lo implor di portarla via da Firenze. In realt pi che
terrorizzata, la granduchessa era soltanto parecchio risentita
per via delle attenzioni che il consorte, pi che a lei,
riservava a Bianca Cappello. In ogni caso, in quei giorni
venne scritta la trama di una storia che verosimilmente non
c' mai stata e tale trama  appunto arrivata fino ai tempi
nostri senza sostanziali modifiche. Non c' biografia di
Isabella che non riporti di come la Medici sia stata uccisa
da Paolo Giordano Orsini.
Pare invece che Paolo Giordano sua moglie la amasse di
amore sincero. Cos almeno appare dalle lettere che il duca
di Bracciano inviava a Isabella nei lunghi periodi in cui
non era a Firenze con lei. Come  pure assai probabile che
Isabella non trad mai Paolo Giordano, e tanto meno con
Troilo Orsini. Ma comunque siano andate le cose, quella fu
una delle storie pi cupe che abbia mai costellato la fulgida
ascesa del casato mediceo.
 Epilogo.
Troilo Orsini venne ucciso in circostanze misteriose a Parigi,
la sera del 30 novembre 1577. E quella volta il mandante
quasi certamente fu Francesco I.
Dopo la morte di Isabella, Paolo Giordano se ne and da
Firenze e non vi fece pi ritorno. Nel 1580 conobbe la bellissima
nobildonna romana Vittoria Accoramboni, moglie
di Francesco Peretti, nipote del futuro papa Sisto V. E l'anno
seguente, in seguito alla morte di Peretti, assassinato in una
strada di Roma, la spos. Cosa si disse di quel matrimonio,
e chi fu accusato dell'omicidio che lo rese possibile, non 
difficile immaginarlo.
 Note.
1. Elisabetta Mori, L'onore perduto di Isabella de'Medici, Garzanti, Milano 2011,
p. 274.


Il corpo incorrotto
di Maria Bartolomea Bagnesi.

Nel quartiere di Careggi, a nord di Firenze, c' una strada
che si chiama via dei Massoni. Secondo lo scrittore Piero
Bargellini, sindaco del capoluogo toscano durante l'alluvione
del 1966, massoni starebbe per grossi massi ma,
vista la morfologia della zona,  molto pi probabile che il
toponimo si riferisca piuttosto agli affiliati della massoneria.
O almeno questa  la teoria sostenuta dagli scrittori Franco
Cesati e Luigi Pruneti.
Cosa i massoni facessero in quella strada, non si sa. Certo
 che in quella via di Careggi c' un convento e che in
quel convento ancora oggi si venera il corpo incorrotto di
Maria Bartolomea Bagnesi, una donna vissuta nella citt
dei Medici durante il XVI secolo.
Il convento in questione  quello di Santa Maria Maddalena
dei Pazzi, sede delle monache carmelitane di clausura.
Oltre alle reliquie di Maria Maddalena dei Pazzi, una santa
fiorentina famosa nel Seicento per le sue estasi, in quel monastero
 appunto conservata, adagiata all'interno di una teca
di vetro, la salma della beata Maria Bartolomea Bagnesi.
Maria Bartolomea era nata nel 1514 in una famiglia della
nobilt fiorentina e fin da piccola aveva dimostrato grande
devozione e una spiccata predisposizione alla preghiera.
Quando comp diciassette anni, suo padre le volle fare un
discorso; le disse che era arrivato il momento che si sposasse
e che lui aveva gi in mente con chi. A quelle parole, la
ragazza si sent male. Cominci a tremare per lo spavento
e cadde a terra svenuta. Da allora Maria Bartolomea accus
i sintomi di una malattia invalidante che la costrinse a letto
per anni. Trascorse un'esistenza dedicata alla preghiera e
allo studio delle Scritture, ma anche a offrire conforto a
quanti ne avevano bisogno. Si diceva infatti che avesse il
dono del consiglio e della consolazione. All'et di trentatr
anni ricevette l'abito del terz'ordine domenicano. La futura
santa Maria Maddalena dei Pazzi l'ammirava molto ed
era convinta di essersi salvata da una malattia che l'aveva
ridotta in fin di vita proprio grazie alla sua intercessione.
Maria Bartolomea si spense nel 1577 e venne sepolta dietro
l'altare maggiore della chiesa delle carmelitane di Santa
Maria degli Angeli (oggi San Frediano in Cestello). Quando
nel 1629 le carmelitane si spostarono nel convento di Santa
Maria Maddalena dei Pazzi in borgo Pinti, le spoglie della
Bagnesi furono riesumate per essere seppellite nel cimitero
del nuovo monastero. In quell'occasione fu riscontrato che
il corpo della donna non presentava segni di corruzione.
Ancora oggi la salma risulta perfettamente integra e riposa
nel convento di via dei Massoni, dove le suore del Carmelo
si sono trasferite nel 1928.
Quello delle cosiddette conservazioni prodigiose  un
fenomeno che si riscontra molto spesso nei corpi dei santi.
A oggi la Chiesa ne ha attestati pi di duecentocinquanta
casi, di cui il pi famoso  forse quello di santa Bernadette.
La scienza tende ad attribuire il fenomeno dei corpi incorrotti
a una serie di processi chimici naturali che possono
verificarsi nei cadaveri chiusi in casse di zinco o comunque
ermeticamente chiuse. Ma la conservazione delle salme
sepolte in modo ordinario per la scienza rimane un fenomeno
inspiegabile.
Maria Bartolomea Bagnesi  stata beatificata da papa Pio
VII l'11 luglio 1804. Due anni pi tardi le verr attribuito
un miracolo.
Era il 30 maggio 1806. Da un paio di giorni si era celebrata
la festa liturgica dedicata a Maria Bartolomea. In quell'occasione
le suore carmelitane usavano distribuire tra i fedeli
l'olio avanzato delle lampade che ardevano sulla sua tomba.
Quel 30 maggio una monaca, scesa nella cantina del
convento, aveva affisso su un orcio vuoto un ritratto della
Bagnesi e ci aveva sparso alcune gocce di quell'olio delle
lampade. Quando l'orcio fu riaperto, era pieno di olio
fino all'orlo. La notizia di quel fatto prodigioso si sparse
per tutta la citt. Alcuni si convinsero di un miracolo, altri
gridarono alla bufala. Per non dare adito ai dubbi la priora
del monastero chiese al vescovo di Firenze, che allora era
Antonio Martini, che venisse aperta un'inchiesta ufficiale
per indagare sull'effettiva natura dell'olio e sulla dinamica
dell'evento. Dopo una lunga indagine, durante la quale le
suore del convento furono pi volte interrogate e l'olio
sottoposto ad approfondite analisi chimiche, l'origine soprannaturale
della sostanza rinvenuta nell'orcio fu definitivamente
accertata.
Il resoconto dell'indagine  stato pubblicato nel 1807
nell'opuscolo dal titolo Breve ragguaglio della produzione
d'olio seguita o scoperta il d 30 maggio 1806 nel venerabile
monastero di Santa Maria degli Angeli ad intercessione
della beata Maria Bartolomea Bagnesi.

 Il secondo miracolo
eucaristico in Sant'Ambrogio.

Nella cappella del Miracolo in Sant'Ambrogio, il quattrocentesco
tabernacolo scolpito da Mino da Fiesole custodisce
il sangue che, nel 1230, si era prodigiosamente materializzato
nel calice di un prete impiegato come cappellano in
quell'antica chiesa fiorentina. In quello stesso tabernacolo
sono conservate anche le reliquie di un altro miracolo eucaristico,
che ebbe luogo sempre in Sant'Ambrogio, ma
nell'anno 1595.
Era il 24 marzo e si stava celebrando il Venerd Santo. Una
candela, che ardeva in una cappella laterale, cadde a terra
e dilag un incendio. Nel trambusto di quella situazione, il
sacerdote inciamp e le sei ostie consacrate che teneva in
mano finirono tra le fiamme. Domato l'incendio, le particole
furono ritrovate intatte. Erano avvolte in un panno di lino.
Il panno era tutto bruciacchiato, ma le ostie perfettamente
integre, sebbene l'eccessiva temperatura cui erano state
sottoposte avesse conferito loro un colore decisamente virante
al marrone. L'acqua utilizzata per spegnere le fiamme
le aveva inoltre un po' ammollite, sicch risultavano tutte
accartocciate e appiccicate l'una all'altra. Ma in ogni caso
non erano carbonizzate, quando invece avrebbero dovuto
esserlo.
Il fenomeno parve a tutti doversi ascrivere a un intervento
divino, e le ostie sopravvissute all'incendio furono pertanto
chiuse in un reliquario d'argento smaltato e collocate nel
tabernacolo insieme all'ampolla con il sangue di Dio.
Nel 1628 il vescovo di Firenze, che allora era Marzio Medici,
le fece esaminare attentamente e in quell'occasione fu
riscontrato il loro perfetto stato di conservazione.
Le particole vennero nuovamente controllate nel 1907
e anche allora fu accertato che, in contrasto con le leggi
fisiche della corruzione dei corpi, esse non presentavano
alcun segno di deterioramento.
La Chiesa riconosce che eventi, come quelli che secondo
la tradizione si sarebbero miracolosamente manifestati in
Sant'Ambrogio, possano essere accaduti realmente. Secondo
la dottrina cattolica i miracoli di questo tipo, e cio
i cosiddetti miracoli eucaristici, avrebbero lo scopo di
dimostrare la verit della transustanziazione.
 
La vendetta di Veronica Cybo
e il fantasma dell'ospedale.

Era la mattina del primo gennaio 1634. Il duca di San Giuliano,
Jacopo Salviati, si era alzato tardi e perci avrebbe
dovuto fare in fretta. Era atteso a Palazzo Pitti per il gran
pranzo di Capodanno. Doveva vestirsi, profumarsi e pettinarsi.
Cose che all'epoca richiedevano ai gentiluomini lo
stesso tempo che alle gentildonne.
A quei tempi era consuetudine che le donne di famiglia,
anche se di alto lignaggio, provvedessero alla biancheria
dei loro mariti. E la biancheria includeva camicie, grandi
colletti in pizzo e sontuosi polsini, pure quelli in pizzo.
Merce pregiata che di solito proveniva dalle Fiandre. Questo
per dire che anche quella mattina il duca si vide recapitare
nelle sue stanze il cesto con la biancheria che sua moglie,
la duchessa Veronica Cybo, gli aveva preparato.
Mentre se ne stava seduto davanti allo specchio, con il
paggetto che gli sistemava i lunghi boccoli scuri, Jacopo
allung una mano nel cesto per prendersi il colletto. Al tatto
per avvert subito un che di strano. Aveva infilato le dita
in qualcosa di morbido e setoso, che assomigliava a... dei
capelli! Si alz di scatto, guard nella cesta e ci vide dentro
una testa mozzata. Era la testa della sua amante Caterina. I
pizzi, le trine e tutto il resto erano intrisi di sangue. Sembra
la scena di un film horror di Lucio Fulci, ma questa brutta
storia accadde davvero.
Veronica Cybo di Malaspina, figlia del duca Carlo I
Cybo-Malaspina di Massa e della genovese Brigida di
Giannettino Spinola, era nata a Massa di Lunigiana il 10 dicembre 1611.
La sua era una famiglia molto potente e molto temuta.
Anche Jacopo Salviati, con il quale le era stato combinato
il matrimonio, era molto potente. Oltre ad aver ereditato
le terre di San Giuliano, era infatti uno dei consiglieri pi
ascoltati dal granduca Ferdinando II de' Medici.
I due si erano stabiliti a Firenze, nel palazzo in via del
Corso oggi occupato dalla sede della Banca Toscana. Il
loro non fu un matrimonio felice. Veronica, non bella ma
orgogliosa, viveva costantemente nell'angoscia che il marito
la tradisse. E infatti Jacopo la tradiva, e anche spesso.
Quando la duchessa venne a sapere di Caterina Brogi, impazz
dalla rabbia. Caterina, figlia di un tintore casentinese,
era la moglie di Giustino Canacci. L'uomo era ricchissimo
ma, oltre ad avere cinquant'anni pi di lei, era di aspetto
rivoltante. Facile immaginare che Caterina non lo amasse
per niente e cercasse di tenerlo alla larga. E di fatto viveva
per conto suo, insieme a una vecchia fantesca, in una casa
in via dei Pilastri. L si vedeva con il duca di San Giuliano,
di cui invece era molto innamorata. Si dice che i due ebbero
modo di conoscersi, perch Jacopo frequentava un bordello
situato proprio nella zona in cui abitava la ragazza.
Da quando aveva saputo della tresca, la duchessa non
riusciva a darsi pace. Caterina era s una plebea, ma assai
pi bella e pi giovane di lei. Ogni singola ora, per la
donna traditaci era trasformata in un autentico supplizio.
L'orgoglio ferito la divorava dentro, e lei meditava vendetta.
Quel giorno che incontr Caterina nella chiesa di San
Pier Maggiore fu la goccia che fece traboccare il vaso. La
duchessa, intravista la rivale tra i fedeli che assistevano alla
messa, la raggiunse e la minacci. Caterina davanti a tutti
le rispose in modo strafottente. Tornata a casa, la duchessa
mise a punto il piano diabolico. Assold il figlio del vecchio
Canacci, Bartolomeo, che odiava la matrigna perch non
gli si concedeva. Scesa la notte, Bartolomeo si rec con due
sicari da Caterina. Buss e ad aprire venne la fantesca che,
riconosciuto il figlio di Canacci, lo fece entrare. Entrarono
anche i sicari. La fantesca fu ammazzata quando era ancora
sulla porta. Poi fu il turno di Caterina. Le due donne furono
quindi fatte a pezzi. La testa di Caterina venne avvolta in un
panno per esser consegnata alla duchessa, che aveva esplicitamente
richiesto il macabro trofeo. Il resto fu caricato su
una carrozza che attendeva in via dei Pilastri. La mattina
seguente, i resti dei cadaveri sarebbero stati trovati in giro
per tutta la citt: in un pozzo pubblico in via dei Macci, in
un angolo di piazza Sant'Ambrogio, in una fogna in via San
Giuseppe e quel che rimaneva nell'Arno.
La testa di Caterina fin quindi nel cesto della biancheria
del duca di San Giuliano. E quella di Bartolomeo Canacci
pochi giorni dopo rotol sul selciato del cortile del Bargello.
Le guardie del granduca, infatti, non ci avevano messo
molto a catturarlo.
Su ordine di Ferdinando II, Veronica Cybo venne invece
spedita in esilio nella villa di San Gerbone, una villa che
i Salviati possedevano a Figline Valdarno, un comune in
provincia di Firenze. Qualche anno pi tardi la donna si
trasfer a Roma, dove visse fino alla morte che la colse nel
1691. Ma la storia a quanto pare non  ancora finita.
Nel 1890 il conte Umberto Serristori rilev la villa di San
Gerbone, un tempo appartenuta appunto alla famiglia Salviati,
e ne fece la sede di un ospedale. Ancora oggi quella
struttura ospita l'ospedale pubblico di Figline Valdarno,
intitolato al conte che pi di un secolo fa si occup di costruirlo.
Tra le corsie di quell'ospedale si aggira il fantasma di una
donna. Lo hanno visto alcuni pazienti, ma anche medici e
infermieri sostengono di averlo incontrato. L'ectoplasma
tende a farsi vivo durante i mesi estivi e nei giorni prossimi
al Natale. E di solito si limita a frequentare l'ala pi antica
dell'edificio, quella in cui sono situati i locali degli uffici
amministrativi.
Sembra che le apparizioni siano iniziate verso la fine del
XVII secolo, e cio subito dopo la morte di Veronica Cybo. Il
che fornisce un'ulteriore conferma del fatto che il fantasma
potrebbe proprio appartenere alla duchessa, che in quella
antica costruzione visse i giorni dell'esilio seguiti al fatto
di sangue di cui si era macchiata la coscienza.
Le testimonianze, anche recenti, degli incontri ravvicinati
con lo spettro sono tante. Lo spirito di Veronica si manifesterebbe
con dei rumori, con delle ventate di aria fredda e
con l'effondersi nell'ambiente di strani profumi.
Nel 1980 il padre di un bambino ricoverato in pediatria
raccont di esser stato raggiunto all'uscita dell'ospedale
da una donna; costei non gli faceva accendere la sigaretta,
spegnendogli ogni volta la fiamma dell'accendino.
Nel 1986 un'allieva infermiera presso il reparto di cardiologia
rifer di aver avuto la netta sensazione che una presenza
fosse entrata nella stanza e di aver sentito come il rumore di
un oggetto metallico che veniva strascicato sul termosifone.
Nel 1998 un'infermiera sostenne di essersi trovata davanti,
a fine turno, la figura di una donna vestita di bianco e
circondata da un alone di luce.
Nel 2010 un'altra infermiera incroci sulle scale che
conducono agli uffici amministrativi una donna vestita di
bianco. L'infermiera non fece in tempo a voltarsi, che la
donna era gi sparita nel nulla. Subito dopo, sulla parete
in corrispondenza del punto in cui era stato avvistato il
presunto fantasma, si materializz l'impronta di un piede
femminile.
Nel 2000 delle impronte di scarpette da donna erano
state rinvenute anche sui muri di un ufficio nell'ala antica
dell'ospedale, nei giorni in cui, in quei locali, si stavano
eseguendo dei lavori di imbiancatura. Passata la prima
mano di vernice, l'imbianchino se ne era andato chiudendo
la porta a chiave. Tornato la mattina seguente per finire il
lavoro, vide quei segni sul muro e si arrabbi moltissimo.
Attualmente la presenza nell'ex villa di San Gerbone del
fantasma di Veronica Cybo  accettata dal personale del
Serristori come un dato di fatto.
Nell'atrio dell'ala antica dell'ospedale  stata affissa una
targa su cui sta scritto:
ESEMPIO SINGOLARE DEI COSTUMI DEL SUO TEMPO
VERONICA CYBO INVIATA AL MARITO INFEDELE IACOPO SALVIATI
LA TESTA RECISA DELLA RIVALE CATERINA CANACCI
IN QUESTA SUA VILLA RIPARAVA A GODERE
LA GIOIA AMARA DELLA COMPIUTA VENDETTA
GENNAIO MDCXXXIV
 
Girolamo Segato, l'uomo
che pietrificava i corpi.

Girolamo Segato era nato alla fine del Settecento in un
paesino del Bellunese. Stabilitosi a Firenze nel 1823, conduceva
un'esistenza ritirata, non uscendo che di rado dal
suo modesto appartamento sul lungarno degli Acciaioli.
Eppure in citt lo conoscevano tutti. Lo chiamavano il
mago egiziano. Si guadagnava da vivere disegnando carte
geografiche, ma la sua vera passione, anzi la sua ossessione,
era un'altra: trovare un sistema in grado di sottrarre i
corpi al naturale processo di decomposizione. E se alla
fine ci riusc, fu certamente grazie a una formula segreta
che egli ebbe modo di scoprire durante gli anni della sua
permanenza in Egitto.
Aveva da poco terminato gli studi liceali quando, a Venezia,
Segato ebbe la fortuna di conoscere il triestino Annibale De
Rossetti che, proprietario di una grande casa commerciale
al Cairo, gli offr un impiego nella terra dei faraoni.
All'ombra delle piramidi il giovane bellunese sbrigava gli
affari per conto di De Rossetti, ma il fascino esotico che su
di lui esercitava l'oltretomba egizio lo spinse presto a unirsi
a diverse spedizioni archeologiche. Quella era del resto l'epoca
in cui lo studio delle impenetrabili antichit d'Egitto
iniziava ad assumere i caratteri di un vero e proprio culto.
Nel corso delle sue esplorazioni Segato ebbe occasione di
ammirare le rovine di Eliopoli e di raggiungere Assuan,
Suez e l'isola di Elefantina. Si addentr nei deserti pi aridi,
e penetr gli anfratti delle piramidi pi inaccessibili. Nei
pressi di Saqqara si cal nella profondissima piramide di
Abusir. E l sotto ci rimase senza mai uscirne per sei giorni
e sei notti di fila.
Una volta riemerso, venne per colto dai gravi sintomi di
una non ben identificata malattia, probabilmente contratta
dall'aria mefitica respirata nella tomba. E cos, visto l'aggravarsi
di quel morbo, Girolamo fu costretto a lasciare
l'Egitto e a far ritorno in Europa, dove appunto si sistem
a Firenze. Da quel momento non avrebbe pensato ad altro,
se non a mettere a frutto i risultati delle sue ricerche condotte
in Africa.  plausibile che alle sue oscure formule ci
avesse lavorato gi al Cairo dove, avendo a disposizione
il laboratorio farmaceutico di De Rossetti, aveva potuto
dedicarsi a esperimenti chimici e si dice anche di alchimia.
Sosteneva di esser riuscito a mettere le mani su un papiro
segreto, e forse fu proprio quel papiro che lo inizi ai misteri
di un'arte dimenticata da millenni: la leggendaria arte della
mummificazione dei corpi.
Il fatto certo  che in riva all'Arno Segato port finalmente
a termine ci che in riva al Nilo aveva soltanto cominciato.
E i risultati a cui giunse furono davvero sorprendenti, anche
se decisamente macabri: era infatti riuscito a mettere a punto
una tecnica che permetteva di solidificare i corpi animali
in tutte le loro parti, visceri, sangue e cervello compresi.
Si trattava di un processo di mineralizzazione capace di
conferire a organi e tessuti una consistenza paragonabile a
quella della pietra, pur mantenendone una certa elasticit.
Anche i colori conservavano la loro naturale nitidezza.
Gli anni passavano, e la casa di Segato si arricchiva senza
sosta di meravigliosi o, a seconda del punto di vista, inquietanti
esemplari mummificati: uccelli, topi, conchiglie, ma
anche membra umane, tra cui piedi, manifeste e organi vari.
I pezzi anatomici lo scienziato se li procurava in giro per
gli obitori con la complicit di alcuni studenti di Medicina
ansiosi di aiutare il progresso della scienza.
Comunque, nonostante l'annuncio delle scoperte del
mago egiziano fosse apparso nel 1831 sulla prestigiosa
Antologia del Gabinetto Vieusseux, la comunit scientifica
era dibattuta. Da una parte si riconosceva l'importanza di
quella pratica, soprattutto per la fabbricazione di preparati
anatomici, dall'altra si voleva saperne di pi, ma Girolamo
era restio a rivelare le formule della sua pietrificazione.
Inoltre la curia non vedeva di buon occhio quegli studi, decisamente
in contrasto con l'ammonimento biblico polvere
sei e polvere ritornerai.
In ogni caso numerosi reperti pietrificati vennero depositati
nel Museo fisiologico dell'arcispedale di Santa Maria
Nova, dove furono analizzati da illustri professori come
per esempio Giovanni Targioni Tozzetti. Oggi tali reperti
sono custoditi nel Museo anatomico fiorentino, insieme al
pezzo forte della collezione: un tavolino il cui piano risulta
intarsiato con 214 pezzi di organi umani pietrificati. Girolamo
ne aveva fatto dono al granduca, che per pare non
lo avesse gradito.
Il pietrificatore di cadaveri non rivel mai a nessuno le
formule che aveva scoperto. Avrebbe voluto trasmettere i
suoi segreti a chi se ne fosse rivelato degno, ma il destino
non gliene diede il tempo. Mor infatti di polmonite il 3
febbraio 1836, ad appena quarantaquattro anni.
Sul letto di morte aveva consegnato all'amico Pellagra
Cappelli le carte con i suoi appunti, pregandolo di gettarle
all'istante nel fuoco. E cos il segreto di Girolamo Segato
and perduto per sempre. La lapide, affissa alla sua tomba
nel chiostro di Santa Croce, reca incise le seguenti parole:
QUI GIACE DISFATTO
GIROLAMO SEGATO DA BELLUNO
CHE VEDREBBESI INTERO PIETRIFICATO
SE L'ARTE SUA NON PERIVA CON LUI
FU GLORIA INSOLITA DELL'UMANA SAPIENZA
ESEMPIO D'INFELICIT NON INSOLITO
MORTO DI ANNI XLV IL III FEBBRAIO MDCCCXXXVI
Segato era morto da quasi quarant'anni quando Isabella
Rossi ne rilasci al Giornale di Padova tale accorato ricordo:
Io possiedo un anello che incassa una pietra ovale color
verdone cupo, quasi come il diaspro sanguigno, ma senza
macchiette rosse.  composta del proprio di lui sangue; ne
aveva fatti due pezzi: uno lo ebbe suo fratello Valentino. Io
tengo il mio come cosa preziosa pi di rubino e diamante(1).

Note.
1. Cit. in Gino Pieri, Girolamo Segato (1792-1836), Istituto Veneto di Arti Grafiche,
Belluno 1936, p. 61.
 
Il Fragmentum Alchemicum Florentinum.

Una decina di anni fa la ricercatrice Laura Bertini giunse a
conoscenza di un inquietante ritrovamento nel 1912 presso
la Biblioteca Riccardiana. Sfogliando un manoscritto alchemico
rinascimentale, uno studente si era trovato tra le mani
un piccolo frammento di papiro, sul quale erano leggibili
alcune righe spezzate di un testo redatto in caratteri greci.
Il documento, catalogato come Fragmentum Alchemicum
Florentinum alla collocazione Fr. Ricc.(1). 1912, and perduto
nel 1966 in seguito all'alluvione che aveva devastato i
locali della biblioteca. Tuttavia, un anno prima che l'Arno
esondasse, il reperto era stato fotografato e analizzato da
alcuni studiosi che, fattolo risalire a un ignoto codice bizantino,
erano riusciti a ricavarne la seguente traduzione:
ma il pi grande (?)
deserto d'Arabia
e (costoro) ululano spaventosamente
e ancor pi spaventoso
ma il bugiardo
dal cielo con il
mare (?) nasconde la citt
chiamata r liee
salvezza del presente
non  morto ci
passare di ere.'
Ci che di quella traduzione colp l'attenzione della professoressa
Bertini fu il tanto inequivocabile quanto sinistro
richiamo che alcuni termini avevano all'istante insinuato
nella sua mente. I riferimenti alle sterminate solitudini del
deserto d'Arabia, a un qualcosa che non  morto e a un
trascorrere di ere secondo la studiosa rimandavano infatti
al Necronomicon, il tremendo libro dei morti composto
nell'VIII secolo dall'arabo pazzo Abdul Alhazred. Di quel
libro sono infatti stati tramandati dei versi molto simili a
quelli riportati nel frammento della Riccardiana. Eccoli:
Non  morto ci che pu vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte pu morire(2).
Nel frammento, inoltre, era presente una parola, r liee,
che sembrava ricalcare con una certa precisione il toponimo
di R'iyeh, la spaventevole citt sepolta nella sabbia,
anch'essa citata nel Necronomicon. Secondo alcune cupe leggende,
nei recessi sotterranei di quell'ancestrale centro urbano si
anniderebbero delle creature terrificanti in attesa di essere
riportate alla luce dagli abissi di un passato senza tempo.
Attualmente c' chi ritiene che R'iyeh sia da identificarsi
con la mitica Iram dalle Mille Colonne, citata nel Corano
come citt maledetta. Cercata fin dal Medioevo da generazioni
di esploratori, nel 1984 Iram  stata rinvenuta da un
gruppo di archeologi nel deserto arabo di Rub Al-Khali,
anche grazie all'aiuto fornito dalle immagini scattate nello
spazio dallo Space Shuttle.
Ma che cos' il Necronomicon! Il Necronomicon, letteralmente
il libro delle leggi dei morti, in sostanza  un
grimorio, e cio un libro di magia nera. Esso conterrebbe
formule di rituali blasfemi e proibiti, rituali in grado di risvegliare
i defunti. Il condizionale  d'obbligo perch sul
contenuto di tale grimorio non esistono certezze. Si crede
infatti che chiunque abbia avuto modo di leggerlo abbia
poi perso la ragione o sia morto in circostanze misteriose.
Tuttavia, grazie alle ricerche portate avanti negli anni,
 stato possibile ricostruire la storia del libro maledetto,
almeno nelle sue tappe principali. Come  stato definitivamente
appurato, il Necronomicon (in arabo: Kitab Al-Azif)
fu appunto compilato nell'VIII secolo dall'arabo pazzo Abdul
Alhazred, uno stregone nato a San'a, nello Yemen, e morto
a Damasco nel 738, si dice sbranato da una belva invisibile.
Secondo recenti studi il Necronomicon sarebbe una copia
dei formulari magici desunti da una copia corrotta
dell'Enuma Elish, il Poema della Creazione babilonese.
In questa copia corrotta, duemila anni prima della nascita
di Cristo un gruppo di sacerdoti eretici avrebbe codificato i
rituali di un culto misterioso, il culto dei cosiddetti Grandi
Antichi: un pantheon di oscure divinit esistenti sulla Terra
millenni prima che questa cominciasse a esser popolata dagli
umani. Di queste divinit, una delle pi terribili avrebbe il
nome di Cthulhu, una mostruosa entit aliena che, giunta
sul nostro pianeta eoni ed eoni fa, vi avrebbe fondato la citt
di R'iyeh. Si narra che, sepolto sotto le rovine di R'iyeh,
il morto Cthulhu aspetta sognando(3).
Nel 950 l'erudito bizantino Teodoro Fileta avrebbe quindi
tradotto dall'arabo al greco il Kitab Al-Azif ribattezzandolo
appunto Necronomicon. Al 1228 risalirebbe invece la famosa
traduzione latina a opera di Olaus Wormius.
Del grimorio pare oggi sopravvivere un indefinito numero
di copie, una delle quali risulterebbe custodita nella Biblioteca
Vaticana, una presso l'universit di Buenos Aires, mentre
un'edizione del 1647  citata nel catalogo della Biblioteca
Centrale dell'universit della California a Los Angeles.
In verit negli ambienti accademici ortodossi si d per assodato
che il Necronomicon non esiste affatto. Si tratterebbe
infatti di un classico caso di pseudobiblium, ossia di uno
di quei libri che nessuno ha mai scritto ma che, non si sa
come e perch, finiscono per essere citati e commentati in
altre opere come se fossero esistiti davvero. Ufficialmente
il Necronomicon  ritenuto una pura finzione letteraria,
uscita dalla penna dello scrittore Howard Phillips Lovecraft.
Nato nel 1890 a Providence nel Rhode Island, a quanto
pare Lovecraft sarebbe stato il primo a nominare, nei suoi
racconti dell'orrore, il libro maledetto.
Nonostante per lo stesso Lovecraft abbia in pi occasioni
dichiarato di esserselo inventato, non sono in pochi a credere
che il Necronomicon esista sul serio. Per esempio, lo scrittore
Colin Wilson sostiene che Lovecraft avrebbe mentito
sulla sua inesistenza per coprire il padre che, affiliato alla
Massoneria Egizia fondata da Cagliostro, ne possedeva
effettivamente una copia.
Tornando al Fragmentum fiorentino le opinioni sono
divise. Che il reperto sia un falso, lo indicherebbero considerazioni
di ordine filologico. Non corrisponde al vero
nemmeno la notizia, riportata in alcuni studi sul Necronomicon,
secondo cui l'annuncio del ritrovamento del frammento
sarebbe apparso sul quotidiano locale La Nazione
in data 12 maggio 1912. Sussistono inoltre dei dubbi pure
sull'identit della sedicente ricercatrice Laura Bertini.
In ogni caso le riproduzioni del reperto della Riccardiana
circolano sul web e sono anche state pubblicate in alcuni
saggi sull'argomento.
Ma quando si parla di Necronomicon occorre sapere che il
confine tra finzione e realt  labile come un segno tracciato
sulla sabbia e chi sa su questo non ha dubbi: che all'ombra
dei pericolosi misteri dei Grandi Antichi ci che sembra
vero  invece falso, e ci che noi riteniamo falso potrebbe
essere un depistaggio, costruito per tenerci lontani da verit
che per il nostro bene  necessario non vengano mai rivelate.
 Note.
1. Sergio Basile (a cura di), Necronomicon. Storia di un libro che non c', Fanucci,
Roma 2002, p. 90.
2. Howard Phillips Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu, in I racconti del Necronomicon,
a cura di G. Pilo, Newton Compton, Roma 2008, p, 76.
3. Ivi,p. 70.


I libri di Foscolo
e altre storie oscure.

Nel luglio del 1976 Thomas Browne, professore di lingue
semitiche presso la Miskatonic University di Arkham
nel Massachusetts, fece richiesta per accedere al Fondo
Martelli presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze. In
questo fondo sono raccolti i libri che Ugo Foscolo, celebre
autore del poema Dei sepolcri, lasci alla sua morte a
Quirina Mocenni Magiotti, una donna conosciuta durante
il soggiorno fiorentino tra il 1812 e il 1813. In mezzo a
quei libri il professor Browne sperava di poter individuare
due preziosi volumi, molto rari e praticamente introvabili:
l'Arabicon Mythologicon e il De Sepulchris Haebreorum.
Lo studioso americano era sicuro che i due tomi riportassero
le trascrizioni di antichi studi di carattere mitologico
relativi a Cthulhu e a Yog-Sothoth, due terribili divinit
infernali invocate in un grimorio dal titolo Necronomicon.
Browne aveva cominciato a occuparsi del Necronomicon
negli anni Cinquanta, dopo che gliene aveva parlato un suo
amico archeologo. L'archeologo era morto in circostanze
misteriose durante una spedizione nel deserto arabo di Rub
Al-Khali, e Browne, convinto che in quella morte in qualche
modo c'entrasse il Necronomicon, che  un libro maledetto,
aveva voluto vederci chiaro e si era buttato a capofitto nello
studio di quell'oscura e assai poco divertente materia.
Sull'esito delle ricerche di Browne a Firenze non si  pi
saputo nulla. Il 19 settembre 1976 il professore si trovava
infatti sul Boeing 727 della Turkish Airlines decollato
dall'aeroporto di Istanbul e schiantatosi a terra nei dintorni
di Senirce. All'incidente non sopravvisse nessuno.
A detta dei colleghi lo studioso era diretto ad Adalia, in
Turchia, dopo aver ricevuto un pressante invito da parte del
direttore del locale Museo archeologico. Un docente della
Miskatonic University rifer anche di aver sentito Browne
discutere al telefono di una certa statuetta in terracotta che,
stando ai risultati del test del carbonio 14, sarebbe risalita a
pi di due miliardi di anni fa. Due miliardi di anni fa, per,
il genere umano non aveva ancora fatto la sua comparsa
sulla Terra.
Per quanto riguarda i due volumi misteriosi, la cui ricerca
avrebbe condotto Browne nel capoluogo toscano, sappiamo
che essi passarono davvero per le mani di Foscolo e che
pertanto dovrebbero attualmente trovarsi presso la Biblioteca
Marucelliana.
Il poeta di Zacinto era giunto a Firenze nel 1812, portandosi
appresso alcuni suoi libri. Nei mesi della permanenza del
poeta in riva all'Arno, a quei libri se ne sarebbero aggiunti
altri, dando luogo a una nutrita biblioteca personale. Era
quello il periodo in cui il precursore del Romanticismo,
rifugiatosi nella villa di Bellosguardo, lavorava al poemetto
Le Grazie e alla tragedia Ricciarda. Quando, nel novembre
1813, lasci Firenze per fare ritorno a Milano, Foscolo
affid la sua biblioteca fiorentina a Quirina Mocenni
Magiotti, una donna di origini senesi ma che risiedeva a Firenze
e con cui egli aveva instaurato una profonda amicizia.
Quirina, quei libri, avrebbe dovuto custodirli per lui. Ma
Foscolo non se li sarebbe pi ripresi e la Mocenni Magiotti,
una volta morto il poeta, avrebbe acquistato anche i volumi
che egli aveva lasciato a Milano, sotto la tutela del patriota
e amico Silvio Pellico.
E nella lista dei volumi che Pellico sped a Firenze figurano
senza ombra di dubbio i titoli dell'Arabicon Mythologicon
e del De Sepulchris Haebreorum. La cosa  facilmente
verificabile in quanto tale lista  riportata, con la dicitura Libri
di Ugo Foscolo esistenti presso Silvio Pellico, in S. Pellico,
Lettere alla Donna Gentile, a cura di L. Capineri-Cipriani,
Societ editrice Dante Alighieri, Roma 1901.
Quando nel 1847 mor anche Quirina, il prezioso fondo
con tutti i libri appartenuti all'autore dell'Ortis pass in
eredit alla famiglia Martelli che a sua volta, nel 1894,
ne fece dono alla Marucelliana. Ecco perch il professor
Browne era certo che in quella biblioteca avrebbe trovato le
due opere che lo interessavano tanto. Tuttavia nel catalogo
della Marucelliana, dell'Arabieon Mythologicon e del De
Sepulchris Haebreorum oggi non pare esserci traccia.
Un'edizione del 1733 del De Sepulchris Haebreorum 
segnalata anche nel Catalogo ragionato dei libri d'arte
e d'antichit posseduti dal conte Cicognara. L'erudito e
amante dell'arte Leopoldo Cicognara , guarda caso, colui
che a Firenze mise in contatto Foscolo con la Mocenni
Magiotti.
 
Il diamante sparito nel nulla.

Nel 1676 Jean-Baptiste Tavernier, mercante e viaggiatore
francese, nonch raffinato intenditore di pietre preziose,
descrisse nell'opera Les six voyages en Tourquie, en Perse
et aux Indes quello che ai suoi tempi era considerato, dopo
il celebre Gran Mogol, il pi grande diamante del mondo.
Tavernier testimoni di averlo visto pi volte e di averne
potuto riscontrare il peso, che era davvero ragguardevole:
139 carati e mezzo! Il diamante, che allora apparteneva al
granduca di Toscana Ferdinando I de' Medici, era noto con
il nome di Gran Duca di Toscana o Fiorentino.
Secondo la leggenda il Fiorentino sarebbe stato posseduto
da Carlo il Temerario, duca di Borgogna, che lo avrebbe
poi perduto nel 1476 mentre, nella citt di Grandson, combatteva
a cavallo contro gli svizzeri.
I diamanti, si sa, nelle leggende portano sempre iella, per
cui si raccontava che Carlo il Temerario avesse perso quella
battaglia proprio perch teneva al collo il preziosissimo
oggetto.
In realt  stato appurato che il diamante, originario dell'india
dove era appartenuto al re di Narsingharth, verso la fine
del Cinquecento si trovava presso il portoghese Ludovico
di Castro, conte di Montesano, e sua moglie Mexia de Noronha.
Poi il conte decise di venderlo ma siccome la cifra
richiesta di centomila scudi era decisamente molto alta, la
pietra rimase in deposito per quasi vent'anni presso i gesuiti
di Roma, cui il portoghese l'aveva affidata. Fino a quando,
nel 1601, Ferdinando I fece l'affare e per 34.000 scudi si
port a casa la pi stupenda cosa che sia in Europa.
A Firenze il diamante venne affidato al diamantaro veneziano
Pompeo Studentoli, perch lo tagliasse. Evidentemente
la pietra era ancora allo stato grezzo, per cui  probabile che
donna Mexia non avesse avuto modo di godersela granch.
Ma questo noi non possiamo saperlo. Ci che sappiamo 
che nella bottega dello Studentoli la delicata operazione
del taglio si protrasse per anni. Alla fine per il risultato fu
ineccepibile e il Fiorentino assurse al rango di pezzo forte
del Tesoro dei Medici. Tagliato a forma di mandorla e dotato
di un caratteristico colore giallo paglierino, di un'acqua
purissima e soprattutto di un notevole gioco di luce grazie
alle sue 126 faccette, il diamante mediceo era veramente
l'esempio di come, in quanto a gusto ed eleganza, a Firenze
ci sapessero fare come in nessun'altra parte del mondo.
Questa meraviglia oggi potremmo ammirarla anche noi,
magari dietro a una vetrina del Museo degli argenti in Palazzo
Pitti. Invece dobbiamo accontentarci di due semplici
copie: una  conservata al Museo nazionale della scienza
e della tecnica di Milano, mentre l'altra si trova nel museo
fiorentino dell'Opera del duomo, montata sulla Croce della
Passione di Cosimo Merlini.
Il Fiorentino, infatti, assieme al grande topazio e alle tre
famose file di perle, ai gioielli pi preziosi del Tesoro mediceo insomma, fu di soppiatto portato a Vienna dagli uomini
di fiducia di Francesco Stefano di Lorena, il successore dei
Medici al governo del granducato di Toscana. Il Patto di
Famiglia sancito dall'elettrice palatina Anna Maria Luisa,
in cui si stabiliva che Gallerie, Statue, Quadri, Biblioteche,
Gioje ed altre cose preziose appartenute ai Medici
non dovevano esser trasportate fuori da Firenze, in questa
vicenda purtroppo non serv a molto.
Cos, durante la cerimonia d'incoronazione di Francesco
Stefano, tenutasi il 4 ottobre 1745, il diamante fiorentino
figurava sulla corona imperiale, e fino al 1914 rimase custodito
nella Hofburg di Vienna. Poi, al seguito dell'imperatore
Carlo I e di sua moglie, la principessa italiana Zita di
Borbone-Parma, lasci anche la capitale dell'Austria. C'
da dire che dopo la guerra, il governo italiano tent, sulla
base dell'art. 195 del Trattato di pace di Saint-Germain, di
farselo restituire, assieme ad altri gioielli appartenuti alla
Corona dei Medici. Ma le trattative andarono per le lunghe,
e alla fine si arenarono.
Il 12 luglio 1938 La Nazione pubblicava la notizia che
Otto d'Asburgo, figlio di Zita di Borbone, aveva deciso di
vendere il Fiorentino. Il diamante era stato affidato a un
mediatore di Amsterdam e valutato circa centomila sterline.
Da allora del diamante non si  saputo pi niente. Come
sparito nel nulla. C' chi ipotizza che la pietra sia stata rubata,
e chi addirittura sospetta sia stata tagliata nel celebre
Giallo di Tiffany. Le prove per non ci sono.
 
Un codice alchemico indecifrabile.

Nel settembre 1859 l'Archivio diplomatico di Firenze,
oggi assorbito dall'Archivio di Stato, acquis un documento
decisamente singolare. Si trattava di nove tavolette di
piombo, unite insieme a foggia di libro, sulle quali figurava
un testo scritto in parte in latino e in parte in greco, e frammisto
a segni e simboli che a tutt'oggi nessuno  riuscito
a decifrare.
Il reperto in questione  da annoverarsi nella categoria
delle cose rare e infatti, in Italia, di libretti plumbei di questo
tipo se ne conoscono soltanto due: quello appartenente
alla biblioteca privata dell'editore Scipione Lapi a Citt di
Castello e quello custodito appunto a Firenze.
Sulla datazione del libello gli studiosi hanno avanzato
diverse ipotesi. Cesare Guasti, il primo a essersene occupato,
lo ha fatto risalire alla seconda met del XIV secolo,
Giovanni Carbonelli ne ha posticipato la cronologia al XVI
secolo e il famoso esoterista Arturo Reghini si  spinto fino
al XVII. Ci su cui tutti per concordano  che ci troviamo
di fronte a un autentico codice alchemico, e cio a uno di
quei libri segreti in cui gli adepti dell'Arte Regia si tramandavano
le istruzioni finalizzate alla trasmutazione dei
metalli vili in oro e alla conquista della pietra filosofale.
In una parola: alla realizzazione della Grande Opera, il
secretus secretissimus.
Gi la prima pagina del codice non lascia dubbi al proposito.
Vi  infatti riportata, in caratteri gotici, la scritta:
BENEDICTA LAPIDEM [sic] PRIMA MATERIA EST(1), che tradotto
significa: La pietra sacra  la prima materia. Al di sotto
della scritta  poi raffigurato un triangolo equilatero, con
nove lettere riportate lungo il perimetro, nelle quali Reghini
ha intravisto l'anagramma della parola antimonio.
L'antimonio, che costituisce uno degli elementi chimici pi
importanti nell'ambito della ricerca alchemica, sembrerebbe
qui riferirsi alla citata prima materia.
Sotto il triangolo si legge infine: ego sum ambasagar quo
DABO A TIBI VERI SECRETUM SECRETISSIMUM NOSTER (Io sono
Ambasagar, e ti dar il vero segreto nostro segretissimo(2).
Tra le sottili lamine di metallo il testo prosegue con una puntuale
descrizione delle operazioni in cui l'alchimista deve
cimentarsi per poter ottenere la pietra e l'elisir, ossia
la benedetta pietra che commuta tutti i metalli imperfetti
in oro purissimo(3) e la medicina che cura qualsivoglia
male incurabile(4).
Si comincia con l'estrazione degli elementi, che vanno
polverizzati e distillati. Poi si espone il tutto per tre volte
al fuoco e si sublima. Quindi si aggiunge del mercurio in
certe dosi e si fa una soluzione, la quale esposta a un fuoco
leggero dar origine al lac virginis. Tale materia purificata
andr infine posta in un fornello a un calore non
pi che quello che affligge un febbricitante(5). Allora le
materie si denigreranno, e questa si chiama putrefazione(6):
in alchimia questa fase rappresenta la nigredo, l'opera al
nero; dipoi si faranno bianche, e questa  la nostra figlia
bianca(7): Yalbedo, l'opera al bianco; e finalmente la parte
superiore si far rossa a modo di sangue, e questa  la desiderata
medicina universale(8): la rubedo, l'opera al rosso.
L'ultima pagina sigilla l'operetta con una frase decisamente
sibillina: hic est via veritatis(9), (Questa  la via
della verit).
Dell'autore del codice non si sa nulla. Guasti a suo tempo ha
indagato se tra i cultori del pensiero ermetico si trovasse un
certo Ambasagar ma la ricerca non ha dato frutti. Reghini
ritiene invece che si tratti di un nome in codice, qualcosa
del tipo ambas agar che significherebbe che io sia tratto
a fare entrambe [le operazioni, Yalbedo e la rubedo](10).
Ma non esclude che le lettere che compongono il termine
possano piuttosto rappresentare le iniziali di qualche massima
ermetica.
In definitiva, come tutti i libri alchemici che si rispettino,
anche il codice plumbeo conservato a Firenze costituisce
un autentico enigma. Almeno per quelli che non sono stati
iniziati ai segreti dell'Ars Regia. Ma chi ha approfondito
l'argomento sa che l'alchimia  un'arte oscura, perch fin
dall'antichit fu sempre tenuta nascosta ai profani. E ci
che in superfcie appare come un'incomprensibile sequenza
di bizzarre operazioni,  in realt un linguaggio figurato
che utilizza simboli, allegorie, geroglifici e giochi verbali
proprio per mantenerne celato il suo significato autentico
e pi profondo, L'alchimia non  chimica, ma una scienza
sacra. Essa custodisce la chiave che apre lo scrigno contenente
il pi prezioso dei tesori: l'immortalit. E come tale
 riservata soltanto a colui che ne  degno.  per questo
motivo che il libro alchemico  sempre un libro muto: non
si fa capire se non da colui che ha gi capito.

Note.
1. Cesare Guasti, Di' un codice plumbeo contenente alcune ricette di alchimia, in Opere,
parte I, vol. III, Vestii, Prato 1896, p. 97.
2. Pietro Negri (alias Arturo Reghini), Un codice plumbeo alchemico italiano, in Ur.
Rivista di indirizzi per una scelta dell'io, n. 1, 1927, p. 278.
3. Giovanni Carbonelli, Sulle fonti storiche della chimica e dell'alchimia in Italia,
Istituto nazionale medico farmacologico, Roma 1925, p. 16.
4. Ibidem.
5. Ibidem.
6. Ibidem.
7. Ibidem.
8. Ibidem.
9. Cesare Guasti, op. cit., p. 95.
10. Pietro Negri, op. cit., p. 282.
 

La donna senza nome
nella tomba di Galileo Galilei.

Galileo Galilei mor l'8 gennaio 1642 ad Arcetri, una
localit sulle colline a sud di Firenze. L lo scienziato possedeva
una villa, detta Il Gioiello, dove avrebbe trascorso
gli ultimi anni della sua vita, cieco e in solitudine. In seguito
al processo per eresia intentatogli dal Sant'Uffizio
nel 1633, Galilei era infatti stato condannato dalla Chiesa
all'isolamento forzato, con il divieto di incontrare anima
viva e con l'obbligo di recitare una volta alla settimana i
sette salmi penitenziari.
Quando si spense, l'autore del Dialogo sopra i due massimi
sistemi del mondo venne sepolto nella basilica di Santa
Croce, ma senza esequie solenni. Il feretro del matematico
pisano venne tumulato quasi di nascosto e in tutta fretta in un
luogo defilato della chiesa, in uno stanzino a cui si accedeva
dalla cappella del Noviziato. Non fu nemmeno pronunciata
l'orazione funebre, la Chiesa non avrebbe gradito.
Chi invece non grad quel trattamento, cos ingiusto e crudele
nei confronti del grande astronomo, fu il matematico
Vincenzo Viviani, fedele allievo di Galileo. Per tutta la vita
Viviani si batt per difendere la fama del suo maestro. Ci teneva
che fosse chiaro a tutti che colui che aveva individuato i
satelliti di Giove non era stato un eretico. Desiderava inoltre
che a Galilei venisse eretto un monumento funebre degno
della sua grandezza. Quel monumento Viviani lo voleva in
Santa Croce, di fronte a quello di Michelangelo. E come
la tomba del genio dell'arte  ornata dalle tre sculture che
rappresentano l'Architettura, la Pittura e il Disegno, quella
dello scienziato avrebbe dovuto avere le statue raffiguranti
l'Astronomia, la Geometria e la Filosofia.
Viviani pass a miglior vita nel 1703. Nel suo testamento
lasci scritto che intendeva essere sepolto vicino al suo
maestro. Fu accontentato e anche le sue spoglie furono
inumate nello stanzino dietro la cappella del Noviziato. Il
discepolo di Galileo aveva pure disposto che tutte le sue
sostanze venissero impiegate nella realizzazione della tomba
dello scienziato di Pisa. Alla sua morte, dell'agognato
monumento erano infatti state portate a termine soltanto
due statue, quella dell'Astronomia per mano dello scultore
Giovan Battista Foggini, e quella della Geometria a opera
di Girolamo Ticciati.
Ci vorranno ancora molti anni, sia per ultimare la tomba,
sia per ottenere il permesso del Sant'Uffizio di poterci
trasferire la salma di Galilei. Affinch quel permesso arrivasse,
si erano mobilitati anche gli esponenti della nascente
massoneria fiorentina. Quando finalmente ebbe luogo la
cerimonia della traslazione, l'inventore del telescopio se
ne era andato da quasi un secolo. Era il 12 marzo 1737.
La data del 12 marzo non era stata scelta a caso: in quello
stesso giorno, ma del 1564, erano infatti giunte in Santa
Croce le spoglie di Michelangelo, dopo esser state trafugate
a Roma dal nipote Lionardo Buonarroti. Anche l'ora era
pi o meno larstessa: le sei del pomeriggio.
Il sole era al tramonto e le ombre della sera cominciavano
ad allungarsi lungo le navate della basilica. Nello stanzino
era stato allestito un catafalco nero, con intorno numerosi
ceri. La gente aspettava fuori. In mezzo a quella folla
potevano distinguersi i volti dei pi importanti scienziati,
accademici e artisti della citt. Tra i nomi di spicco, quello
di Antonio Cocchi, uno dei fondatori della prima loggia
massonica di Firenze, e quello di Giovanni Lami, il direttore
della Biblioteca Riccardiana. Erano invece assenti i
rappresentanti della corte granducale, una questione di
prudenza nei confronti della Chiesa.
La procedura della riesumazione ha inizio. Il notaio CamilloPiombanti, a cui  stato assegnato l'incarico di redigere
il verbale delle operazioni, inforca gli occhiali, impugna
la penna e si accinge a svolgere il suo compito con straordinaria
solerzia. Dietro la parete dello stanzino erano stati
ricavati due depositi. Viene buttato gi il muro del primo e
compare una cassa, quella in cui giace la salma di Viviani.
All'interno della bara, una lamina in metallo ne riporta il
nome e la data di morte.  lui, non ci sono dubbi, e Piombanti
annota. Poi viene demolito il muro dell'altro deposito. La
prima cosa che i legati della delegazione ufficiale scorgono
l dietro  una cassa di legno con il coperchio sfondato.
Quella di Galilei, si presume. Al momento di estrarla,
per, la sorpresa: sotto la bara ce ne  un'altra, essa pure di
legno, e di uguali dimensioni. Viene aperta la prima, e si
riscontra con un certo sgomento che non c' una targa che
riporti informazioni circa l'identit del cadavere. Sorge il
dubbio che potrebbe anche non trattarsi di Galilei. L c'
inoltre una seconda bara, e se anche di quella non  possibile
identificare le spoglie, si corre il rischio di non riuscire ad
accertare quali ossa siano appartenute all'illustre scienziato,
e quali no. Ai tempi l'esame del DNA non esisteva.
Alla luce delle candele si procede ad analizzare i resti appena
riesumati. Il cadavere contenuto nella prima cassa, quella
col coperchio sfondato, pare essere quello di un vecchio,
stato una volta tagliato ed aperto, come dai Sig. Professori
anatomici quivi presenti fu riscontrato(1), riporta Piombanti.
Lo scheletro appare in cattive condizioni, a parte il braccio
destro, che invece si  conservato bene e presenta l'indice
rigido e steso quasi perpendicolarmente alla mano(2).
Quindi  la volta della salma della seconda cassa. Anche
qui dentro non  presente alcuna indicazione che possa aiutare
a dare un nome alla salma. Presto ci si rende per conto
che si tratta del corpo di una donna, deceduta da parecchio
tempo ma ancora in giovane et. I piedi sono piccoli e si
sono conservate le lunghe trecce bionde.
Chi fosse quella donna, nessuno ne aveva la pi pallida
idea. Ma almeno era sopraggiunta la certezza che il cadavere
anonimo non poteva che appartenere a Galileo. E questa era
la cosa pi importante. Il feretro con lo scheletro del pisano
fu quindi appoggiato sul catafalco, per essere preparato alla
tumulazione nella nuova e definitiva tomba monumentale.
Durante quei preparativi, qualcuno ne approfitt per
asportare alcune reliquie. Per mezzo di un coltellino furono
recuperati dei denti, tre dita e una vertebra. Il dito, quello
stecchito descritto dal notaio, venne deposto in un'urna
di vetro e oggi  possibile ammirarlo a Firenze, presso il
Museo di storia della scienza (che  dedicato a Galileo). La
vertebra fa invece parte della raccolta di cimeli custodita
presso l'universit di Padova.
Terminate tutte le operazioni del caso, la bara di Galilei
venne portata fuori dallo stanzino e, seguita da una lunga
processione, solennemente riposta nel loculo sottostante
l'elegante mausoleo. Nemmeno quella volta fu pronunciata
un'orazione funebre. Poi, alla fine, l sotto furono
sistemate anche le spoglie di Viviani e quelle della donna
misteriosa. Si pens che se qualcuno aveva provveduto a
seppellirla accanto all'astronomo un motivo c'era, e tanto
valeva rispettarlo.
Ma chi era quella donna? A oggi la questione non  ancora
stata chiarita. Si tende a pensare che potrebbe trattarsi di
Virginia Galilei, una delle figlie dello scienziato. Virginia
fu sempre molto vicina al padre. Gli scriveva spesso e lui
scriveva a lei. Si scambiavano consigli su tutto. Tra l'altro
lei risiedeva proprio ad Arcetri, nel convento delle monache
clarisse dove aveva preso il velo con il nome di suor Maria
Celeste. Era stata lei a consigliare al padre di acquistare la
villa Il Gioiello, a pochi metri dal suo convento. Virginia
mor nel 1634, a soli trentaquattro anni, e nessuna registrazione
riporta il luogo dove fu sepolta. Quindi s, la donna
nella tomba potrebbe essere lei. Ma non ci sono prove al
riguardo e pertanto questa rimane una congettura.
La vicenda della scoperta della terza cassa risulta menzionata
soltanto nel documento rogato quel giorno da Piombanti.
In tutte le successive trascrizioni di quell'atto, la
parte relativa alla donna sepolta con Galilei  stata omessa.
Finora i frati della basilica di Santa Croce hanno negato
agli studiosi il permesso di una ricognizione delle salme,
rendendo di fatto impossibile verificare se tra i due cadaveri
sussista o meno un legame di parentela.
 Note.
1. Stefano Sieni, I segreti di Firenze, Le Lettere. Firenze 1995, p. 22.
2. Ivi, p. 23.


La misteriosa morte
del falsario del Louvre.

Sembra incredibile, ma dobbiamo farcene una ragione:  un
dato di fatto che nei pi prestigiosi musei del mondo siano
esposte sculture che si ritengono opera di importantissimi
artisti del Quattrocento fiorentino come Rossellino, Mino
da Fiesole, Benedetto da Maiano, Verrocchio e Pollaiolo, e
invece sono uscite dallo scalpello di scultori ottocenteschi.
Quello delle contraffazioni di manufatti artistici del passato
rappresentava infatti nell'Ottocento uno dei mercati pi
floridi, e gli antiquari che lo gestivano potevano arrivare
a intascarsi cifre da capogiro. E certamente a guadagnarci
erano soprattutto loro, pi che gli abili ma sfruttati falsari...
Una delle gallerie antiquarie all'epoca pi conosciute di
Firenze era quella di Giovanni Freppa, che sulle guide della
citt era descritta come la pi vasta collezione in vendita
di antichit, dipinti, bronzi, terrecotte di tutta Europa.
Freppa, che per l'arte possedeva l'occhio e per gli affari il
fiuto, non ci aveva messo molto a individuare nel giovane
Giovanni Bastianini, originario di Camerata vicino a Fiesole,
il talento che faceva al caso suo. Allievo di Pio Fedi
e di Girolamo Tonini, Bastianini si era infatti dimostrato
particolarmente abile nell'imitare lo stile dei grandi maestri
del Quattrocento, scolpendo busti e bassorilievi che erano
stati scambiati per autentici pezzi antichi anche dagli antiquari
pi esperti.
A partire dal 1848 Freppa si era impegnato con il talentuoso
scultore a garantirgli uno stipendio fisso in cambio
dell'esclusiva sui suoi lavori, che avrebbe quindi rivenduto come
opere originali del XV secolo. E il risultato di quella collaborazione
fu che al Museum of Art di Cleveland possiamo
oggi ammirare un Cantore che fino al 1932 fu creduto di
Luca Della Robbia, mentre al Victoria and Albert Museum
di Londra  esposto un busto in marmo raffigurante Lucrezia
Donati, clamorosamente ritenuto un autografo di Mino da
Fiesole da critici d'arte della levatura di Giovanni Battista
Cavalcasene. Tutte opere, invece, di cui in seguito sarebbe
stata accertata la paternit dello scultore di Camerata. E di
sicuro quelle non sono le uniche. Ma quante e dove siano
finite tutte le sculture che spacciate per autentici capolavori
quattrocenteschi uscirono invece dalla galleria di Freppa,
non  possibile stabilirlo.
Giovanni Bastianini mor inaspettatamente il 29 giugno
1868, a soli trentotto anni. Gli scarni necrologi accennarono
a un improvviso morbo e molto pi di questo non  dato
sapere. Eppure soltanto pochi giorni prima lo scultore era
stato in grado di realizzare l'imponente busto del senatore
Filippo Antonio Gualtiero, e di terminarlo, come indicato
dalla data incisa nell'argilla, esattamente per il 23 giugno.
Quel misterioso morbo doveva quindi averlo colto davvero
all'improvviso, oppure... Oppure quella morte  da
mettersi in relazione a uno dei casi di contraffazione pi
imbarazzanti della storia, un episodio cos delicato che
per un soffio tra Italia e Francia non scoppi l'incidente
diplomatico.
Alla fine del 1863 Bastianini cre per Freppa un busto di
Girolamo Benivieni, il famoso poeta amico di Pico della
Mirandola, ricavandoci 350 franchi. E l'antiquario riusc a
venderlo a un collezionista parigino, il conte de Nolivos, che
l'acquist per 700. Due anni dopo, agli Champs-Elyses si
tenne un'importante retrospettiva costituita in buona parte
da opere private. E, tra le sculture rinascimentali, le pi
ammirate furono due terrecotte di Bastianini: la Chanteuse
Florentine e appunto il Girolamo Benivieni, per il quale
sulla Gazette des Beaux Arts venne addirittura avanzata
un'attribuzione al celebre artista Lorenzo di Credi. E mentre
in Francia il Benivieni veniva acclamato come un sublime
capolavoro del Rinascimento italiano, a Firenze tutti sapevano
che quel busto l'aveva scolpito Bastianini.
Ma la cosa non si chiuse l, perch nel gennaio 1866, in
una favolosa asta organizzata all'Hotel Drouot, il Benivieni
fu aggiudicato per la sorprendente cifra di 13.600 franchi.
A comprarlo era stato uno dei personaggi pi influenti
della Francia del Secondo impero, Alfred-Emilien conte di
Nieuwerkerke, che non soltanto era un facoltoso collezionista,
nonch scultore dilettante, ma era pure soprintendente
alle Belle Arti e quindi direttore generale del Louvre.
Forse fu il disappunto di fronte all'enorme cifra battuta
all'asta, che spinse Bastianini (che faceva la fame) a uscire
allo scoperto. O forse si tratt di un impeto di orgoglio, il
desiderio di riscattare l'arte moderna fiorentina, con tutta
evidenza all'altezza della gloriosa arte passata. In ogni caso
l'artista prese a rivendicare la paternit della sua opera,
sbandierandola a tutto il mondo.
Nel frattempo il dubbio sull'autenticit del busto doveva
essersi insinuato anche tra le alte sfere francesi. Soprattutto
in seguito a un'illustre visita: quella che l'imperatore Napoleone
III, anche lui collezionista appassionato, aveva fatto
all'intellettuade fiorentino Alessandro Foresi, il quale non
si era risparmiato nel fornire a Sua Altezza tutti i ragguagli
sulla reale paternit del Benivieni. Certo  che il resoconto
di quell'incontro arriv presto alle orecchie del conte di
Nieuwerkerke, che fin col ritrovarsi in un alquanto imbarazzante
frangente. Dal quale tent di uscire cedendo la patata
bollente al Louvre e facendosi rimborsare dalla prestigiosa
istituzione i 13.600 franchi sborsati all'asta. Nel tentativo
di placare le polemiche, il Benivieni venne collocato con
tutti gli onori nella sala della Rinaissance Italienne, tra
i Prigioni di Michelangelo e la Ninfa di Cellini. Adesso
tutti i critici francesi erano pronti a giurare sull'autenticit
dell'opera, e infatti non perdevano occasione per ribadirla.
De Novolis, primo acquirente del busto, arriver al punto
di recarsi a Firenze per accusare personalmente Bastianini
di essere un impostore.
L'affaire Benivieni stava diventando una questione di
orgoglio nazionale. Da una parte gli artisti e storici francesi
che con elaborate analisi tecniche e stilistiche si adoperavano
per dimostrare l'autenticit del busto, dall'altra Bastianini
e i suoi amici fiorentini che puntualmente controbattevano
esibendo le prove della sua contraffazione. I toni di quel
dibattito si stavano facendo accesissimi, quando la stampa
emise un comunicato in cui il conte di Nieuwerkerke sfidava
Bastianini a realizzare una scultura uguale a quella del
Louvre, promettendogli in cambio 15.000 franchi. E il 26
febbraio 1868 l'interessato gli rispose sul quotidiano La
Nazione, dichiarando di accettare la sfida.
A quel punto era chiaro che l'artista avrebbe potuto compromettere
seriamente non soltanto la reputazione del conte,
che ne sarebbe uscito coperto di ridicolo, ma anche quella
dello stesso Napoleone che, a suo tempo informato della
vera natura dell'opera, in quella storia ci era finito invischiato
anche lui. Cos il conte si tir indietro e sulla faccenda
della sfida scese una cappa di silenzio. Fino a quando la
Provvidenza non fece fuori Bastianini togliendo da quello
scomodo impiccio le eminenti figure del regime francese.
Presso gli eredi dell'artista  in effetti conservata una
replica del Benivieni del Louvre e proprio questa potrebbe
essere l'opera che Bastianini scolp per rispondere alla sfida
del conte. Probabilmente lo scultore aveva avuto il tempo di
produrre l'inconfutabile prova del suo straordinario talento,
ma il destino o chi per lui gli imped per sempre di esibirla.
 
Inquietanti presenze
in un palazzo di via Ghibellina.

Ci sono fenomeni che la razionalit scientifica non  in
grado di spiegare. L'evidenza dei fatti, per, non di rado
ha dimostrato che certe realt esistono davvero e a volte
accade che il destino ti costringa a farci i conti. Eventualit,
questa, che nel dicembre del 1867 capit ai nuovi inquilini
del palazzo in via Ghibellina 14.
Mancavano pochi giorni a Natale quando in quella casa
non distante dalla cattedrale cominciarono le inquietanti
manifestazioni. Le prime avvisaglie furono i rumori: i
rimbombi che sembravano risalire dai sotterranei e i colpi
improvvisi durante i pasti, come di qualcosa che veniva
ritmicamente sbattuto forte sul tavolo. Per non si vedeva
niente. Solo i colpi.
Poi inizi la faccenda delle stoviglie. Piatti e bicchieri che
all'improvviso andavano in frantumi, senza che nessuno li
avesse nemmeno sfiorati. Anzi, spesso gli scoppi di porcellane
e vasellame vario si verificavano quando nella stanza
non c'era anima viva. Nel resto della casa, per, si sentivano
eccome, soprattutto nel bel mezzo della notte. C'era
da diventarci matti. Ma quello non era ancora il peggio. Il
peggio era quando sopraggiungeva quell'agghiacciante sensazione
di sentirsi le braccia come strette da mani invisibili.
Era questione di un attimo, ma la scossa di terrore che ne
scaturiva era cos potente da togliere il respiro.
Arriv il momento in cui le entit che infestavano l'abitazione
presero a manifestarsi anche sotto forma di fantasmi.
L'ectoplasma che appariva pi spesso aveva le sembianze di
un'ombra nera con un macabro cappuccio, simile a quello
che usavano indossare i membri della confraternita della
Misericordia. La situazione si faceva sempre pi insostenibile,
e i nervi cominciavano a cedere.
Nel palazzo abitava anche un frate e i rumori provenienti
dal piano di sopra li sentiva anche lui. In principio si disse
scettico. Alle spiegazioni che tiravano in ballo l'aldil non
ci voleva credere. Poi ci ripens e ottenne dalle autorit ecclesiastiche
il permesso per praticare un esorcismo. Tuttavia
il rituale non sort alcun effetto, se non quello di atterrire il
religioso che, mentre recitava le formule prescritte, si vide
apparire davanti una figura alta e dai contorni sfuocati. Tale
entit, dopo essersi materializzata nella stanza, cominci a
indietreggiare e a farsi progressivamente pi piccola fino a
quando non spar del tutto.
Se le inquietanti presenze abbiano lasciato l'abitazione o
siano ancora l, non posso dirlo. Ma la certezza che questi
eventi sono realmente accaduti sta scritta nero su bianco in
una sentenza del tribunale di Firenze.
Una volta che l'inquilino e i suoi familiari, giunti al culmine
della sopportazione, ebbero lasciato l'appartamento
infestato, il proprietario pretese di venir risarcito dei danni.
Le voci sugli strani fenomeni avevano infatti gettato un certo
discredito sulla sua propriet, riducendone di fatto il valore.
Numerosi testimoni furono chiamati a depositare in aula e il
giudizio finale fu che l'inquilino venne pienamente assolto.
Nonostante le accurate indagini della polizia, non fu trovato
alcun elemento che potesse in qualche modo far pensare
a una truffa, o a qualsivoglia genere di intervento umano.
Del caso di via Ghibellina se ne  occupato anche Cesare
Lombroso, il padre della criminologia moderna. Nel 1909 lo
scienziato lo ha descritto nel saggio Ricerche sui fenomeni
ipnotici e spiritici, nel capitolo dedicato al fenomeno delle
case infestate.
 
Sherlock Holmes in incognito
alla manifattura di Doccia.

Non sono in pochi a ritenere che Sherlock Holmes, il celeberrimo
detective uscito dalla penna dello scrittore scozzese
Arthur Conan Doyle, sia in realt un personaggio esistito in
carne e ossa. In giro per il mondo sono attive circa settecento
associazioni dedicate all'investigatore di Baker Street, i cui
iscritti si propongono di raccogliere le prove di quella che
per loro, pi che un'ipotesi,  un'incontrovertibile verit.
Secondo i cultori del cosiddetto Sacro Canone, ossia il
corpus di cinquantasei racconti e quattro romanzi aventi
come protagonista l'acuto Holmes, a non esser mai esistito
sarebbe piuttosto Sir Conan Doyle. Arthur Conan Doyle
sarebbe cio lo pseudonimo sotto cui il fedele dottor Watson
avrebbe pubblicato i resoconti degli intricatissimi casi risolti
da Sherlock.
Tra i convinti difensori della reale esistenza dell'investigatore
in mantellina e deerstalker si possono annoverare
Agatha Christie, Isaac Asimov, Franklin Delano Roosevelt,
Billy Wilder e Roger Moore.
In L'avventura della casa vuota  riportata la testimonianza
secondo cui Sherlock Holmes sarebbe passato da
Firenze. Nel racconto Holmes riferisce al Dr. Watson di
come sopravvisse all'agguato che il suo acerrimo nemico, il
terribile genio del male Moriarty, gli aveva teso a Meiringen,
in Svizzera, il 4 maggio 1891. Il professor Moriarty aveva
cercato di spingerlo nella cascata di Reichenbach, ma lui
era riuscito a scamparla. A met della discesa scivolai ma,
per grazia di Dio, atterrai, lacero e sanguinante, sul sentiero.
Me la diedi a gambe, percorsi dieci miglia fra le montagne,
immerse nell'oscurit e, una settimana dopo, mi trovavo a
Firenze, con la certezza che nessuno al mondo sapeva che
fine avessi fatto(1).
I dettagli di quel viaggio a Firenze, Sherlock non li fornisce.
I fedeli sostenitori del dogma holmesiano hanno
invece provato a ricostruirli e nel 2001, durante il convegno
internazionale A week later, Enrico Solito, membro
dell'associazione italiana Uno Studio in Holmes, ha
esposto gli esiti di tali ricerche. Tali risultati sono apparsi
nel volume Sherlock Holmes in Italy pubblicato dai Baker
Street Irregulars di New York e possono pertanto ritenersi
assolutamente attendibili.
Si ipotizza dunque che, lasciate le montagne di Meiringen,
Holmes abbia raggiunto la frontiera svizzera, probabilmente
a Bellinzona, e da l, dopo essersi procurato dei documenti
falsi, abbia raggiunto Milano e quindi Firenze. Il treno su
cui avrebbe viaggiato  stato identificato nel direttissimo
Milano-Firenze, detto Lampo, il cui orario prevedeva
l'arrivo a Firenze alle ore 16,32.
Tuttavia il detective non sarebbe sceso alla stazione di
Santa Maria Novella (che nell'Ottocento si chiamava Maria
Antonia). In quei giorni di maggio 1891, infatti, l'Italia
era attraversata da gravi disordini sociali e anche le strade
fiorentine dovevano pullulare di poliziotti sguinzagliati alla
ricerca di socialisti e anarchici. E per Holmes rischiare di
farsi beccare alla stazione del capoluogo toscano con dei
documenti falsi sarebbe stato per lo meno imprudente. Si
ritiene pertanto che Sherlock opt per la stazione di Sesto
Fiorentino. Il che  del resto pi che plausibile visto che il
tragitto del Lampo tra Pistoia e Firenze prevedeva soltanto
una fermata, quella appunto di Sesto.
Ma perch Holmes sarebbe fuggito proprio a Firenze? Anche
a questa domanda si  provato a dare una risposta. Giungendo
alla conclusione che in quella citt l'investigatore
in fuga doveva senza dubbio avere un contatto, e cio una
persona in grado di fornirgli aiuto e denaro. Ma chi? Alcuni
indizi sembrerebbero portare a Paolo Lorenzini, fratello di
Carlo, meglio noto come Carlo Collodi (s, lui: l'autore di
Le avventure di Pinocchio). Dal 1879 Lorenzini dirigeva gli
stabilimenti Ginori di Doccia, localit non distante da Sesto
Fiorentino, e gi nel 1862 aveva organizzato la presenza
della fabbrica di ceramica all'Esposizione di Londra. Le sue
relazioni con la capitale del Regno Unito furono negli anni
sempre molto strette, e cos non  da escludere che Holmes
possa essere entrato in contatto con lui. Si avanza addirittura
l'ipotesi che proprio nella manifattura fondata dal marchese
Ginori, Sherlock avrebbe trovato una copertura per la sua
permanenza in incognito in terra toscana. Come i suoi fan
sanno, egli possedeva una solida conoscenza della chimica e
sotto falso nome avrebbe quindi potuto passare senza difficolt
per un ingegnere chimico. Dagli archivi della famiglia Ginori
risulta tra l'altro che in quello stabilimento lavoravano molti
stranieri. Come risulta che, proprio nel 1891, presso la fabbrica
furono introdotte delle migliorie ai processi di lavorazione
delle porcellane, che nel giro di un anno avrebbero portato
a triplicare il fatturato. E se, come diceva lo stesso Holmes,
non bisogna credere alle combinazioni...
Nel 2002 il Comune di Sesto Fiorentino ha omaggiato il
mitico detective con un busto in bronzo realizzato dall'artista
Giancarlo Buratti. Il busto, in un primo tempo collocato
nell'atrio del palazzo comunale, si trova oggi presso la
biblioteca pubblica Ernesto Ragionieri.
 Note.
1. Arthur Conan Doyle, L'avventura della casa vuota, in Tutto Sherlock Holmes,
Newton Compton, Roma 2006, pp. 640,641.


Il vangelo delle streghe
emerso dall'ombra dei secoli.

Di lei non si sa niente, soltanto il nome: Maddalena. Secondo
alcuni si tratta di una certa Maddalena Aleni, o Zaleni, o
Zigani... Secondo altri Maddalena  lo pseudonimo dietro
cui si celava tale Margherita Talenti. Quello che  certo 
che Maddalena si guadagnava da vivere facendo le carte nei
vicoli bui della Firenze di fine Ottocento.  anche sicuro che
la donna fosse una strega, una strega vera e molto esperta
di rituali magici, pozioni e amuleti.
Charles Godfrey Leland, invece,  un personaggio piuttosto
noto nel mondo dell'occulto. Nato a Philadelphia nel
1824, fin da bambino aveva subito il fascino della religiosit
magica e delle leggende ancestrali che gli raccontavano
gli inservienti neri in servizio nella casa dell'infanzia o i
braccianti pellerossa impiegati nella tenuta dei cugini nel
New England. L'interesse per quegli argomenti, che si
addentravano negli abissi del tempo e nei meandri della
magia, lo avrebbe coltivato per tutta la vita. Trascorse infatti
l'esistenza conducendo ricerche nell'ambito del folklore,
della psicologia e dell'occultismo, e collezionando feticci
e talismani provenienti da ogni parte del mondo.
Dopo aver studiato in Germania presso l'universit di
Heidelberg e dopo aver combattuto, nel 1848, sulle barricate
di Parigi, Charles Godfrey approd a Firenze. Ci che lo
interessava certo era l'arte, ma non solo quella. Grazie alle
sue ricerche aveva infatti potuto appurare come in quella
citt sopravvivesse, nascosta ai pi, una cultura
magico-religiosa antica di millenni, che affondava le radici
nella mitologia etrusca e romana.
Si trattava di un vero e proprio culto di arcaiche divinit pagane,
tra le quali spiccava Diana, colei da cui tutto ebbe origine
ed evidente reminiscenza della preistorica Grande Dea Madre.
Con i suoi rituali e i suoi miti, tale culto si era tramandato di
generazione in generazione all'interno di alcune famiglie
che abitavano le campagne della Romagna e della Toscana.
Officiata dalle sacerdotesse di Diana, e cio dalle streghe, la
vecchia religione si era attirata il nome di stregheria.
Una volta stabilitosi a Firenze Leland dedic quindi tutto
se stesso a indagare i misteri di quell'occulta tradizione
italica. Il che non era affatto facile in quanto, come egli ebbe
presto modo di verificare, i segreti della stregheria erano
scrupolosamente celati a tutti tranne che a pochissime persone,
esattamente come succede tra gli indiani Chippeway
o tra i seguaci del Voodoo Nero(1). Lo studioso americano
si immerse nella vita della strada e si diede a frequentare
personaggi sinistri, zingari, vagabondi, ma soprattutto certe
donne che, al riparo dagli occhi superstiziosi dei benpensanti,
erano capaci di preparare strani amuleti recitandoci
sopra arcane formule magiche.
Una di queste donne si faceva chiamare Maddalena e
Leland la incontr nel 1886. Tra i due nacque una collaborazione
che and avanti per alcuni anni, durante i quali la
strega fiorentina riusc a raccogliere tra le sue consorelle
tradizioni, leggende e formulari segreti. Una mole di materiale
davvero consistente, che Charles Godfrey pubblic
nei due testi Etruscan Magic and Occult Remedies e The
Legends of Florence.
Ma fu nell'inverno del 1897 che a Colle di Val d'Elsa, vicino
a Siena, Leland ricevette dall'amica il documento pi prezioso:
un autentico vangelo delle streghe. Maddalena lo aveva
redatto di suo pugno attingendo a delle fonti, per lo pi orali,
di cui lo stesso Leland ignorava l'identit. Il manoscritto, dal
titolo Aradia, o il vangelo delle streghe, costituiva un vero e
proprio libro del comando, in cui erano contenute formule
di rituali, invocazioni e scongiuri, nonch le istruzioni per
la celebrazione del sabba, cio del classico raduno delle
streghe, con tanto di danze e unioni sessuali da consumarsi
tra le ombre della foresta rischiarata dalla luna piena.
Nel vangelo veniva inoltre descritto il mito di Aradia,
la figlia di Diana, dea della Luna, e di Lucifero, dio della
Luce. Secondo tale mito Diana avrebbe inviato Aradia sulla
Terra per insegnare ai mortali a difendersi dagli oppressori
malvagi utilizzando la potente arma della magia. Chi sia
veramente Aradia, di preciso gli studiosi non lo sanno. Tale
nome non figura infatti nella mitologia romana. Ai tempi
Leland ipotizz che Aradia fosse da identificarsi con
Herodias, versione primigenia della terribile Lilith semitica,
la Regina della Notte e della Magia.
Aradia, or th Gospel of th Witches venne pubblicato a
Londra nel 1899 dall'editore David Nutt. E naturalmente
ci fu chi dubit dell'autenticit di quel documento, ma
per Leland, come del resto per numerosi altri esperti della
materia, il vangelo delle streghe fiorentino costituiva la
prova incontrovertibile della vitalit di cui l'antica religione
godeva ancora alle soglie del moderno XX secolo.
Oggi Aradia rappresenta uno dei testi di riferimento della
wicca, il movimento neopagano fondato in Inghilterra, negli
anni Cinquanta del secolo scorso, dall'esoterista Gerald
Gardner. Il che ci dice che la stregheria  ancora viva.
Charles Godfrey Leland invece  morto a Firenze il 20 marzo
1903. Maddalena nel frattempo si era dileguata dalla sua
vita. Gli aveva scritto che stava per sposarsi con un calzolaio
di nome Lorenzo Buciatelli, con cui, dopo il matrimonio,
sarebbe partita per gli Stati Uniti. Dopo quell'ultima lettera,
di lei Charles non avrebbe saputo pi nulla.
 Note.
1. Charles G. Leland, Aradia il vangelo delle streghe, a cura di L. Menegoni.Leo S.
Olschki, Firenze 1999, p. 6.


Un fenomeno di casa infestata al Bandino.

Quanto segue  il resoconto di un altro cosiddetto fenomeno
di infestazione. La fonte  particolarmente autorevole:
si tratta di Vittorio Perrone, un ingegnere romano nonch
noto parapsicologo, che durante gli anni Cinquanta del
secolo scorso collabor con Luce e ombra, una rivista
specializzata nello studio dei fenomeni paranormali.
Ecco i fatti. Un'estate Perrone fu invitato in una villa, in
un sobborgo fuori Firenze detto il Bandino. Era il mese
di luglio del 1939. La costruzione, a giudicare dallo stile,
poteva risalire alla met dell'Ottocento ed era circondata
da un frutteto, orti e un bel giardino. Il nuovo arrivato venne
alloggiato nella camera pi accogliente della casa. Ma
nonostante l'ambiente fosse dei pi confortevoli, non vi
avrebbe passato delle belle nottate.
Tutte le sere, non appena spenta la luce sul comodino,
cominciavano a farsi udire i rumori. Erano scricchiolii di
mobili e colpi nei termosifoni. Ma c'erano anche le ante
dell'armadio, che si aprivano da sole, per poi chiudersi
sbattendo forte. Perrone, che aveva gi avuto esperienza
diretta di episodi di questo tipo, cercava di non farci caso.
Era uno studioso del paranormale, e certe cose le conosceva
bene. Tuttavia, come avrebbe confessato in seguito, le
sensazioni provate in quella villa furono per lui particolarmente
angosciose.
Avvertiva chiaramente che dietro quelle manifestazioni
agiva un'intenzione consapevole, un'intelligenza invisibile.
Prova ne era che nel preciso istante in cui l'ingegnere,
sfinito, iniziava a cedere al sonno, i colpi si facevano
all'improvviso pi forti e insistenti. Qualcuno non voleva
che lui si addormentasse. E la nota pi sgradevole di tutta
la faccenda era che quel qualcuno era l, a volte dentro la
stanza, a volte appena fuori dalla porta. La sua presenza era
concretamente percepibile. Se ne potevano udire i rumori
dei passi, avanti e indietro. Solo chi ci  passato, pu avere
una pallida idea di ci che ho provato, avrebbe scritto Perrone.
Solo chi ci  passato sa cosa vuol dire sentire vicino a s
la presenza di qualcuno che non si vede(1).
La stessa storia and avanti regolarmente per sette notti di
fila, e cominciava sempre intorno all'una e trenta. Poi verso
l'alba i rumori cessavano, e anche la presenza svaniva. Fino
all'ultimo giorno della vacanza, l'ospite non fece parola con
nessuno delle sue vicissitudini notturne. Ma alla vigilia della
partenza accadde un fatto. Era l'ora del tramonto e gli amici
della villa erano tutti in giardino in attesa della cena. L'aria
si era fatta pi fresca e la dottoressa W.L. (non sappiamo chi
sia, nel suo resoconto Perrone ne riporta le iniziali) volle
salire nella sua stanza per prendersi un maglioncino. Torn
fuori veloce come un razzo. Ansimava. Suo cognato, che
era medico, le sent il polso: batteva a mille.
Perrone si appart con lei, e le chiese cosa fosse successo.
La donna spieg che era salita senza accendere la luce, e che
mentre passava davanti alla camera, proprio quella assegnata
all'amico di Roma, aveva udito un colpo fortissimo contro
la porta, come inferto dall'interno. Si era sentita morire.
Quindi si era fatta forza e il golf era andata a prenderlo lo
stesso, nella stanza attigua. Poi era ridiscesa di corsa con il
cuore che le batteva in gola.
A quel punto l'ingegnere le confess quanto invece era
accaduto a lui. E fu allora che ebbe delle risposte. La
dottoressa gli raccont che nel settembre 1937 suo fratello
Sergio era morto a Roma a causa di un attacco di tifo. Era
molto giovane e si era sposato da poco. Fu in seguito a
quella disgrazia, che nella casa del Bandino cominciarono
tutte quelle strane cose. Un giorno tocc alla cuoca che,
rimasta sola in villa, sent una voce provenire dal corridoio:
Finalmente sono tornato a casa mia!. La voce era quella
di Sergio. Alla madre, la signora L., invece capitava spesso
di udire dei passi nella grande anticamera al piano di sopra.
Ma soprattutto c'era stata quella volta in cui, mentre se ne
stava seduta in soggiorno con il marito, la signora L. lo vide
alzarsi, avviarsi a braccia aperte verso la porta e poi cadere
di schianto svenuto. Rinvenuto, l'uomo avrebbe riferito di
aver visto il figlio apparire nel vano della porta. Sergio era
avanzato nella stanza e poi era sparito nel nulla.
La villa  stata venduta e di quei fenomeni non se ne 
saputo pi nulla.
 Note.
1. Vittorio Perrone, Osservazioni su fenomeni spontanei a carattere infestatorio, in
Luce e ombra, luglio-agosto 1955, p. 234,


Dov' finita la Testa di Fauno?

Nelle Vite di Vasari e nella biografia di Michelangelo
Buonarroti redatta da Ascanio Condivi  riportato un episodio
destinato a diventare leggenda. Michelangelo aveva
compiuto tredici anni e stava nella bottega dal Ghirlandaio
quando, nel 1489, ebbe l'occasione di essere ammesso al
giardino di San Marco. Quello era un giardino molto speciale,
perch Lorenzo il Magnifico vi aveva allestito una specie
di accademia d'arte. L, circondati da una nutrita collezione
di sculture antiche per lo pi provenienti da Roma, e sotto
la supervisione di Bertoldo di Giovanni, a sua volta allievo
di Donatello, i giovani artisti avevano la possibilit di apprendere
i segreti della grandiosa arte classica, cimentandosi
nella riproduzione dei capolavori del passato.
Un giorno, trovandosi a passare per il giardino, Lorenzo
de' Medici not una testa di Fauno scolpita nel marmo in
modo mirabile. A eseguirla era stato Michelangelo, che
l'aveva copiata da un'antica scultura raffigurante appunto
un vecchio satiro sghignazzante. Il Magnifico rimase colpito
dalla bravura del giovane scultore, ma volendo prenderlo
bonariamente in giro gli fece osservare che per essere un
vecchio, quel fauno aveva troppi denti e troppo ben messi.
Appena rimasto solo, il futuro autore del Giudizio universale
modific in un attimo la sua opera, togliendoci un dente e
trapanando la gengiva come se ne fosse uscito con la radice.
E quando Lorenzo ripass da l, si compiacque a tal
punto di fronte a tanta maestria, che invit Michelangelo a
stabilirsi nel suo palazzo di via Larga. Quell'incontro rappresent
per il genio di Caprese il classico appuntamento
con il destino.
In seguito alla cacciata dei Medici da Firenze, nel 1494 il
giardino di San Marco fu saccheggiato dalla folla ed esiste
la possibilit che in quel frangente la Testa di Fauno sia
andata distrutta. L'opera fu infatti data per perduta fino a
quando, in epoca moderna, non venne identificata con una
Maschera difauno menzionata in un inventario mediceo del
1699 e conservata al Museo del Bargello. Quella attribuzione
non venne accettata proprio da tutti gli storici dell'arte,
ma per il pi grande studioso di Michelangelo, Charles de
Tolnay, non ci sono mai stati dubbi: quella testa in marmo
alta ventisei centimetri era di mano michelangiolesca. Era,
perch oggi al Bargello la Testa di Fauno non c' pi e non
si sa dove sia finita.
La piccola scultura rientra infatti nell'elenco delle numerose
opere d'arte che durante la seconda guerra mondiale furono
trafugate dai nazisti e poi andate disperse. Era il 1940 quando
i responsabili della soprintendenza alle Gallerie fiorentine
cominciarono a preoccuparsi di mettere al riparo l'ingente
patrimonio artistico custodito nel capoluogo toscano. La
situazione era gravissima, si parlava di bombardamenti e
non c'era tempo da perdere. Sparsi sul territorio della Toscana,
furono individuati trentasette rifugi di fortuna. Oltre
al tunnel ferroviario della Direttissima, dove fu sistemata la
Porta del Paradiso del Ghiberti, furono tra gli altri adibiti
a improvvisati depositi di capolavori la villa Bossi Pucci di
Montagnana, che si trov a ospitare, per citarne solo alcuni,
la Crocifissione del Perugino, la Pallade e il Centauro di
Botticelli, la Piet di Giovanni Bellini; e il castello di
Montefugoni in cui trovarono rifugio la Primavera di Botticelli,
la Madonna di Giotto, la Battaglia di San Romano di Paolo
Uccello e altre 240 opere, tutte di questo tenore. La Testa di
Fauno di Michelangelo fu invece messa al sicuro nel castello
di Poppi, nel Casentino, insieme ad altri 195 pezzi tra cui la
Nascita di Venere di Botticelli e l'Adorazione dei Magi di
Leonardo.
Non tutti quei tesori sarebbero, a guerra finita, rientrati a
Firenze. Nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1944 i tedeschi
avevano trafugato dal castello di Poppi trentasette casse
contenenti sculture, dipinti e arredi dei musei fiorentini.
Quelle opere erano partite alla volta dell'Alto Adige dove
rimasero fino al 1945, a parte quelle che i nazisti riuscirono
a spedire immediatamente in Germania. Subito dopo la Liberazione
le casse trafugate nel Casentino furono rimpatriate
nel capoluogo toscano. Ma all'appello mancarono il Ritratto
di ignoto di Hans Memling, un bassorilievo di Pierino da
Vinci e la preziosa testa michelangiolesca.
Le tre opere non sono pi state ritrovate. Per quanto riguarda
la scultura di Michelangelo, una delle ipotesi  che
sia finita a Berlino, probabilmente nell'ottobre 1944, e
quindi prelevata dalle truppe dell'Armata Rossa sovietica
e accatastata nei depositi dell'Ermitage a San Pietroburgo.
Sta ancora l? Aspettiamo fiduciosi che il ministero dei
Beni culturali chiarisca la faccenda con le autorit russe ed
eventualmente ci riporti a casa l'opera diventata un simbolo
dell'ignobile saccheggio subito dall'Italia.
Nel 1995  stato pubblicato dall'istituto poligrafico dello
Stato il volume L'opera da ritrovare, in cui  esposta la
lista dei 2356 pezzi tra dipinti, sculture, strumenti musicali,
arazzi, tappeti, che furono rubati o illegalmente esportati
dai nazisti. Ma l'elenco potrebbe essere molto pi lungo.
Secondo i carabinieri del Nucleo per la tutela del patrimonio
artistico non sono rientrate nel paese oltre 2500 opere.
 
Gli UFO sullo stadio
e la bambagia silicea.

Firenze, mercoled 27 ottobre 1954. Erano circa le 15,30
del pomeriggio e allo stadio comunale era in corso una
partita di allenamento tra Fiorentina e Pistoiese. All'improvviso
un boato si lev dal pubblico. Sugli spalti tutti si
rizzarono in piedi e con gli occhi puntati al cielo si misero
a gridare: gli UFO, gli UFO! Al che anche i calciatori smisero
di giocare. Pure loro non riuscivano a distogliere lo sguardo
dall'inconsueto spettacolo che si stava svolgendo sulle
loro teste: due oggetti volanti, rotondi e lucenti, stavano
sfrecciando avanti e indietro nel cielo, seguendo una linea
retta orizzontale con direzione nord-sud. Un testimone
avrebbe raccontato che, nonostante i due velivoli dovessero
trovarsi a un'altezza considerevole, comunque non inferiore
ai duemila metri secondo le stime buttate l al momento, in
essi era possibile distinguere con chiarezza come un nucleo
centrale, tra il biancastro e il grigio metallico, e un bordo
pi scuro che sembrava ruotare vorticosamente. A un certo
punto uno dei due apparecchi si arrest, pur continuando
a roteare intorno al proprio asse, mentre l'altro proseguiva
fino a portarsi sulla verticale della torre dello stadio. L si
ferm anche quello. Poi il primo ripart e, procedendo a
scatti in una specie di zig zag, raggiunse quello fermo sulla
torre. Per qualche minuto rimasero tutti e due lass, fermi.
Quindi ripercorsero a bassa velocit il cielo sopra il campo
sportivo; poi accelerarono dirigendosi verso Fiesole e cio
verso nord; poi invertirono di colpo la rotta e di nuovo
ripassarono sullo stadio. Adesso si vedevano anche meglio,
forse perch si stavano tenendo a una quota pi bassa. Infine
velocissimi schizzarono verso sud.
Subito dopo cominci a piovere quella strana sostanza. La
videro tutti. Per alcuni era qualcosa di simile a dei fiocchi
di cotone idrofilo, per altri ai fiori del tarassaco, i soffioni
di quando eravamo bambini per intenderci.
Nel frattempo alla redazione del quotidiano locale La
Nazione era una telefonata dietro l'altra. Un sacco di cittadini
avevano assistito al passaggio degli oggetti volanti
non identificati e, preoccupati o incuriositi, chiamavano
il giornale. Alle 14,30 era arrivata la segnalazione dello
studente di ingegneria Alfredo Iacopozzi, residente in via
Tito Speri, e cio nella zona dello stadio. Aveva parlato con
il cronista Giorgio Batini e gli aveva riferito di tre coppie
di oggetti volanti che gli erano passate davanti nel giro
di circa dieci minuti. Prima erano apparsi due dischi a
forma di ala, sembravano due gabbiani candidissimi in
volo, poco dopo era stata la volta di una coppia di oggetti
la cui forma pareva quella di una goccia d'acqua che sta
per cadere. Quindi a passare erano stati due velivoli le cui
sembianze richiamavano quelle di un cappello da mandarino
cinese. Erano sfrecciati velocissimi, procedendo come
se si avvitassero nell'aria. Comunque quando si trovavano
a passargli sulla testa era come se volassero pi lenti, ma
quando la loro corsa stava per terminare all'orizzonte,
sparivano in un lampo. Iacopozzi precis che vicino a lui
erano presenti anche altre persone che avrebbero potuto
confermare il suo avvistamento, e ne fece i nomi.
Lo studente stava ancora spiegando, allorch gli amici
che erano con lui lo richiamarono concitati: i dischi
stavano tornando! Iacopozzi interruppe allora la telefonata
e il cronista con tutti i colleghi si fiond all'ultimo piano
dello stabile. Volevano vedere anche loro. Allora la sede de
La Nazione stava in via Ricasoli e quando i giornalisti
si affacciarono sui tetti poterono osservare che in mezzo al
cielo, in direzione della cupola di Brunelleschi, fluttuava
una cosa bianca, tonda, lucida, immobile, che sembrava un
palloncino sfuggito dalle mani del venditore(1). A un tratto,
tra l'oggetto fermo e la cupola sfrecci un altro palloncino
bianco, molto pi veloce di un aereo, ma meno di una
stella filante. Poi pass un altro disco; quindi un altro
ancora. In tutto ne contarono sei. Immediatamente dopo
i passaggi, anche i giornalisti ebbero modo di assistere
alla pioggia della strana sostanza che sembrava fiocchi di
cotone.
Quel giorno a vedere unidentified-flying-objects, oggetti
volanti non identificati, solcare il cielo sopra Firenze
furono in migliaia, tra cui i diecimila tifosi dello stadio.
Addirittura si parl di psicosi collettiva. Tutti poterono
inoltre notare il fenomeno di quella che in seguito sarebbe
stata definita bambagia silicea. La misteriosa sostanza era
caduta dappertutto. Alla Consuma, localit tra la provincia
di Firenze e quella di Arezzo, un bosco intero ne era stato
completamente ricoperto.
Furono raccolti dei campioni, anche se l'operazione non
era facile. Appena venivano toccati, infatti, quei fiocchi
vaporosi si riducevano in filamenti appiccicosi, come quelli
delle ragnatele. Una provetta in vetro contenente della sostanza
filiforme fu affidata al professor Giovanni Canneri,
dell'Istituto di chimica analitica dell'universit di Firenze,
perch la analizzasse. Il referto di quelle analisi sarebbe
stato il seguente:
Sostanza a struttura fibrosa, con notevole resistenza meccanica alla
trazione e alla torsione. Al riscaldamento imbrunisce lasciando un
residuo fusibile e trasparente. Il residuo fusibile spettograficamente
mostra contenere prevalentemente: boro, silicio, calcio e magnesio.
Sostanza a struttura macromolecolare probabilmente filiforme.
In linea puramente ipotetica la sostanza esaminata nella scala
micro-chimica potrebbe essere: un vetro borosilicico.
Firmato: il direttore dell'istituto, prof. Giovanni Canneri(2)
In merito alla bambagia silicea verranno avanzate alcune
ipotesi. Secondo alcuni biologi si sarebbe potuto trattare
della ragnatela prodotta da una particolare famiglia di
aracnidi migratori che per spostarsi utilizzano le correnti
aeree. Altri parlarono di un tipo di paglia antiradar che in
quegli anni veniva usata dagli aerei militari. Altri ancora
pensarono ai residui chimici delle lavorazioni tessili disperse
dalle fabbriche nell'atmosfera.
Tra tutte quelle teorie, per, nemmeno una riuscir a spiegare,
in modo assolutamente incontrovertibile, la natura
della bambagia silicea. Episodi di piogge di tale sostanza
si sarebbero in seguito verificati anche in altre localit del
nostro pianeta, e ancora, ogni tanto, si verificano. Ma a
tutt'oggi il fenomeno risulta inspiegabile.
Anche degli oggetti volanti che in quel pomeriggio d'autunno
sorvolarono i cieli di Firenze non verr trovata una
spiegazione convincente.  sicuro per che non poteva
trattarsi di palloni sonda o cose di questo tipo, perch le
manovre effettuate da quei velivoli erano apparse troppo
rapide e troppo precise per poter essere praticate da mezzi
aerostatici.
A oggi l'ipotesi pi plausibile rimane la cosiddetta ipotesi
ETH: l'Estraterrestrial hypothesis. L'ipotesi extraterrestre.
 Note.
1. Solas Boncompagni et al., UFO in Italia. L'ondata del 1954, vol. il, Corrado Tedeschi,
Firenze 1980, p. 229.
2. Ivi, pp. 233,234.


L'oggetto volante atterrato
alla periferia di Prato.

Il clamore mediatico suscitato dagli avvistamenti UFO del
27 ottobre 1954 fin per relegare in secondo piano la notizia
di un fatto che, in altre circostanze, si sarebbe guadagnata
ben altra attenzione. Certo siamo pur sempre in tema: anche
questo episodio rientra infatti nella casistica degli oggetti
volanti non identificati. Ma questa volta poco manc che il
presunto velivolo alieno non atterrasse sul suolo toscano.
Erano le due del pomeriggio di quello stesso 27 ottobre.
Fuori c'era un gran bel sole e Fabio Bruni, un sedicenne
che abitava a Prato, si stava godendo una passeggiata nei
pressi di Giolica Alta, una piccola frazione alla periferia
della citt. A un certo punto il silenzio della campagna
venne interrotto di colpo da un suono strano, una specie di
sibilo. Il ragazzo si ferm d'istinto. Non riusciva a capire,
un rumore del genere non lo aveva mai sentito. Si guard
intorno fino a quando, in una radura poco lontano, vide una
cosa enorme: bianchissima e trasparente che emanava una
luce quasi abbagliante(1); la cosa fluttuava sospesa a circa
un metro da terra. Accecato da quella luce, Bruni non riusc
a distinguere la forma dell'oggetto. In seguito avrebbe
riferito che, a occhio e croce, il velivolo poteva essere sui
venti metri di diametro.
Comunque non  che il giovane si fosse fermato a guardarla
per ore, quella cosa. Perch preso da un attacco di
paura, quasi subito aveva girato i tacchi e si era messo a
correre. Poi per era caduto e si era slogato una caviglia.
Stava ancora per terra quando vide l'oggetto sollevarsi in
verticale e, una volta raggiunta una certa quota, partire di
scatto in direzione di Firenze. Era velocissimo e si lasciava
dietro una scia. Dopo un po' Bruni not che sul terreno si
erano posati come dei filamenti bianchissimi e lucenti,
quasi argentei(2). Aveva ancora paura, e quei fili non os
neppure toccarli. Quindi cerc di calmarsi e smaltito lo
shock se ne torn a casa, dove raccont a tutti quello che
gli era successo.
Il giorno dopo, un resoconto dell'accaduto sarebbe apparso
sulle pagine de La Nazione, del Giornale del Mattino,
de Il Messaggero e di Momento Sera. Al fatto non
sarebbe per seguita nessuna inchiesta.
Nel febbraio 1972, Siro Menicucci, direttore del Centro
ricerche di Prato, un'associazione che si occupa dello studio
dei fenomeni UFO, intraprese delle indagini. Ma non venne a
capo di nulla: Bruni si era nel frattempo trasferito a Genova
e non fu possibile rintracciarlo. Grazie alle informazioni
fornite da un vecchio cacciatore della zona, Menicucci riusc
per a individuare la radura dove, diciotto anni prima,
la presunta nave spaziale aveva tentato l'atterraggio. Si
trattava di uno spazio privo di alberi, lungo ventisei metri
e largo ventiquattro.
Il cacciatore disse di ricordare che, nel 1954, in quel posto
erano caduti dei trucioli trasparenti, che per si erano
dissolti dopo pochi giorni. Disse che ai tempi si era fatto
l'idea che dovesse trattarsi di residui caduti da qualche
aereo. Durante la guerra ne aveva infatti visti di simili.
 Note.
1. Solas Boncompagni et al., UFO in Italia. L'ondata del 1954, vol. II, Corrado Tedeschi,
Firenze 1980, pp. 226,227.
2. Ivi, p. 227.


Il controverso primate
custodito in via La Pira.

Se al Museo nazionale di Addis Abeba sono conservate le
ossa della nostra progenitrice Lucy, celebre rappresentante
del genere Australopithecus, al Museo di geologia e
paleontologia di Firenze  possibile soffermarsi davanti
alla teca che espone i resti di Sandrone, primo esemplare
rinvenuto di Oreopithecus bambola.
L'oreopiteco  forse il primate pi controverso della storia
della paleontologia. Si tratta infatti di un essere antropomorfo
dai tratti morfologici cos ambigui, da renderne difficile
una collocazione precisa nell'ambito del processo evolutivo
degli ominidi. Troppo umano per essere una scimmia,
ma troppo scimmiesco per poter essere annoverato tra gli
antenati diretti del genere Homo, VOreopithecus bambola
ha decisamente costretto la comunit scientifica a misurarsi
con l'atavica questione del cosiddetto anello mancante.
Il primo episodio di questa storia risale al 1872, quando il
paleontologo francese Paul Gervais si ritrov a studiare una
strana mandibola di primate, che gli era stata sottoposta dal
direttore del Gabinetto di geologia e paleontologia del Regio
Istituto di Studi Superiori di Firenze. Tale reperto faceva
parte di una collezione di fossili venuti alla luce una decina
di anni prima nelle miniere di lignite di Montebamboli, a
nord-ovest di Massa Marittima.
Gervais riconobbe di trovarsi di fronte a un esemplare di
primate senza dubbio diverso da tutti quelli fino ad allora conosciuti
e istitu su di esso una nuova specie, quella appunto
dell'Oreopithecus bambola. Tuttavia, siccome il professore
di Parigi aveva classificato la nuova specie tra le scimmie
antropomorfe, ma vi aveva pure osservato caratteristiche
comuni alle scimmie cinomorfe (quelle con la coda, tipo il
babbuino o il macaco per intenderci), gli studiosi finirono
per attribuire l'oreopiteco alla famiglia di quest'ultime, che
con la specie umana non hanno niente a che vedere.
La faccenda sembrava essersi chiusa l, fino a quando nel
1915 l'antropologo tedesco Schwalbe, studiando alcuni
calchi, riapr la questione, concludendo che l'oreopiteco
non fosse una scimmia cinomorfa, bens un antropomorfo
a tutti gli effetti. A quei tempi comunque gli scienziati un
esemplare intero di Oreopithecus non avevano ancora avuto
modo di vederlo, e le loro osservazioni le conducevano
sull'enigmatica mandibola gi studiata da Gervais anni
prima.
Ed  basandosi su quella mandibola che nel 1954 il paleontologo
svizzero Johannes Hrzeler giunse alla rivoluzionaria
teoria secondo cui l'oreopiteco costituisse un
indiscutibile esemplare di ominide, fosse cio un remoto
antenato dell'uomo. Gli studi di Hrzeler suscitarono grande
clamore e le pi importanti testate internazionali, quali The
New York Times e The Herald Tribune, riportarono in
prima pagina titoli come: Ricerche sui fossili mettono in
dubbio la teoria evolutiva di Darwin, o Nuovo fossile mette
in dubbio l'origine dell'uomo dalle antropomorfe. In realt
non era esattamente questo ci che Hrzeler intendeva dire,
bens che l'oreopiteco fosse un rappresentante di una linea,
oggi estinta, vicina alla linea evolutiva dell'uomo. In ogni
caso la questione rimaneva, dal punto di vista scientifico,
decisamente delicata.
Poi, il 2 agosto 1958, un nuovo colpo di scena: nella miniera
di Baccinello, in provincia di Grosseto, venne riportato
in superficie il primo scheletro pressoch completo di
Oreopithecus bambolii. Enzo Boccalini e Azelio Giustarini, i
minatori che lo avevano trovato, lo battezzarono Sandrone.
Lo scheletro, ovviamente fossilizzato, era letteralmente
schiacciato tra due grossi blocchi di carbone.
Dopo lunghe trattative con le autorit italiane, Hrzeler
ottenne il permesso di portare il fossile a Basilea, dove lo
sottopose ad approfondite analisi. Non c'erano dubbi: molti
tratti della dentatura, del cranio e dello scheletro erano quelli
che si possono rinvenire esclusivamente nell'uomo e nei
suoi diretti antenati. Il che tra l'altro portava a retrodatare
di parecchio l'origine dell'evoluzione umana, dato che
l'esame del carbonio ha collocato l'Oreopithecus bambola
nel Miocene superiore, epoca compresa tra i 9,5 e i 6,5
milioni di anni fa.
Nel 1962 lo scheletro di Sandrone  rientrato a Firenze e
nel 1993 un altro esemplare di oreopiteco  stato ritrovato
in Sardegna, nei pressi della centrale termoelettrica di
Fiume Santo. E, anche alla luce dei recenti studi di Melke
Khler e Salvador Moy Sol dell'istituto di paleontologia
di Sabadell in Spagna, l'appartenenza dell'Oreopithecus
bambolii al ramo evolutivo umano  ancora controversa.


Botticelli, Leonardo
e il Priorato di Sion.

Nel 1967 venne depositato presso la Bibliothque Nationale
di Parigi un plico di documenti raccolti sotto il titolo di
Dossiers secrets de Henri Lobineau. Il fascicolo, catalogato
con il numero 40 lm 249, contiene un insieme di materiale
eterogeneo costituito da ritagli di giornale, pagine fotocopiate
da libri vari, lettere e appunti scritti a mano su fogli
volanti, una serie di alberi genealogici e tre elenchi di nomi.
Dei tre elenchi uno riporta la lista dei personaggi che in
ordine cronologico hanno rivestito la carica di Gran Maestro
del Priorato di Sion in un arco di tempo compreso tra
il 1188 e il 1918. La lista  la seguente: 
Jean de Gisors 1188-1220
Marie de Gisors 1120-1266
Guillaume de Gisors 1266-1307
Edouard de Bar 1307-1336
Jeanne de Bar 1336-1351
Jean de Saint-Claire 1351-1366
Blanche d'Evreux 1366-1398
Nicolas Flamel 1398-1418
Ren d'Anjou 1418-1480
Iolande de Bar 1480-1483
Sandro Filipepi 1483-1510
Lonard de Vinci 1510-1519
Conntable de Bourbon 1519-1527
Ferdinand de Gonzague 1527-1575
Louis de Nevers 1575-1595
Robert Fludd 1595-1637
J. Valentin Andrea 1637-1654
Robert Boyle 1654-1691
Isaac Newton 1691-1727
Charles Radclyffe 1727-1746
Charles de Lorraine 1746-1780
Maximilien de Lorraine 1780-1801
Charles Nodier 1801-1844
Victor Hugo 1844-1885
Claude Debussy 1885-1918
Jean Cocteau 1918-(1)
Le implicazioni di questo documento, in effetti eclatante
per la portata dei personaggi in esso citati, risultano davvero
sconcertanti; ma per rendersene conto occorre ovviamente
sapere di che si parla quando si tira in ballo il Priorato di
Sion.
Sulla base delle ricerche condotte da Michael Baigent,
Richard Leigh e Henry Lincoln per una serie di documentari
trasmessi dalla bbc, e poi pubblicate nel saggio The Holy
Blood and th Holy Grail (Il santo Graal nell'edizione
italiana), il Priorato di Sion sarebbe un ordine segreto
fondato nel 1099 da Goffredo di Buglione e in origine
acquartierato nell'abbazia di Nostra Signora del Monte di
Sion, a Gerusalemme.
La missione dell'ordine sarebbe stata quella di proteggere
un segreto, per difendere il quale l'ordine di Sion si sarebbe
dotato di uno speciale organo militare e amministrativo:
quello dei cavalieri del Tempio, e cio dei famosi templari.
L'ordine templare sarebbe quindi stato istituito dall'organizzazione
di Sion, al cui servizio avrebbe operato fino
al 1188. Cosa accadde nel 1188  avvolto nel mistero. Nei
documenti del Priorato ci si riferisce a un grave episodio
che, avvenuto a Gisors in Normandia e indicato con il nome
simbolico di taglio dell'olmo, avrebbe sancito la scissione
ufficiale tra Sion e i templari.
In seguito al taglio dell'olmo, l'ordine di Sion sarebbe
entrato in clandestinit, mentre quello dei templari avrebbe
continuato ad agire pubblicamente fino a quando, nel 1307,
papa Clemente V ne avrebbe ordinato la soppressione.
Ma torniamo all'elenco dei Gran Maestri. Come Baigent et
al. hanno potuto appurare, ciascun personaggio della lista ha
di certo coltivato, durante la sua esistenza, l'antico pensiero
ermetico, compresi Boyle e Newton, che erano scienziati,
Victor Hugo e Claude Debussy.  stato inoltre dimostrato
che ognuno dei nomi coinvolti ha intrattenuto contatti,
diretti o indiretti, sia con il suo predecessore che con il suo
successore. Tutti elementi, questi, che porterebbero a delineare
l'esistenza di un'imponente rete segreta che avrebbe
coinvolto da una parte soggetti legati a una certa aristocrazia
europea (molti dei Gran Maestri erano imparentati con il
casato dei Lorena), e dall'altra eminenti personalit della
cultura occidentale. Tale organizzazione occulta sarebbe da
secoli impegnata a custodire e a tramandare un enigmatico
sapere sommerso. S, ma quale?
Dai documenti conservati a Parigi non ne emerge alcun
riferimento esplicito. Tuttavia in Il santo Graal si sostiene
l'idea che il Priorato custodirebbe le prove della discendenza
di Ges Cristo. Secondo questa teoria Maria Maddalena
sarebbe stata la compagna e la discepola del Cristo, come
tra l'altro  davvero raccontato nel Vangelo di Tommaso.
Dopo la morte di Ges, la donna si sarebbe rifugiata nel
Sud della Francia per evitare la persecuzione in Giudea e,
incinta, avrebbe dato alla luce un figlio. E di queste vicende
c' effettivamente traccia in alcune leggende medievali. La
discendenza divina del Cristo si sarebbe quindi tramandata
all'interno del nobile lignaggio dei Merovingi e, estirpati i
Merovingi, si sarebbe perpetuata fino ai nostri giorni lungo
i rami genealogici di determinate case aristocratiche, tra
cui quelle dei Saint-Claire, dei Blanchefort e dei Plantard.
Al di l delle questioni dinastiche e genealogiche, il sapere
occulto coltivato dai membri del Priorato avrebbe quindi a
che fare con la rivendicazione del ruolo rivestito da Maddalena
nella storia del cristianesimo, ma soprattutto con il
culto del femminino sacro, cio l'arcaico principio femminile
che accumunerebbe tutte le religioni antiche. Certo la
Chiesa non avrebbe mai avallato tali posizioni, che con ogni
probabilit avrebbero finito per comprometterne irrimediabilmente
l'autorit storica e spirituale. Certi argomenti non
potevano che restare nascosti nell'ombra, e questo  chiaro.
Meno chiaro sembrerebbe invece il percorso che avrebbe
portato le maglie del Priorato ad allungarsi fino a Firenze.
Per provare a capirci qualcosa bisogna partire da Renato
d'Angi che, stando ai documenti del Priorato, venne eletto
Gran Maestro nel 1418, all'et di dieci anni. Il regnante
francese trascorse diversi anni in Italia e tramite gli Sforza
di Milano entr in contatto con i Medici di Firenze.  stato
sostenuto che fu proprio sotto l'influenza di Renato, che
Cosimo il Vecchio inizi a inviare agenti in tutto il mondo
alla ricerca di antichi manoscritti. Tale missione si sarebbe
poi concretizzata nel 1444 nella fondazione della biblioteca
di San Marco, dove venne raccolta la summa del pensiero
pitagorico, neoplatonico, gnostico ed ermetico.
Che Renato d'Angi abbia soggiornato a Firenze  documentato;
non lo  invece per quanto riguarda sua figlia
Iolande de Bar, che assunse la guida del Priorato nel 1480. 
certo per che la donna, duchessa di Bar e di Lorena, sped il
figlio, Renato anche lui, a studiare a Firenze, proprio perch
potesse apprendere la tradizione esoterica che in quegli anni
veniva coltivata presso l'Accademia neoplatonica. Intorno a
tale istituzione, che era stata fondata da Marsilio Ficino per
incarico dello stesso Cosimo, gravitavano famosi umanisti.
E tra questi, oltre a Angelo Poliziano, Pico della Mirandola
e Lorenzo il Magnifico, spiccava anche Giorgio Antonio
Vespucci, zio del celebre Amerigo, a cui Iolande de Bar
aveva affidato l'educazione del figlio. Se si tiene quindi
presente che Giorgio Antonio Vespucci fu anche uno dei
principali protettori di Sandro Filipepi detto il Botticelli,
sembrerebbe che i pezzi del puzzle comincino ad andare
al loro posto.
Secondo i documenti segreti Botticelli fu nominato
Gran Maestro del Priorato nel 1483, seguito da Leonardo
da Vinci nel 1510. Come si sa i due artisti si conoscevano:
entrambi furono apprendisti presso la bottega del Verrocchio
ed entrambi furono protetti dai Medici, dagli Estensi
e dai Gonzaga.
Leonardo parrebbe tra l'altro esser stato affiliato anche
all'ordine della Mezzaluna che, ristabilito da Renato d'Angi
nel 1448, era anch'esso fondato su princpi e conoscenze
esoteriche, nonch sul culto del femminino sacro (la
mezzaluna era appunto uno dei simboli con cui si usava
rappresentare il femminino).
Per gli studiosi del Priorato, la presunta appartenenza di
Botticelli e di Leonardo al Priorato trova la pi evidente
delle conferme nella lettura delle loro opere che, attraverso
una fitta trama di simboli, costituiscono per chi li sappia
leggere dei veri e propri messaggi in codice. Chi ha letto Il
Codice da Vinci di Dan Brown sa per esempio della teoria
secondo cui nell' Ultima cena Leonardo avrebbe raffigurato,
nel discepolo che siede alla destra di Ges, Maria Maddalena
e non Giovanni come ufficialmente si dichiara. Ma
si potrebbe anche accennare alla botticelliana Nascita di
Venere (Venere: altro presunto simbolo del femminino!),
dipinto in cui la Venere  ritratta con una folta chioma di
capelli rossi, proprio come quelli della Maddalena.
In effetti gli indizi che potrebbero convalidare l'autenticit
della lista contenuta nei Dossiers secrets sono davvero
tantissimi, ma le prove dell'esistenza dell'organizzazione
segreta istituita pi di mille anni fa per proteggere la discendenza
di Cristo, quelle invece scarseggiano. E non c'
storico dell'establishment accademico che non sia pronto
a giurare che si tratti di una bufala colossale. In realt un
Priorato di Sion esiste davvero ed  stato regolarmente
registrato alla sotto-prefettura di Saint-Julien-en-Genevois
il 7 maggio 1956 da Andr Bonhomme e Pierre Plantard.
Quest'ultimo sarebbe l'autore dei documenti segreti depositati
sotto il nome di Henri Lobineau e analizzati nel
saggio di Baigent et al. Nel 1993 Plantard fin invischiato
nell'inchiesta sulla morte di Roger-Patrice Pelat, amico
del presidente Francis Mitterand, e in tribunale confess
che i dossier del Priorato, in cui era menzionato lo stesso
Pelat, erano un falso.
Plantard  morto il 3 febbraio 2000, i Dossiers secrets sono
ancora conservati alla Bibliothque Nationale e sull'argomento
esiste una bibliografia sterminata.
 Note.
1. Michael Baigent - Richard Leigh - Henry Lincoln, Il santo Graal. Una catena di
misteri lunga duemila anni, Mondadori, Milano 1982, pp. 134,135.


Delitto e mistero all'ospedale
di Santa Maria Nuova.

La sera del 23 settembre 1961 a Firenze fa ancora caldo
come a Ferragosto.  sabato e la gente va al cinema. In quei
giorni nelle sale si proietta Ben-Hur, il film con Charlton
Heston vincitore di undici Oscar. Un record che verr eguagliato
soltanto nel 1997 dal colossal Titanic. Per chi rimane
a casa c' la televisione: alle 21,15 la rai manda in onda
L'amico del giaguaro, la trasmissione a premi condotta da
Corrado, Raffaele Pisu, Gino Bramieri e dalla soubrette
Marisa Del Frate.
Suor Domitilla non  al cinema, e nemmeno davanti alla
televisione. Come al solito, anche quella sera si  trattenuta
al lavoro ben oltre l'orario sindacale, nel laboratorio di
analisi mediche dell'ospedale di Santa Maria Nuova.
Quella di Santa Maria Nuova  forse l'istituzione ospedaliera
pi antica del mondo. Si racconta che nei suoi sotterranei
ci siano ancora i vasconi di pietra che Leonardo da
Vinci utilizzava per sezionare i cadaveri. L'ospedale esisteva
comunque da molto prima che il genio della Gioconda ci
andasse per condurre i suoi studi anatomici. Era infatti
stato fondato nel 1288 da Folco Portinari, ricco banchiere
e mercante, nonch padre della Beatrice amata da Dante.
A dir la verit, stando alla tradizione sarebbe stata monna
Tessa, la fantesca di casa Portinari, ad aver convinto Folco
a costruirlo. Quella donna dal carattere forte e dallo spirito
nobile, oltre che all'avvio dell'ospedale, aveva dedicato
anima e corpo anche alla creazione della comunit delle
Oblate ospedaliere, le suore infermiere che votano la loro
vita all'assistenza dei sofferenti.
Pure suor Domitilla aveva deciso di consacrare l'esistenza
a quella nobile missione. La religiosa, al secolo Tina
Forasassi, era nata a Barberino del Mugello nel 1905 e all'et
di trent'anni aveva preso il candito abito delle Oblate. Da
allora svolgeva il suo servizio presso l'ospedale fondato
dal padre di Beatrice.
Il 23 settembre 1961 per suor Domitilla sar l'ultimo
giorno della sua vita. Quel sabato sera qualcuno si sarebbe
introdotto nel laboratorio di analisi di Santa Maria Nuova
e l'avrebbe uccisa, in modo brutale e senza un apparente
motivo.
Per la religiosa starsene da sola in quei locali dell'ospedale
anche fin dopo le nove  un'abitudine che tutti conoscono.
Le cose da fare sono sempre tante, ci sono le cartelle cliniche
da sistemare, i registri e la contabilit della cassa da
tenere in ordine. Anche la sera del 23, quando alle 18,30 il
direttore del laboratorio, il professor Pasquinelli, e il suo
aiutante, il professor Lamanna, lasciano i loro uffici, suor
Domitilla non ha ancora finito di sbrigare il suo lavoro.
Deve terminare di battere a macchina una sfilza di referti.
Intorno alle 20,30 Maria Grazia Pernici, un'infermiera di
Careggi, entra nell'ospedale per consegnare alcuni reperti
istologici da fare analizzare. Percorre il lungo corridoio e
arriva al laboratorio di analisi. La porta  aperta. Nel locale
c' un uomo che sta parlando con suor Domitilla. Il tizio  di
spalle e indossa un camice grigio, qualcuno dir in seguito
che invece era beige, un tipo di camice che comunque in
quell'ospedale non porta nessuno. L'infermiera aspetta
fuori per non disturbare il colloquio. Poi l'uomo esce dal
laboratorio e si allontana a spasso spedito. La Pernici 
distratta, oppure non ne ha il tempo, in ogni caso il volto
di quell'uomo non riesce a metterlo a fuoco. Raggiunge
quindi la monaca, le consegna il pacchetto e se ne va. A parte
l'assassino, l'infermiera di Careggi sar l'ultima persona
ad avere visto suor Domitilla viva.
Adesso sono le 21,00. I medici del gabinetto di radiologia
sentono ancora il ticchettio della macchina da scrivere che
viene dai locali dove la religiosa sta lavorando. Ma appena
un quarto d'ora pi tardi, quando il dottor Bigagli passa
davanti al laboratorio di analisi, quel ticchettio non c' pi.
Il medico sta cercando qualcuno che gli fornisca le chiavi
della cappella mortuaria. Proprio quella mattina era morto
l'illustre professor Fedele Fedeli, un chirurgo di fama che
era stato anche il suo maestro e lui, che  in ospedale per
il turno di notte, sente il bisogno di stare per un po' vicino
alla salma. La cappella per  chiusa e lui appunto non ha
le chiavi. Arrivato al laboratorio di suor Domitilla, il dottor
Bigagli trova la porta spalancata e le luci al neon accese,
dentro per gli sembra che non ci sia nessuno. Chiama
pi volte, e niente, silenzio assoluto. Il medico non entra e
prosegue altrove la ricerca delle chiavi.
Passate le 22,00 il dottor Calori comincia a insospettirsi. 
da un po' che dalla sua finestra ha notato che gli ambienti del
laboratorio di analisi sono ancora illuminati. Decide allora
di andare a controllare. Pi o meno in quegli stessi minuti,
la madre superiora del convento delle Oblate, preoccupata
per non aver visto rientrare suor Domitilla, incarica suor
Emilia e suor Cecilia di andare a chiamare la consorella.
Le due suore entrano nel laboratorio un istante prima del
dottor Calori. Dentro il silenzio che avvolge l'antico ospedale,
le loro urla di terrore ri suonano ancora pi strazianti.
Il cadavere di suor Domitilla giace supino per terra, la testa
fracassata e le candide fasce del velo orrendamente tinte
di rosso.
Non passa molto tempo e sul posto giungono il procuratore
della Repubblica Sica, il suo sostituto Cantagalli, il capo
della Squadra mobile Anania e i tecnici della Scientifica. Si
passa in rassegna la scena del crimine. Sul pavimento non
c' molto sangue, le fasce del velo lo hanno trattenuto quasi
tutto. L'arma del delitto  stata abbandonata sul corpo della
vittima, sistemata di traverso alla base del collo. Si tratta di
un tubo di ferro dipinto di bianco che l'assassino doveva
aver prelevato da un mucchio di ferri uguali accatastati nel
cortile adiacente al laboratorio. Su quel ferro non verranno
rilevate tracce di impronte. Chi l'aveva impugnato indossava
i guanti, oppure era stato attento a ripulirlo molto bene. L'assassino
avrebbe per avuto tutto il tempo per nasconderlo.
Perch allora lasciarlo l, sul corpo della vittima?
Sulla scrivania a cui aveva lavorato suor Domitilla c' il
caos, fogli dappertutto, il registro aperto. Nel rullo della
macchina da scrivere  inserito il referto, lasciato a met, di
un esame emocromo. Il cassetto con l'incasso della giornata
 spalancato, e dentro ci sono 34.000 lire. Dal bollettario
risulta che la somma incassata quel 23 settembre sarebbe
dovuta ammontare a 200.000 lire. Nella cassa mancano
quindi 166.000 lire.
La prima cosa che viene in mente  l'omicidio per furto, ma
questa ipotesi cade presto. Le 166.000 lire vengono infatti
ritrovate nella cassaforte, dove la vittima le aveva riposte
per non correre rischi. Le chiavi della cassaforte, inoltre,
suor Domitilla le portava legate alla cintura e l'assassino
non aveva nemmeno provato a strappargliele.
Ma allora chi poteva aver ucciso una suora di cinquantasei
anni e, soprattutto, perch?
Un paio di settimane dopo l'oscuro delitto di Santa Maria
Nuova, il 6 ottobre, il renaiolo Timoteo Lucaroni rinvenne
sul greto dell'Arno la testa della Primavera. La Primavera
 una delle quattro sculture che ornano le testate del ponte
di Santa Trinit. Quel ponte, costruito su disegno di Michelangelo
nella seconda met del Cinquecento, nel 1944
i tedeschi in ritirata lo avevano fatto saltare con le mine.
Negli anni seguenti tutte e quattro le statue sarebbero state
ripescate nel fiume, ma quando il 16 maggio 1958 si tenne
la solenne inaugurazione del nuovo ponte, fatto ricostruire
dai fiorentini esattamente come era e dove era, alla
Primavera mancava ancora la testa. Quella non era stata
ritrovata, e per gli abitanti di Firenze ci costituiva un motivo
di grande dispiacere, cui la citt intera sembrava fare
fatica a rassegnarsi.
Eppure quel 6 ottobre la notizia del ritrovamento del reperto
di marmo pass decisamente in secondo piano. L'opinione
pubblica era infatti ancora sconvolta per il fatto di sangue
dell'ospedale e con il fiato sospeso attendeva i risvolti delle
indagini. Che al momento brancolavano nel buio.
Il misterioso uomo dal camice grigio non era stato identificato.
Chi fosse quel tizio visto a parlare con suor Domitilla
un'ora prima che venisse uccisa non lo si sapr mai.
Si prov a indagare anche intorno a due enigmatici figuri
che un frate cappuccino sosteneva di aver notato, intorno alle
20,00 del 23 settembre, in una stanza vicino al cortile interno
di Santa Maria Nuova. Quella sera il frate stava appunto
attraversando il cortile, quando aveva visto due individui
che l'avevano insospettito. La coppia stava appoggiata alla
parete di fondo della grande sala sul cortile, immobile e al
buio, come a non voler dare nell'occhio. Ma pure l'identit
di quei due tizi non verr mai chiarita.
A un mese dall'omicidio, gli inquirenti non erano arrivati a
capo di nulla. Poi, il 23 ottobre, il colpo di scena. Un uomo
venne fermato e formalmente accusato del delitto. Quell'uomo
per non era uno qualsiasi, era un vicebrigadiere della
polizia: Giacinto Mancaruso. L'indagato conosceva gli
ambienti dell'ospedale perch in passato ci aveva prestato
servizio. Inoltre, fatto strano, appena pochi giorni prima del
suo arresto, l'uomo aveva dato le dimissioni dalla polizia. Il
motivo di tali dimissioni non era affatto chiaro. Come non
era per niente chiaro dove fosse il vicebrigadiere la sera del
23 settembre. Lui sosteneva di essere rientrato a casa, in
borgo Pinti, intorno alle 19,00, e di essere poi uscito sul
tardi, verso le 23,30. La moglie aveva confermato la versione:
Mancaruso quella sera era a casa a guardare la televisione,
c'era L'amico del giaguaro e lui quella trasmissione non se
la sarebbe persa per nessun motivo al mondo.
Contro l'accusato pesava per una testimonianza pesantissima,
quella del brigadiere Umberto Valenti. Costui
sosteneva di aver visto il collega la sera in questione, nella
piazza antistante l'ospedale, intento a parlare con una donna
giovane e bella. Valenti era certo che fossero le 20,20.
Altri due poliziotti si dissero sicuri che Mancaruso era in
piazza Santa Maria Nuova alle 22,15, e anche un'infermiera
testimoni di aver notato la presenza del sospettato
in quella piazza, ma intorno alle 21,00. L'infermiera, al
momento di confermare la sua deposizione, non si dir pi
tanto sicura su parecchi dettagli, tra cui quello di non poco
conto dell'orario.
Valenti invece non potr pi confermare alcunch. Il 6
novembre verr ritrovato riverso in un bagno di sangue in
una toilette al piano terra della caserma di pubblica sicurezza
Fadini, in via Faenza. Valenti aveva una pistola in mano
e un proiettile in testa. Un suicidio. Uno strano suicidio,
per. Perch conficcato nel soffitto c'era anche un secondo
proiettile che, stando alla perizia balistica, era quello partito
per ultimo, quando il primo doveva quindi trovarsi gi
dentro il cranio di Valenti. Gli investigatori giunsero alla
conclusione che il brigadiere, caduto a terra dopo il primo
colpo, ne avrebbe involontariamente esploso un altro per
effetto di una contrazione muscolare.
Nel frattempo Mancaruso continuava a professarsi innocente.
Nelle ore in cui si era consumato il delitto lui era a
casa, e stava guardando L'amico del giaguaro. E la donna
giovane e bella, di cui aveva parlato Valenti, lui non aveva
la pi pallida idea di chi fosse. Non faceva che ripetere che
non avrebbe avuto alcun motivo per eliminare la suora. In
effetti un valido movente per cui Mancaruso avrebbe dovuto
uccidere la religiosa non c'era, o per lo meno non fu
scoperto. In fondo a carico del sospettato c'erano soltanto
le dichiarazioni di chi sosteneva di averlo visto aggirarsi
nei paraggi dell'ospedale in orari particolarmente delicati.
Ma dalla sua l'ex brigadiere poteva contare su di un alibi
molto, ma molto debole: L'amico del giaguaro.
Eppure quell'alibi salver Mancaruso dal carcere a vita.
Quando gli inquirenti gli chiederanno di descrivere la puntata
del quiz televisivo del 23 settembre, l'ex brigadiere
non riuscir a ricordare che pochi e insignificanti dettagli.
Ma quelli saranno sufficienti a far cadere ogni sospetto.
Quando suor Domitilla venne uccisa, Giacinto Mancaruso
era davanti alla televisione, come altri quattordici milioni
di italiani.
Mancaruso fu scagionato e rimesso in libert. Il faldone
con gli atti dell'inchiesta sull'omicidio di suor Domitilla
venne archiviato tra i casi rimasti insoluti.
 
Il Cerchio Firenze 77.

Secondo l'ipotesi spiritica la medianit  quella facolt che
consente alle entit disincarnate di entrare in contatto con
il mondo dei viventi attraverso un medium, generalmente
in trance o comunque in uno stato alterato di coscienza.
Una volta caduto in stato di trance il medium non avverte
niente di quanto sta avvenendo attorno a lui, e in quei momenti
gli spiriti dei trapassati si servono del suo corpo per
comunicare con i vivi.
Roberto Setti nacque a Firenze il 7 novembre 1930 e quando
visse la sua prima esperienza di trance per incorporazione
aveva diciassette anni. Si trovava assieme alla sorella e ad
alcuni amici, quando all'improvviso parve addormentarsi
e inizi a parlare con una voce diversa dalla sua. Prima di
quella volta c'erano stati gli episodi di scrittura automatica.
La mano destra, con tutto il braccio, di colpo non apparteneva
pi a luj e lui di getto si metteva a scrivere con una
grafia che non era la sua. Ruggero, il fratello di Roberto
morto ad appena venticinque anni, ebbe cos il modo di
comunicare con sua moglie e di indicarle dove aveva tenuto
nascosto un suo diario, della cui esistenza nessuno aveva
mai saputo niente.
I primi tempi le sedute si tenevano presso l'abitazione della
sorella del medium, in via delle Ruote. A volte succedeva
che a manifestarsi attraverso Setti fossero entit legate ai
presenti da vincoli di affetto. Ma in seguito le visite di
quel tipo si fecero pi rade, mentre a farsi pi frequenti
erano gli interventi di certi spiriti che con un tono dolce e
rassicurante si soffermavano a spiegare delle cose. Cose
molto belle e profonde, che avevano a che fare con gli aspetti
pi occulti della vita e della morte. A essere affrontati erano
argomenti anche molto difficili, di carattere decisamente
speculativo, come per esempio quello della reincarnazione,
della relativit del tempo e dello spazio, della natura divina
della realt, delle diverse dimensioni dell'esistenza.
Le Guide, cos i membri del Cerchio avevano cominciato
a chiamare quelle entit, alle sedute non mancavano mai.
Non tutte insieme, ovviamente: un giorno dall'aldil poteva
sopraggiungere lo spirito di Kempis, un altro quello di Alan,
o di Fratello Orientale, o di Claudio, o di Dali... Nessuno di
loro aveva voluto fornire indicazioni circa la propria identit
incarnata nelle vite precedenti. Nessuno a parte Franois,
che fu l'unico fra i Maestri disincarnati a rivelare notizie,
storicamente riscontrabili, sulla sua incarnazione pi recente.
Se andate su Wikipedia, lo trovate. Si tratta di Franois
Broussais, un medico e occultista francese che nel 1803
si era arruolato nella Grande armata di Napoleone, e che
per dieci anni visse a Udine dove, durante l'occupazione
napoleonica, diresse l'ospedale di quella citt.
Le manifestazioni delle entit erano spesso accompagnate
da fenomeni paranormali di diversa natura: profumi che
prendevano a effondersi nella stanza (per esempio l'arrivo
di Dali era sempre annunciato da effluvi che sapevano di
violetta), luminescenze che fluttuavano nel buio, apporti di
oggetti, piogge di foglie di ulivo o di petali di rosa, episodi
di levitazione. Una volta la poltrona su cui stava il medium
si sollev da sola e, con lui seduto sopra, and a posarsi sul
piano del tavolo.
Le riunioni spiritiche si sono svolte regolarmente fino al
1984, anno della morte di Setti. E sono state frequentate, tra
gli altri, dalla famosa sensitiva Zoe Aiacevich Borelli, dal
fisico genovese Alfredo Fenero, dall'attrice Nella Bonora,
dal giornalista Pietro Cimatti, dall'antesignano della
psicofonia Konstantin Raudive e da Ian Stevenson, professore
di psichiatria all'Universit della Virginia.
Gli insegnamenti impartiti dalle entit disincarnate sono
stati registrati, trascritti e anche pubblicati in numerosi
libri con la firma del Cerchio Firenze 77, nome che il
gruppo di Setti si era dato a partire dagli anni Settanta (Il 7
 il numero fondamentale del modulo alla base del nostro
cosmo, come spiegato dalle stesse Guide).
Quei libri sono ancora presenti tra gli scaffali delle librerie,
mentre online sono facilmente reperibili le registrazioni
originali delle voci dei Maestri: una straordinaria testimonianza
direttamente dall'aldil.
 
Sedute spiritiche
nel villino dei Trollope.

Una sera, durante una riunione del Cerchio Firenze 77,
attraverso il medium Roberto Setti si materializz lo spirito
di Daniel Dunglas Home. Con marcato accento inglese
l'entit prese a raccontare del suo soggiorno a Firenze e
di quando in quella citt gli capit una brutta storia. Stava
rientrando nel villino dove era ospite, quando fu aggredito
alle spalle da un tizio che per tre volte lo colp con un coltello.
Incredibilmente il colpo che avrebbe potuto essergli
fatale fu deviato dalla chiave di casa che egli teneva in tasca.
Terminato il racconto, Home aggiunse: Ora desidero
lasciarvi un regalo: il mio portafortuna. S, una chiave che
portavo sempre con me e che  nella mia tomba a Saint-
Germain, in Francia(1).
A questo punto lo spirito tacque, il medium prese tra le sue
mani quelle di uno dei partecipanti e dopo qualche istante
si sent il rumore di un oggetto metallico che cadeva sul
pavimento. Finita la riunione e accesa la luce, per terra tutti
poterono vedere una vecchia chiave un po' arrugginita e
lunga circa dieci centimetri.
Una foto della chiave  stata pubblicata dal Cerchio nel
libro Dai mondi invisibili, mentre l'episodio dell'aggressione
venne all'epoca riportato dallo stesso Home nelle sue
memorie. Non essendoci per stati testimoni, gli studiosi
hanno sempre messo in dubbio quella faccenda dell'attentato,
ritenendola inventata di sana pianta. A quanto pare,
era invece tutto vero.
Ma chi era Daniel Dunglas Home? Per chi si interessa
di occultismo, il personaggio  certamente noto. Nato in
Scozia nel 1833, Home  infatti considerato uno dei pi
grandi medium dell'Ottocento e il successo di cui ai tempi
godettero le sue straordinarie capacit soprannaturali fu
determinante per la stessa affermazione del movimento
spiritista, che proprio in quegli anni si andava diffondendo
in Europa e negli Stati Uniti specialmente tra le classi
colte.
Figlio di una veggente, pare che il piccolo Daniel avesse
iniziato assai presto a manifestare i suoi poteri decisamente
non convenzionali. Nella sua autobiografia  infatti riferito
di come la sua culla si mettesse a dondolare da sola e di
quando, a quattro anni, egli ebbe la visione della morte di
una cuginetta lontana.
Sebbene di umili origini, Home poteva godere di amicizie
altolocate. Gli esponenti dell'lite intellettuale, sia al di l
che al di qua dell'Atlantico, facevano a gara per ospitarlo
nelle loro dimore e organizzargli sedute spiritiche, in cui
gli invitati potevano assistere alle sue sempre pi celebri
esibizioni. Ci che regolarmente veniva osservato durante
quelle sedute, spesso alla presenza di scienziati e giornalisti,
non lasciava per niente indifferenti: tavoli che si sollevavano
dal pavimento, campanelli che si muovevano nell'aria
squillando, rumori che esplodevano in ogni angolo della
stanza, mani e braccia che si materializzavano dal nulla,
strumenti musicali che si mettevano a suonare da soli. Nonostante
l'Et dei lumi fosse arrivata da un pezzo, coloro
che ci vedevano la mano del diavolo non furono pochi.
Ma ovviamente c'era anche chi a quelle cose non credeva
affatto, ritenendole con disprezzo il prodotto di un'abile
messinscena.
Non era comunque di quest'avviso lo scrittore inglese
Anthony Trollope, che ebbe modo di ospitare Home nel
suo villino in piazza Indipendenza. Nel settembre del 1855
il medium era infatti giunto a Firenze, in cerca di un clima
pi adatto alla sua cagionevole salute. E grazie ai suoi modi
eleganti e al suo atteggiamento di uomo di mondo egli
aveva subito trovato una calorosa accoglienza presso la
colonia di inglesi benestanti che da tempo si erano stabiliti
nel capoluogo toscano.
Anche a Firenze il sensitivo non risparmi le sue esibizioni.
Tra l'altro non aveva una lira, e quello era il suo modo per
mantenere l'elevato tenore di vita a cui si era ormai abituato.
Il che non significa che fosse un imbroglione. Anzi, Home
 uno dei pochissimi medium dell'epoca a non esser mai
stato colto in flagranza di frode. Lo stesso Trollope non nutr
mai dubbi sull'autenticit di quei fenomeni, come del resto
annot nella sua autobiografia: Il signor H. Home due o tre
volte si offr di produrre mani spiritiche visibili. Per questo
la stanza venne oscurata e, sul lato di un tavolo piuttosto
grande opposto a quello a cui erano seduti gli spettatori,
divennero vagamente visibili alcune forme di mani. A me
apparvero come lunghi guanti riempiti ad arte in qualche
modo. Ma sono lungi dall'asserire che fossero tali(2).
In ogni caso dopo qualche mese, il clima di benevolenza
con cui Home era stato accolto a Firenze cominci a incrinarsi.
Il motivo non  mai stato chiarito. Ma  come se un
qualche evento avesse fatto insorgere dei dubbi sulla moralit
dell'inglese. In citt avevano cominciato a diffondersi
certi pettegolezzi. Si mormorava per esempio che si era
fatto confezionare un cappotto di pelliccia, mettendolo poi
sul conto di un amico. Inoltre si faceva ospitare in casa di
una inglese che viveva separata dal marito, e questo a quei
tempi era motivo di scandalo. E forse  proprio a questa
condizione di sopraggiunta ostilit che  possibile ascrivere
l'attentato di cui Home si sarebbe poi detto vittima. Fatto
sta che nel febbraio del 1856 il sensitivo lasci Firenze e
non ci mise pi piede.
Daniel Dunglas Home mor in Francia trent'anni pi tardi
e riposa nei pressi di Parigi nel cimitero di Saint-Germain-
en-Laye.
 Note.
1. Cerchio Firenze 77, Dai mondi invisibili. Incontri e colloqui, Edizioni Mediterranee,
Roma 1977, p. 17.
2. George Zorab,DJD. Home, il medium, Armenia, Milano 1976, p. 60.


Lo spirito di Caravaggio
si rivela dall'aldil.

L'episodio che segue  legato all'attivit spiritica del Cerchio
Firenze 77. Era una sera di marzo e correva l'anno 1974
quando, durante una delle periodiche sedute del Cerchio,
si manifest un'entit che, esprimendosi in un italiano un
po' arcaico, si mise a dichiarare:
Ai miei tempi difficile assai era cangiare il mondo, la famiglia, il
modo di vivere di ciascheduno e tanti e tanti lustri solean passare
pria che qualcosa mutata fosse. Io amava il nuovo ed a mio rischio
lo abbracciai: il dono che Iddio fatto m'avea mi fu di gran sostegno,
ch il mio nuovo abbracciato fu da altri. Fui un innovatore, direste
ora, ma quante delle cose ch'io avrei voluto cangiare sono oggi
cenere e le mie stesse, che credeva eterne, pi nulla sono! Talvolta,
quando nuovamente la carne ci attira per prenderci nella sua ruota
e richiamarci al mondo, la curiosit t'affanna, curiosit di vedere
ci che lasciasti; em' stato spiegato che questo  il primo atto che
ti richiama. Ecco io fui richiamato dalla curiosit di vedere se le
mie opere del nuovo erano viventi ed una, sconosciuta ma mia,
ne vidi qui in Fiorenza. Essa  in una stanza di una dimora sotto
ad un tetto, in una casa piena di mobili e masserizie. Una vecchia
signora abita col: leggo un nome: piazza ... [e cita il nome della
piazza]. Pittore fui ed il mio nome, se ancora qualcosa a voi dice,
fu Michelangelo Merisi da Caravaggio(1).
Difficile immaginare che genere di sensazione uno possa
provare trovandosi di fronte lo spirito di Caravaggio, che
gli si mette a parlare dall'aldil e gli rivela pure dove sta
nascosto un suo dipinto di cui nessuno conosce l'esistenza.
Di sicuro, dopo quella seduta, la voglia di verificare se quanto
affermato dall'entit potesse avere un qualche riscontro
nella realt dev'esserci stata tutta. Cos, qualche giorno pi
tardi, tre membri del Cerchio provarono a mettersi sulle
tracce della presunta opera caravaggesca, e si recarono nella
piazza che l'entit aveva indicato. Ma privi di riferimenti pi
precisi, con quel primo tentativo non approdarono a nulla.
Pensarono allora di aspettare la seduta successiva, dove
avrebbero tentato di ottenere qualche informazione in pi.
In effetti in loro aiuto venne Lilli, un'entit che puntualmente
si manifestava a ogni riunione. Lilli era lo spirito di
una bambina che, vissuta in campagna nei pressi di Vernio,
era morta di tifo all'et di sei anni. In realt il suo vero nome
era Geltrude, ma siccome non le piaceva, dagli amici del
Cerchio si faceva appunto chiamare Lilli.
Quella volta Lilli, interpellata sulla faccenda Caravaggio,
disse che era in grado di vedere una signora anziana, con
le lenti degli occhiali molto spesse, e che il quadro a cui si
era riferito l'illustre spirito rappresentava un ragazzo che
sbuccia una mela. Quindi conferm il nome della piazza
dove la signora risiedeva. Lo spirito della bimba aggiunse
anche che, a una decina di anni dalla scomparsa di quella
donna, il dipinto sarebbe stato effettivamente individuato
e attribuito a Caravaggio.
Ripresero le ricerche. Casa per casa, si cercava un appartamento
che, situato all'ultimo piano ( in una stanza di
una dimora sotto ad un tetto), fosse abitato da una signora
sola. E alla fine, suonato l'ennesimo campanello, i tre del
Cerchio si ritrovarono alla porta una signora anziana, e
con gli occhiali dalle lenti decisamente spesse. La signora
chiese cosa volessero, i tre risposero che si occupavano di
antiquariato e furono fatti accomodare. La casa era piena
di mobili antichi, a loro volta carichi di soprammobili dalle
fogge pi varie (in una casa piena di mobili e masserizie).
Le pareti erano decorate da tanti quadri. E incredibilmente
tra questi ce n'era proprio uno che raffigurava un ragazzo
che sbuccia una mela. La tela misurava circa settanta centimetri
per cinquanta e presentava un piccolo foro in alto a
sinistra. Nel frattempo l'anziana signora aveva cominciato
a illustrare ai suoi ospiti i pezzi pi interessanti della sua
collezione e quando fu il turno del quadro in questione
spieg che, a quanto le avevano detto, quella poteva essere
addirittura un'opera di Caravaggio. Aggiunse inoltre che
di quel quadro esistevano diverse versioni, e tutte ufficialmente
attribuite al famoso pittore, ma che quella di cui lei
era in possesso non era mai stata presa in considerazione
dagli storici dell'arte.
Di quella stupefacente vicenda si  occupato Ian Stevenson,
professore di psichiatria all'Universit della Virginia,
nonch uno dei massimi esperti al mondo del fenomeno
della reincarnazione.
 Note.
1. Cerchio Firenze 77, Dai mondi invisibili. Incontri e colloqui, Edizioni Mediterranee,
Roma 1977, pp. 31,32.


X-Files a Sesto Fiorentino.

Durante i primi anni Sessanta del secolo scorso venne
istituita nel capoluogo toscano la Sezione ufologica fiorentina
(SUF). Una delle prime attivit di cui l'associazione
si fece promotrice fu quella di organizzare un archivio che
raccogliesse in modo sistematico tutti i casi di fenomenologia
ufologica apparsi sul territorio nazionale. Da allora
in quell'archivio sono stati schedati migliaia di casi, tra cui
quello riportato qui e catalogato con il numero 6022.
Era il 23 febbraio 1978 quando, a un'ora imprecisata della
sera, due fidanzati si appartarono con l'auto nei pressi
della strada che sale sul monte Morello, nella zona di Sesto
Fiorentino. I due fermarono la macchina e rimasero seduti
tranquilli ad ascoltare la musica che usciva dall'autoradio.
Poi all'improvviso la trasmissione radiofonica si interruppe,
coperta da una scarica di interferenze. Girarono pi volte la
manopola della radio, ma non c'era verso di sintonizzarsi
su alcuna frequenza.
Il ragazzo allora scese dall'auto, non capiva cosa stesse
succedendo. Vabb che l'autoradio era malmessa, ma scherzi
del genere non li aveva mai fatti. E poi aveva una strana
sensazione. Una volta messi i piedi a terra si trov immerso
in una luce viola e calda.
Pens che non era affatto divertente. Lo pens soprattutto
quando si trov davanti quelle quattro figure indistinte,
circondate da tante luci. Ma forse quella fu soltanto un'impressione.
Perch l'unica cosa di cui in seguito si sarebbe
ricordato con certezza  che aveva fatto un rapido giro
intorno all'auto.
E che, una volta rientrato nell'abitacolo, aveva trovato la sua
ragazza in preda a una crisi isterica. Piangeva per la paura.
Non lo aveva pi visto e non sapeva cosa potesse essergli
accaduto. Sostenne di essere rimasta da sola per pi di venti
minuti. Quando si fu calmata, la radio aveva gi ripreso a
funzionare.
Secondo gli ufologi questo potrebbe essere uno di quei
particolari casi di abduction, cio di rapimento da parte
di esseri alieni, in cui il testimone non ricorda di esser stato
a bordo della nave spaziale, ma riferisce di aver avuto un
momento di tempo mancante, del quale non conserva
alcun ricordo, se non vaghe sensazioni di luci e movimenti.
L'anno 1978 ha registrato nella nostra penisola il picco di
avvistamenti UFO pi consistente di tutta la storia dell'ufologia
italiana.
 
Il duplice omicidio di Signa.

Verso le due di notte del 22 agosto 1968 Francesco De
Felice, un muratore residente appena fuori Lastra a Signa,
si sveglia di soprassalto. Dalla stanza di l lo ha chiamato
suo figlio, ha sete e vuole dell'acqua. De Felice si alza
dal letto, accende la luce e va in cucina. Non passa molto
tempo e qualcuno suona il campanello. D'istinto l'uomo
guarda l'orologio, adesso sono le due precise. Poi si affaccia
alla finestra e vede un bambino, solo. Il bambino gli dice:
Aprimi la porta che ho sonno... ho il babbo malato a letto.
Dopo mi accompagni a casa perch c' la mi' mamma e lo
zio che sono morti in macchina.
La macchina  una Giulietta Alfa Romeo bianca e in quel
momento si trova a circa due chilometri e mezzo da l,
nascosta dietro un canneto, in una stradina interpoderale
che fiancheggia il torrente Vingone. Una delle due portiere
posteriori  aperta, la freccia destra  inserita e lampeggia
nel buio di una notte quasi senza luna. Dentro l'auto ci sono
i corpi senza vita di Barbara Locci e del suo ultimo amante,
Antonio Lo Bianco.
Lei  una casalinga di trentadue anni.  nata in Sardegna
ma da tempo vive a Lastra a Signa con il marito Stefano
Mele. In paese non si  fatta una bella fama, la chiamano
l'Ape regina per la disinvoltura con cui intreccia relazioni
extraconiugali. Lui  un muratore emigrato dalla Sicilia,
ventinove anni, sposato.
Quella sera la Locci e Lo Bianco erano andati al cinema a
vedere Il diavolo, un film con Alberto Sordi. Con loro c'era
il figlio di lei, Natalino. Natalino  piccolo, ha sei anni e
otto mesi. Dopo il cinema i tre erano saliti in macchina, ma
non erano andati a casa. Lo Bianco si era diretto verso il
cimitero di Signa e, imboccata via Castelletti, aveva infilato
la Giulietta in una stradina sterrata, di quelle che si perdono
in mezzo ai campi. Poi aveva spento il motore dell'auto.
Natalino si era addormentato, rannicchiato sul sedile
posteriore, e Barbara e Antonio avevano cominciato a fare
l'amore. All'improvviso i sette colpi di arma da fuoco.
Qualcuno era sbucato dal nulla, si era avvicinato al finestrino
del conducente e aveva sparato, quattro colpi a lui, tre a lei.
Natalino si era svegliato di colpo. L'assassino aveva quindi
sollevato i cadaveri e li aveva sistemati, seduti, sui sedili
anteriori. Nel compiere quelle operazioni con un braccio
aveva urtato la leva che aziona l'indicatore di direzione
destro, che aveva preso a lampeggiare.
Natalino non si era reso conto di che cosa stesse succedendo,
ma che la mamma e lo zio fossero morti lo aveva
capito. Per tutto il tempo se ne era stato immobile, sul sedile
di dietro. Alla fine qualcuno aveva aperto la portiera, lo
aveva tirato fuori dalla macchina, se lo era caricato sulle
spalle e lo aveva portato via da l. Mentre si faceva strada
in mezzo ai campi con Natalino sulle spalle, l'uomo si era
messo a cantare La tramontana, una canzone di Antoine che
quell'anno era stata in gara al Festival di Sanremo. Forse
credeva che cos il bambino si sarebbe tranquillizzato un po'.
Era tutto buio, ma in lontananza si vedevano le luci delle
finestre di un casolare. L'uomo si era diretto verso quelle
luci e aveva raggiunto il casolare. Quindi aveva messo gi
Natalino, gli aveva spiegato cosa dire a chi gli avrebbe
aperto, e aveva suonato il campanello. Poi se ne era andato,
lasciando l il bambino.
Le indagini si indirizzarono da subito verso il marito della
Locci, Stefano Mele, un muratore nato a Fordongianus in
provincia di Cagliari e stabilitosi in Toscana dieci anni
prima. I carabinieri si presentarono presso l'abitazione di
Mele, in via XXIV Maggio, alle sette di mattina di quel 22
agosto. Il sardo era vestito e aveva pronta una valigia. Fu
portato in caserma e sottoposto al primo interrogatorio.
Sulle prime Mele dichiar di non aver idea di chi potesse
aver avuto un motivo per uccidere sua moglie. Poi fece i
nomi degli uomini con cui la Locci aveva intrattenuto delle
relazioni sentimentali. Mele era a conoscenza delle infedelt
della moglie e i suoi amanti pi o meno li conosceva tutti.
Per primo menzion Carmelo Cutrona, che era stato a casa
loro il pomeriggio precedente, poco prima che ci arrivasse
Lo Bianco. Quindi nomin i tre fratelli Vinci, Giovanni,
Salvatore e Francesco, anche loro sardi, di Villacidro, e
anche loro emigrati in Toscana in cerca di fortuna.
Gli interrogatori andarono avanti per tre giorni. Il muratore
sardo descrisse i retroscena pi morbosi delle tresche
a cui negli anni era stato costretto ad assistere. Perch sua
moglie gli amanti se li portava in casa. Mele parlava e
parlava, ed esternava i suoi sospetti. Spieg che Francesco
Vinci era molto geloso della Locci, e che aveva minacciato
di ucciderla se fosse andata con altri uomini. Ma in seguito
si corresse e sostenne che il vero violento era l'altro Vinci,
Salvatore, che una volta gli aveva pure confidato di possedere
una pistola. Addirittura, un giorno che gli aveva
chiesto di restituirgli un debito di 300.000 lire, Salvatore
gli aveva risposto: Ti faccio fuori la moglie, e siamo pari
con il debito.
Mele per si contraddiceva di continuo, e pi gli inquirenti
lo incalzavano, pi lui cadeva in confusione. Alla fine
confess. Ammise che a uccidere la moglie era stato lui,
ma che ad aiutarlo era stato Salvatore Vinci. Vinci lo aveva
accompagnato sul posto, perch lui non aveva nemmeno
la patente, e gli aveva fornito la pistola. Gi, la pistola.
La pistola non era ancora saltata fuori. In un primo tempo
Mele disse di averla gettata via, nelle acque del Vingone.
Ma al momento di confermare la sua deposizione, cambi
versione e sostenne di averla restituita a Salvatore, e non
di averla buttata via.
In seguito Mele avrebbe cambiato versione anche sul
coinvolgimento di Salvatore, scagionandolo da ogni responsabilit
e ammettendo di avere fatto tutto da solo. Tuttavia
le cose non quadravano per niente.
Il test del guanto di paraffina, cui il reo confesso era stato
sottoposto, aveva reso un esito ambiguo: erano s state
trovate le tracce dei nitrati dello sparo, ma in quantit
molto ridotte. Inoltre, condotto sulla scena del crimine per
illustrare la dinamica del delitto, Mele si era dimostrato
del tutto incapace di maneggiare un'arma da fuoco. Allo
stesso tempo aveva fornito dei particolari, tipo il numero
dei colpi esplosi, di cui soltanto chi fosse stato presente sul
luogo dell'omicidio avrebbe potuto essere a conoscenza.
Nei giorni seguenti al fattaccio era stato ascoltato anche
Natalino. Lui l'assassino doveva averlo visto in faccia, lui
doveva sapere come erano andate le cose. Ma i racconti del
bambino furono frammentati, discordanti e confusi. Natalino
disse che ad accompagnarlo al casolare di De Felice era
stato il babbo, che ce lo aveva portato a cavalluccio perch
le scarpine erano rimaste in macchina. Poi sostenne anche
di aver visto Salvatore, tra le canne vicino al torrente. Poi
che ad accompagnarlo era stato Francesco Vinci, poi che
c'era stata un'ombra che per tutto il tempo aveva camminato
accanto a lui lungo la strada buia. Poi aveva detto
che a sparare era stato lo zio Piero (un tal Piero Mucciarini,
cognato di Mele, era davvero uno zio di Natalino), poi che
non ricordava niente, poi che quella notte aveva visto il
babbo e nessun altro.
Alla fine gli inquirenti si convinsero che a uccidere la Locci
e Lo Bianco era stato Stefano Mele, ma giunsero anche
alla conclusione che il sardo non poteva avere fatto tutto da
solo. Qualcuno doveva per lo meno averlo accompagnato.
Le prove per non c'erano.
Il 25 marzo 1970 il muratore di Fordongianus fu condannato
dalla Corte d'Assise di Firenze a sedici anni e dieci mesi
di reclusione e, a pena scontata, a tre anni di ricovero in una
casa di cura. Gli era infatti stata riconosciuta la seminfermit
mentale. L'uomo scont la pena presso il carcere di Porto
Azzurro all'isola d'Elba. Il processo di appello, che si tenne
a Perugia e non a Firenze, si concluse con la riduzione della
condanna a quattordici anni per buona condotta.
Uscito di prigione nel 1981, Mele non torn pi a Lastra
a Signa. Si trasfer a Ronco dell'Adige, vicino a Verona,
dove fu accolto in una casa per ex detenuti gestita da un
prete. L morir il 16 febbraio 1995.
Finito il processo, quella brutta storia di emigrati sardi se
la dimenticarono tutti. E i misteri del duplice omicidio di
via Castelletti rimasero insoluti. Primo fra tutti, quello della
pistola, che non verr mai trovata. Quella pistola aveva
lasciato sul luogo del delitto sette bossoli calibro 22, marca
Winchester, con la lettera h stampata sul fondello.
  Il mostro.

Questa  una brutta storia. Una storia terribile e agghiacciante,
di quelle che di solito si vedono nei film dell'orrore
o che al limite ti assalgono nei peggiori incubi. Invece tutto
 realmente accaduto, e nei dintorni da cartolina di una citt
famosa per la sua sublime bellezza. Questa storia orribile e
inquietante  la storia del mostro di Firenze.
L'incubo inizia il 15 settembre 1974.  domenica mattina
presto, non sono ancora le sette, e alla stazione dei carabinieri
di Borgo San Lorenzo, nel Mugello, si presentano per
una denuncia di scomparsa i genitori di Stefania Pettini e Pasquale
Gentilcore. Stefania ha diciotto anni, vive con i suoi
a Borgo San Lorenzo e lavora come segretaria d'azienda
presso una ditta di Firenze. Pasquale, di un anno pi vecchio,
vive a Molin del Piano, vicino a Pontassieve, e anche lui
lavora nel capoluogo toscano, alla Fondiaria Assicurazioni.
I due sono fidanzati, la sera prima erano usciti per starsene
un po' insieme, ma poi non erano rientrati a casa.
Negli stessi momenti in cui i genitori di Stefania e Pasquale
sono in caserma a fornire ai carabinieri le generalit dei
due ragazzi, a tre chilometri e mezzo da l, in localit Le
Fontanine di Rabatta, un contadino della zona nota una Fiat
127 blu ferma in un viottolo sterrato. L'uomo si avvicina
e vede che l'auto ha la portiera anteriore destra aperta e il
finestrino di quella sinistra sfondato. Dentro l'autoradio 
accesa, con una cassetta che gira a vuoto. Ma probabilmente
questo  un dettaglio a cui il contadino non fa caso, perch
all'interno di quella macchina c' il cadavere di Pasquale,
seminudo e accasciato al posto di guida. Fuori dall'auto, per
terra, giace il corpo di Stefania, nuda, con le braccia aperte
a croce, le gambe divaricate e un tralcio di vite infilato nel
sesso. L vicino, sparpagliati e gettati per terra, ci sono gli
oggetti che la ragazza teneva nella borsetta.
A giungere per primo sul posto  il capitano Falcone, lo
stesso che pochi minuti prima, in caserma, aveva parlato
con i genitori delle vittime. Poi, tra gli altri, arrivano il comandante
della polizia giudiziaria di Borgo San Lorenzo, il
comandante del nucleo investigativo di Firenze, il sostituto
procuratore La Cava e gli agenti della Scientifica.
In un primo momento, sui cadaveri di Pasquale e di Stefania
vengono riscontrati soltanto i segni delle ferite inferte
da un coltello. Ma in seguito l'autopsia stabilir che i due
giovani sono stati raggiunti anche dai colpi di un'arma da
fuoco: cinque i colpi rilevati sul corpo di lui, quattro quelli
sul corpo di lei. Sul terreno vicino all'auto vengono ritrovati
cinque bossoli, attraverso i quali il perito balistico riuscir
a risalire all'arma del delitto: una pistola automatica marca
Beretta calibro 22 Long Rifle. I proiettili sono marca Winchester
e hanno la lettera h impressa sul fondello.
Attraverso il finestrino dello sportello sinistro, l'assassino
aveva sparato prima a Pasquale, uccidendolo sul colpo, e poi
a Stefania, che per non era morta subito. Quindi aveva trascinato
la ragazza fuori dalla 127, l'aveva massacrata con 96
colpi di coltello e ne aveva violato il corpo col tralcio di vite.
I due giovani erano stati uccisi sabato notte, intorno alle
24,00. Quel 14 settembre, verso le 21,15, Pasquale aveva
chiesto l'auto al padre ed era passato a prendere Stefania.
I fidanzati avevano quindi raggiunto il sentiero sterrato
vicino al fiume Sieve e l si erano fermati, un posto isolato
tra viti e cipressi. Fuori il buio era totale, era notte di novilunio
e la luna non c'era. Con l'autoradio accesa, Pasquale
e Stefania avevano cominciato a spogliarsi, volevano fare
l'amore. Quando il vetro del finestrino esplose in mille
pezzi e a raffica partirono i primi sei colpi di pistola, non
si erano nemmeno accorti che qualcuno si era avvicinato
alla macchina.
Scartata l'ipotesi del delitto passionale, gli inquirenti si
concentrarono su quella del maniaco sessuale. Lo psichiatra
incaricato di tracciare un possibile identikit dell'assassino
era infatti giunto alla conclusione che doveva trattarsi di un
soggetto patologicamente frustrato per problemi sessuali.
Inoltre, secondo il perito, quel delitto presentava le caratteristiche
tipiche di certi omicidi anglosassoni, il cui movente
non  quello della vendetta. Le indagini non approdarono
comunque a nulla di significativo e il caso di Borgo San
Lorenzo rimase senza un colpevole.
A sette anni da quel fatto di sangue, l'incubo si presenta di
nuovo.  il 7 giugno 1981 ed  ancora una domenica mattina.
Un sottoufficiale di polizia sta facendo una passeggiata nei
pressi di Scandicci, in localit Villa Bianca, quando in una
stradina sterrata che si diparte da via dell'Arrigo nota una
Fiat Ritmo rosso rame. L'agente si avvicina e la prima cosa
che vede  una borsetta da donna di colore chiaro, gettata
per terra e con il contenuto sparpagliato l intorno. Quello
che vede subito dopo  il corpo dell'uomo riverso all'interno
dell'auto, sul posto di guida. Ha la camicia sporca di
sangue e i pantaloni abbassati. Sembra che stia dormendo,
invece  morto.
Il corpo della ragazza lo trovano invece gli agenti di polizia
giunti poco dopo sul posto. Il cadavere giace supino
in un fossato a pochi metri dalla Ritmo, intorno al collo ha
ancora una catenina d'oro che stringe tra i denti. La scena si
presenta terribile come quella di sette anni prima, ma questa
volta l'assassino, negli abissi dell'orrore, si  spinto ancora
pi in basso. Dopo aver trascinato la giovane donna fuori
dall'auto ha infierito sul suo corpo asportandone il pube
con il coltello. Tre tagli netti e profondi.
I due cadaveri vengono identificati come quelli di Carmela
De Nuccio, una pellettiera di ventun anni, originaria
di Lecce ma da anni residente a Scandicci, e di Giovanni
Foggi, un dipendente dell'Enel di trent'anni e residente a
Pontassieve.
I due ragazzi stavano insieme da quattro mesi e quel sabato
6 giugno erano usciti per prendere un gelato e godersi un
paio d'ore di intimit. Anche quella sera la luna non c'era.
Il primo a intuire che quel delitto presentava inquietanti
analogie con quello di Borgo San Lorenzo fu un cronista
de La Nazione. In seguito anche la perizia balistica non
lascer adito a dubbi: i bossoli trovati sulla scena del crimine
erano marca Winchester serie h, e la pistola fu identificata
come una Beretta calibro 22 modello Long Rifle, la stessa
che aveva sparato a Pettini e a Gentilcore.
Questa volta un uomo finisce in carcere. Si tratta di Enzo
Spalletti, un autista della Misericordia di Montelupo Fiorentino.
La sua auto era stata notata da alcuni testimoni nei
pressi di via d'Arrigo in un orario compatibile con quello
del duplice omicidio.
Non solo: gli investigatori avevano scoperto che l'autista
aveva raccontato del delitto alla moglie, e senza tralasciare
i dettagli. Le aveva riferito che l'assassino aveva prima
sparato e poi infierito sul corpo della ragazza asportandole
il pube col coltello. Tutte queste cose, per, gliele aveva
dette la domenica, mentre il fatto di cronaca sui giornali era
uscito soltanto il luned dopo.
Spalletti giur che il 6 giugno in quei posti lui non ci aveva
messo piede, ma in prigione ci fin lo stesso, accusato dei
due duplici omicidi. Secondo gli inquirenti, l'uomo sapeva
qualcosa: o aveva assistito al delitto, o qualcuno glielo aveva
descritto. E forse, di fronte alla prospettiva dell'ergastolo,
avrebbe parlato. Ma Spalletti non parl se non per ribadire
la sua estraneit alla vicenda, e rimase dietro le sbarre.
Nonostante le indagini fossero a un punto fermo, l'opinione
pubblica trasse un sospiro di sollievo, convinta che
con l'autista indagato in carcere il maniaco non avrebbe
pi ucciso. Invece non fu cos.
Il mostro torn a colpire la sera del 22 ottobre 1981, in
un campo chiamato Le Bartoline vicino a Travalle di
Calenzano. In quel posto fu ritrovata la Volkswagen Golf
nera di Stefano Baldi, tessitore di Calenzano, ventisei anni.
Il cadavere del giovane, questa volta, era stato trascinato
fuori dall'auto, mentre quello della sua fidanzata, Susanna
Cambi, ventiquattro anni e telefonista di tv Prato 39, era
stato lasciato in un canaletto di scolo a una dozzina di metri
dalla Golf. Anche a Susanna l'assassino aveva asportato
il pube, oltre ad averla pugnalata con violenza al seno
sinistro.
Quella sera non era sabato, bens gioved, ma per il giorno
seguente era stato indetto uno sciopero generale. I due ragazzi
avevano cenato insieme, quindi verso le 22,30 erano
usciti e non avevano pi fatto ritorno.
Sulla scena del delitto, ancora i bossoli marca Winchester
con la lettera h stampata sul fondello e il contenuto della
borsetta di Susanna sparso per terra.
Spalletti venne scarcerato, le indagini dovettero ripartire
da capo e per tutta la campagna intorno a Firenze le autorit
fecero affiggere dei cartelli e degli adesivi, con stampato
sopra un grosso occhio e una scritta che, tradotta in cinque
lingue, avvertiva: Occhio ragazzi. Pericolo di aggressioni.
 consigliato di non appartarsi e non sostare in luoghi
isolati durante la notte fuori dai centri urbani. Purtroppo
quei cartelli non servirono a granch.
La notte del 19 giugno 1982 il serial killer uccise di nuovo.
Era un sabato, e senza luna. Le vittime, Paolo Mainardi, un
operaio di ventidue anni, e Antonella Migliorini, operaia
anche lei ma di tre anni pi giovane, furono rinvenute presso
una piazzola di via Virgilio Nuova a Baccaiano di Montespertoli.
Un altro delitto agghiacciante, ma in quel caso i
rilievi della Scientifica portarono a delineare una dinamica
che per alcuni aspetti si discostava da quella degli omicidi
precedenti. I bossoli ritrovati erano invece sempre quelli,
calibro 22 Long Rifle, marca Winchester, serie h.
I cadaveri di Paolo e di Antonella vennero scoperti entrambi
all'interno dell'auto, una Seat 147 blu. E sul corpo
della ragazza non furono riscontrati i segni delle pugnalate,
n quelli delle mutilazioni. Gli investigatori dedussero che
l'assassino non aveva avuto il tempo di portare a termine il
suo macabro rituale, le cose questa volta erano andate in un
altro modo. Il mostro colp prima lui e poi lei. Ferito a una
spalla, Paolo riusc lo stesso a mettere in moto la Seat e a
inserire la retromarcia. L'auto part sgommando, ma dopo
aver attraversato la carreggiata fin con le ruote posteriori in
una cunetta sul lato opposto della strada. Le ruote giravano
a vuoto, e l'assassino avanzava verso il veicolo bloccato.
Paolo vide il mostro in faccia, illuminato dalla luce dei fari.
Poi due spari, e ripiomb il buio. Con precisione e freddezza
il killer aveva colpito entrambe le luci, mettendole fuori uso.
Poi aveva sparato ancora. Antonella era morta sul colpo,
Paolo si spegner pi tardi, in ospedale, senza aver ripreso
conoscenza.
Durante le indagini che seguirono il delitto di Montespertoli,
il quarto, finalmente arriv una svolta. Il maresciallo dei
carabinieri Francesco Fiori, che in anni passati era stato di
stanza a Signa, si ricord che nel 1968 proprio a Signa erano
stati uccisi Antonio Lo Bianco e Barbara Locci. Gli torn
anche in mente che in quel duplice omicidio l'assassino
aveva sparato con una Beretta calibro 22 che non era mai
stata ritrovata. Gli investigatori rispolverarono i fascicoli
di quel vecchio delitto e dentro ci trovarono pure alcuni dei
bossoli che tanto tempo prima erano stati rinvenuti vicino
alla Giulietta di Lo Bianco.
Ora, la legge prescrive che i corpi di reato dopo un certo
periodo di tempo debbano essere distrutti. Quei bossoli
non avrebbero quindi dovuto trovarsi in quei fascicoli. E
invece, per un'incredibile e fortuita circostanza, essi non
erano stati eliminati. Cos fu possibile confrontarli con quelli
sparati dal mostro e riscontrare che erano stati esplosi dalla
stessa pistola.
In verit questa fu la versione ufficiale. Perch anni pi
tardi il cronista de La Nazione Mario Spezi scriver che
le cose non sarebbero andate proprio cos. Spezi riferir di
essere venuto a sapere da un certo giudice che nel giugno
1982 nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a
Firenze arriv un biglietto anonimo. E che in quel biglietto,
chi l'aveva scritto invitava gli inquirenti ad andare a rivedere
le carte del processo d'appello per i fatti del 1968, processo
che tra l'altro non era stato celebrato nel capoluogo toscano,
bens a Perugia(1). Il fatto riportato da Spezi  abbastanza
inquietante. Chi aveva spedito il messaggio, pareva essere
a conoscenza di tanti fatti, e anche molto circostanziati.
Sapeva per esempio che il processo d'appello si era tenuto
a Perugia, e probabilmente sapeva anche che i bossoli del
vecchio delitto non erano andati distrutti. L'aveva scritto
il mostro, quel biglietto?
La storia del messaggio anonimo non trover mai una
conferma ufficiale, ma comunque andarono le cose, in
quell'estate 1982 per gli inquirenti se non altro si apr una
pista: la cosiddetta pista sarda. E le indagini sul mostro
si indirizzarono verso l'ambiente degli immigrati dalla
Sardegna al cui interno, quattordici anni prima, era stato
maturato il delitto di Signa.
Per quel delitto, all'epoca stava ancora scontando la pena
in carcere Stefano Mele, il marito della donna uccisa, Barbara
Locci. Gli investigatori giunsero alla conclusione che
Mele non avrebbe ucciso da solo, ma con un complice. E
questi, conservata la Beretta calibro 22, sarebbe tornato ad
ammazzare, a massacrare coppie di giovani appartatesi nelle
campagne fiorentine alla ricerca di un po' di intimit. A quel
punto delle indagini, per la Procura di Firenze il mostro non
poteva che essere il presunto complice di Mele e in carcere
fin il sardo Francesco Vinci, uno degli amanti della Locci.
Ma l'incubo non era finito.
Il mostro torn a seminare il terrore, e per altre tre volte.
La sera del 9 settembre 1983, in via di Giogoli al Galluzzo,
vennero uccisi con la solita pistola calibro 22 due ragazzi
tedeschi in vacanza: Uwe Rusch e Horst Meyer. Il killer li
colse di sorpresa mentre se ne stavano all'interno del loro
camper. Se non infier sui corpi delle vittime, fu perch si
accorse che Uwe, biondo e con i capelli lunghi, sembrava
una donna, ma non lo era.
Il 29 luglio 1984 a trovarsi davanti il mostro furono Pia
Rontini e Claudio Stefanacci. I loro cadaveri furono ritrovati
in localit Boschetta di Vicchio del Mugello. Il corpo della
ragazza presentava l'asportazione totale del pube e della
mammella sinistra.
L'8 settembre 1985, l'ultimo omicidio. Le vittime, Nadine
Mauriot e Jean Michel Kravechvili, entrambe di origine
francese, furono ritrovate in localit Scopeti di San Casciano
Val di Pesa. Anche a Nadine il serial killer asport il pube
e la mammella sinistra.
Poche ore prima che i cadaveri dei due giovani francesi
venissero scoperti, alla Procura della Repubblica di Firenze
giunse una lettera anonima. La lettera, indirizzata al sostituto
procuratore Silvia Della Monaca, conteneva, avvolto
in un foglio di carta, un sacchetto di polietilene. Dentro
quel sacchetto, il pi macabro dei messaggi: un lembo del
tessuto mammario prelevato alla Mauriot.
Dopo il delitto degli Scopeti, il mostro non torner pi a
uccidere.
Nel 1989, la SAM, la Squadra antimostro di Firenze, enucle,
sulla base di uno screening effettuato su di un'ottantina
di nominativi, il nome di Pietro Pacciani, un contadino che
viveva a Mercatale Val di Pesa, a pochi chilometri da San
Casciano. Uomo violento e irascibile, nel 1951 Pacciani
aveva aggredito a coltellate un venditore ambulante che si
era appartato con la sua fidanzata. Ma quella vicenda non
fu l'unico elemento che fece di Pacciani l'indiziato numero
uno della SAM. Nei mesi delle indagini una serie di pesanti
indizi trovati a suo carico dagli inquirenti porter il contadino
di Mercatale di fronte alla Corte d'Assise.
Il processo si aprir il 19 aprile 1994 e il 1 novembre di
quell'anno Pacciani verr condannato alla pena di sette
ergastoli, dopo esser stato riconosciuto colpevole di tutti i
duplici omicidi del mostro, a esclusione di quello del 1968
a Signa.
Quella sentenza verr per rovesciata durante il processo
di appello e il 13 febbraio 1996 la Corte d'Assise d'appello
di Firenze assolver Pacciani da tutti i delitti.
Pietro Pacciani morir per arresto cardiaco nel febbraio
1998. Nel dicembre 1996 la Corte di Cassazione aveva
revocato la sentenza di assoluzione, dopo aver accolto in
pieno le motivazioni che la Procura generale aveva depositato
per il ricorso in Cassazione.
Il 24 marzo 1998 la Corte d'Assise di primo grado dichiarer
colpevoli dei delitti del mostro Mario Vanni e Giancarlo
Lotti, i compagni di merende di Pacciani, condannando
il primo alla pena dell'ergastolo e il secondo a trent'anni di
reclusione. Lotti morir nel 2002 e Vanni nel 2009.
 Note.
1. Cfr. Mario Spezi, Delitti in Toscana. Le verit, i misteri, le ipotesi, Stanze del
Granduca, Firenze 1989, pp. 144-46; Mario Spezi - Douglas Preston, Dolci colline di
sangue. Il romanzo sul Mostro di Firenze, Sonzogno, Milano 2006, pp. 68-75.


Strane apparizioni
sul Crocifsso di Cellini.

Nel gennaio 1989 la fotoreporter Emanuela Fabbri scattava
alcune fotografie a luce radente al Crocifisso in marmo di
Benvenuto Cellini conservato all'Escorial di Madrid. Una
volta sviluppati i negativi, su quelle foto apparve per
qualcosa di cui fino ad allora nessuno si era mai accorto.
Sull'addome di Cristo, dissimulata tra i chiaroscuri delle
fibre muscolari contratte per lo spasimo, si vedeva chiaramente
l'immagine di un volto maschile. Pensando a un
effetto ottico, la fotografa realizz altri scatti cambiando
pi volte inquadratura, ma il volto era sempre l.
Il fatto era davvero curioso, anche perch le riproduzioni
del Crocifisso, fino a quel momento pubblicate sui libri
d'arte, quella strana presenza non l'avevano mai registrata.
Fabbri sottopose le fotografie a esperti, e le sped in visione
anche a Federico Zeri, noto critico d'arte. Tutti non poterono
che constatare la singolarit del fenomeno.
Chi sar questo personaggio che vive in simbiosi con
Cristo da oltre quattro secoli e che solo oggi si manifesta
a noi, visto che nessuno mai l'aveva notato?(1), si chiese
all'epoca lo storico dell'arte Marco Bona Castellotti. La
questione tuttavia tirava in ballo anche altri scenari. Infatti
esisteva altres la possibilit che, se per quattrocento anni
quel volto non l'aveva visto nessuno, era perch sulla sua
scultura Cellini non lo aveva scolpito. Si sarebbe in sostanza
trattato di un tipico fenomeno di immagini spontanee,
immagini cio la cui formazione non risulterebbe potersi
attribuire a un intervento umano. E in quel caso, pi che
gli storici dell'arte, a occuparsi della faccenda sarebbero
dovuti intervenire gli studiosi del paranormale!
Un enigma complicato, che a quanto mi risulta  rimasto
insoluto. L'effigie di quel volto si  creata spontaneamente,
e alla fine del XIX secolo, oppure l'ha intenzionalmente
eseguita Cellini? E se veramente l'ha scolpita l'autore del
Perseo, chi si nasconde dietro quell'immagine misteriosa?
Benvenuto Cellini quel Crocifisso in marmo l'aveva scolpito
per s, e non su committenza, in seguito alle visioni
mistiche che lo avevano colto durante i giorni di prigionia
in Castel Sant'Angelo a Roma. Ci lavor tra il 1555 e il
1562 e il risultato fu veramente notevole. L'opera  alta 185
centimetri e rappresenta, come lo stesso scultore fiorentino
annot nella sua biografia, un Crocifisso di marmo bianchissimo,
in su una croce di marmo nerissimo, ed  grande
quanto un grande uomo vivo.
Quando nell'agosto del 1555 Benvenuto redasse il suo
testamento, diede disposizioni affinch, dopo la sua morte,
il Crocifisso di marmo fosse sistemato sulla sua tomba, nella
chiesa di Santa Maria Novella. Ma una volta terminata, la
scultura piacque cos tanto alla granduchessa Eleonora di
Toledo, che nel 1565 venne acquisita dal suo consorte, il
granduca Cosimo I de' Medici e collocata in Palazzo Pitti.
Cellini mor nel 1571 e nel 1576 il suo Crocifisso verr
donato dal figlio di Cosimo, Francesco I, al re di Spagna
Filippo II. Da allora  custodito all'Escorial.
 Note.
1. Marco Bona Castellotti, Il mistero di Cellini, in Marco Carminati (a cura di), Tesori
ritrovati, Il Sole 24 Ore, Milano 2000, p. 191.


Preludio di morte a Boboli.

 un pomeriggio di ottobre, anno 1992. Verso le 16,30 una
Opel Kadett targata Milano passa da uno dei caselli autostradali
di Firenze, entra in citt e si dirige in Oltrarno verso
piazza dei Pitti. A bordo ci sono tre uomini. Parcheggiata
l'auto di fronte a Palazzo Pitti, un uomo scende, gli altri
due rimangono dentro ad aspettare. L'uomo ha un pacco
nascosto nel giubbotto. Si avvia verso l'entrata del parco
di Boboli. Al parco si accede dall'ingresso di Palazzo Pitti.
La biglietteria sta per chiudere e per poco non lo rimandano
indietro. Paga il biglietto, entra e si ritrova davanti
alla fontana del Nettuno. Si guarda intorno, non ha molto
tempo e deve spicciarsi. Imbocca un viottolo a caso e si
mette a camminare con la ghiaia che gli scricchiola sotto
i piedi. Dopo dieci minuti si ferma davanti a una scultura.
Gli sembra che quella possa andar bene. Per quel che deve
fare lui, comunque una statua vale l'altra. Estrae il pacco
dal giubbotto e lo appoggia ai piedi della scultura, ma dietro,
affinch non si veda. Poi a passo svelto torna indietro,
esce da Palazzo Pitti, risale in macchina. Ci ha messo una
ventina di minuti.
La Opel riparte, attraversa la citt, ripassa dal casello e
imbocca l'autostrada del Sole. Destinazione Torino. Percorsi
un centinaio di chilometri i tre si fermano a un autogrill e
uno di loro, ma non quello che ha nascosto il pacco, fa una
telefonata. Chiama un'agenzia di stampa e riferisce che a
Firenze, nel giardino di Boboli,  stata lasciata una bomba.
Il giorno dopo i tre comprano il giornale, anzi ne comprano
pi di uno. Ma la notizia di un attentato a Boboli non compare
su nessun quotidiano.
In realt, la notizia di una bomba collocata nel celebre parco
fiorentino non usc sulla stampa perch di quella bomba
non se ne accorse nessuno. Il cronista dell'ansa, che aveva
preso la telefonata dell'autogrill, non aveva capito una parola
di ci che l'uomo all'altro capo del telefono gli si era
messo a dire. Parlava troppo in fretta, e in dialetto stretto.
Il giornalista aveva riagganciato ed era tranquillamente
tornato a fare quello che stava facendo.
L'ordigno fu trovato quasi un mese pi tardi, il 5 novembre,
dal personale di servizio di Boboli, nella zona del giardino
chiamata Le Scesine e dietro la statua di Marco Cautius.
Era avvolto in un sacchetto di plastica nera, chiuso con del
nastro da imballaggio. Si trattava di una bomba da mortaio
da 45 millimetri denominata Brixia, un ordigno in dotazione
all'esercito italiano durante la seconda guerra mondiale.
Su quell'episodio verr fatta luce negli anni seguenti, nel
corso del processo indetto a Firenze per le stragi mafiose
del 1993. Durante gli interrogatori di quel processo si delineer
un quadro inquietante: quella bomba doveva essere
un avvertimento. Un avvertimento della mafia allo stato.
Passato sul momento praticamente inosservato, col senno
di poi il fatto di Boboli verr inquadrato dagli inquirenti
come il funesto preludio alla strage di via dei Georgofili.
Dalle deposizioni rilasciate nel 1998 alla Corte d'Assise
di Firenze dall'imputato Giovanni Brusca emerse che il
progetto dell'attentato di Boboli sarebbe stato maturato nel
contesto di una serie di colloqui tra Antonino Gio, affiliato
dell'associazione mafiosa Cosa Nostra e vicinissimo al superboss
Tot Riina, e Paolo Bellini, enigmatico personaggio
conosciuto come la Primula nera, ex esponente di spicco
di Avanguardia nazionale, sospettato e poi prosciolto per
la strage di Bologna, e dagli anni Novanta collaboratore di
giustizia.
Secondo Brusca sarebbe stato Bellini, in occasione di
quei colloqui, a suggerire ai vertici di Cosa Nostra l'idea di
provare a indurre lo stato a fare marcia indietro nella lotta
alla mafia attraverso la messa in atto di clamorosi attentati
al patrimonio artistico nazionale. Come  purtroppo noto,
quegli attentati saranno portati a termine davvero, tra maggio
e luglio 1993, a Firenze, a Milano e a Roma.
Bellini fu iscritto nel registro degli indagati, ma il procedimento
nei suoi confronti  stato definitivamente archiviato
nel 2005 in seguito all'esito negativo delle indagini sul suo
presunto ruolo di istigatore delle stragi mafiose.
Mentre, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia raccolte durante il processo di primo grado, fu appurato
che a eseguire il piano di Boboli ci pens Santo Mazzei,
uomo d'onore entrato in Cosa Nostra nell'estate 1992 per
intercessione dello stesso Brusca e di un altro boss, Leoluca
Bagarella. A Milano Mazzei compr la Opel Kadett, con la
sua Seat Ibiza targata Catania non era il caso di andarci in
giro. E a Torino si procur l'ordigno. Poi and a collocarlo
a Firenze. Con lui c'erano i due mafiosi Antonino Gullotta
e Roberto Cannav. Cannav entr nel parco a mettere la
bomba, Mazzei fece la telefonata dall'autogrill.
Se gli esecutori materiali dell'attentato di Boboli sono
stati individuati tutti, sull'intera faccenda della stagione
stragista, di cui la bomba dietro la statua fu il triste preludio,
rimangono aperti ancora molti punti interrogativi. I punti
interrogativi sono quelli che ruotano intorno alla cosiddetta
trattativa stato-mafia, una delle pagine pi oscure della storia
della Repubblica italiana.
 
Le ombre oscure sulla strage
di via dei Georgofili.

Alle ore 19,50 del 26 maggio 1993, in via della Scala
viene rubato un furgone Fiat Fiorino. Quello stesso furgone,
tra mezzanotte e l'una, viene visto parcheggiato in via
dei Georgofili, proprio dietro la Galleria degli Uffizi. Alle
1,04 esplode e fa una strage. Il boato lo sentono anche nei
quartieri della periferia; arriva fino a Rifredi, fino a Novoli,
all'Isolotto, a Bellariva. In alcune zone della citt la luce
salta, i lampioni si spengono.
Nelle quattro ore e mezzo intercorse tra il momento del
furto e quello dell'esplosione, il Fiorino era stato imbottito
con duecentocinquanta chilogrammi di una miscela esplosiva
composta da tritolo, t4, pentrite e nitroglicerina. Un
lavoro da professionisti.
La deflagrazione  fortissima. Crolla la torre dei Pulci,
sede dell'Accademia dei Georgofili. Angela Fiume, Fabrizio
Nencioni e le loro due bambine Nadia e Caterina muoiono
sul colpo. I Nencioni, nella torre dei Pulci, ci abitavano.
Nel palazzo di fronte Dario Capolicchio, studente al primo
anno di architettura, viene investito dalle fiamme scaturite
dall'esplosione. Muore anche lui. La strada  un cumulo di
macerie, i vetri rotti sono dappertutto, i palazzi sventrati.
Oltre ai cinque morti, si conteranno quarantotto feriti.
I danni al patrimonio artistico della citt sono ingenti.
L'onda d'urto  cos potente che raggiunge Palazzo Vecchio,
la chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio e il Museo di
storia della scienza e della tecnica. Ma il vero disastro 
agli Uffizi. La grande massa d'aria spostata dall'esplosione
era entrata dalle finestre e, risucchiata dai lucernari, si
era abbattuta nelle sale come un tornado. Numerose opere
d'arte vengono danneggiate in modo grave. L'Adorazione
dei pastori di Gherardo delle Notti, I giocatori di carte e il
Concerto di Bartolomeo Manfredi sono perduti per sempre.
Anche della pensione Quisisana, sul lungarno Archibusieri,
non rimangono che rovine. La pensione, che apparteneva
al cantautore Riccardo Marasco, voce nota ai fiorentini,
era diventata, soprattutto per gli stranieri, un luogo di culto
per via del film Camera con vista. La famosa camera al
quarto piano, quella che il regista James Ivory aveva scelto
per l'incantevole vista sull'Arno e sul Ponte Vecchio, non
esiste pi.
La mattina del 27 maggio il quotidiano francese Le
Figaro esce con il titolo Florence touch au coeur, in
Spagna la prima pagina de El Pais riporta Coche bomba
en el corazon de Florencia. La bomba ha colpito il cuore
di Firenze.
Il processo per la strage di via dei Georgofili si  chiuso
definitivamente il 6 maggio 2002, con la conferma da parte
della Corte di Cassazione del verdetto emesso dalla Corte
d'Assise d'appello di Firenze il 13 febbraio dell'anno
precedente. Quindici le condanne all'ergastolo per strage
con finalit di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale.
Alla massima pena prevista dallo stato sono
stati condannati boss e affiliati dell'organizzazione mafiosa
Cosa Nostra, tra cui Tot Riina (che era gi stato arrestato
nel gennaio 1993), i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano,
Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Gioacchino Calabr,
Antonino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Gaspare Spatuzza.
In appello erano stati condannati all'ergastolo anche i latitanti
Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Provenzano
verr arrestato nel 2006, Messina Denaro  tuttora ricercato.
Fin dalle prime indagini, condotte dai pm Gabriele Chelazzi
e Giuseppe Nicolosi e con Pier Luigi Vigna alla guida della
Procura, il quadro era risultato chiaro. Dietro l'attentato di
Firenze andava vista la stessa mano che pochi giorni prima,
il 14 maggio, aveva fatto saltare in aria una Fiat Uno a
Roma, in via Ruggero Fauno, con l'obiettivo poi fallito di
uccidere il noto giornalista e conduttore televisivo Maurizio
Costanzo. Quella stessa mano che, a due mesi dalla strage
degli Uffizi, era tornata a uccidere ancora. Il 27 luglio, tra
le 23,14 e le 00,02, erano infatti esplose tre autobombe, a
Milano, in via Palestra, e a Roma, in piazza San Giovanni
in Laterano e presso la chiesa di San Giorgio in Velabro.
Anche a Milano si conteranno cinque vittime.
Che la trama di quella drammatica successione di attentati
fosse stata ordita da un'unica regia, la regia di Cosa Nostra,
emerse dunque fin dalle prime settimane dell'inchiesta.
Anche lo scopo che aveva indotto l'associazione criminale
a far saltare quintali di tritolo era stato presto messo a fuoco.
Con quelle stragi la mafia aveva voluto inviare un messaggio
allo stato. Aveva voluto far sapere che ne aveva abbastanza
della legge sui pentiti e dell'art. 41 bis, il provvedimento
legislativo sul regime di carcere duro, a cui in quei mesi
erano stati sottoposti alcuni detenuti mafiosi. L'intenzione
di Cosa Nostra era quella di indurre le istituzioni politiche
a fare marcia indietro nell'azione di contrasto intrapresa nei
confronti delle associazioni malavitose. In quell'epoca, e
cio in seguito all'attentato di Capaci e alla morte del magistrato
Giovanni Falcone, la lotta dello stato alla mafia si
era fatta particolarmente decisa.
Quando venne emessa la sentenza della Cassazione, gran
parte delle ragioni della strage di Firenze erano pertanto state
individuate. Alla chiusura del processo tutti i mandanti e tutti
gli esecutori materiali dell'attentato erano stati identificati
e condannati. Tuttavia, dopo nove anni di investigazioni
e sei di procedimento giudiziario, la vicenda non poteva
ritenersi conclusa. Come i magistrati coinvolti nelle indagini
non hanno mai nascosto, da capire restava dell'altro.
Il lato pi oscuro di quella stagione terroristica era ancora
tutto da indagare: all'appello mancavano i mandanti a
volto coperto.
Cosa Nostra non ha la mente fine di mettere un'autobomba
come quella di Firenze: sono pienamente convinto che
questo come gli altri fu un obiettivo suggerito(1). E ancora:
Quando Ganci mi diceva di contatti di Riina con persone
importanti sicuramente queste persone erano all'esterno di
Cosa Nostra(2). Queste parole furono rilasciate nel 1994 dal
pentito Salvatore Cancemi al procuratore di Firenze Pier
Luigi Vigna. Ma a tali dichiarazioni si aggiungeranno quelle
di altri pentiti e sulla strage dei Georgofili, e su quelle di
Roma e di Milano, si allungheranno le ombre della cosiddetta
trattativa stato-mafia, insieme all'inquietante sospetto
di collusioni tra soggetti criminali e uomini di stato, tra
poteri legittimi e poteri occulti. Perch le stragi cessarono
di colpo? Lo stato aveva ceduto ai ricatti di Cosa Nostra?
Quale soggetto politico avrebbe partecipato al tavolo della
trattativa?
La Direzione nazionale antimafia, alla cui guida nel frattempo
sar subentrato Vigna, affider l'inchiesta sui mandanti
a volto coperto a Gabriele Chelazzi, lo stesso magistrato
che aveva condotto la prima fase delle indagini. Ma
a oggi la verit su quella tragica pagina della nostra storia
non  ancora emersa.
La notte tra il 16 e il 17 aprile 2003 Chelazzi moriva
stroncato da un infarto nella foresteria della Guardia di
finanza di Roma. Appena poche ore prima di morire aveva
scritto una lettera, che non aveva fatto in tempo a spedire.
In quella lettera, indirizzata al capo della Procura di
Firenze, il pm aveva rivelato la propria amarezza per esser
stato costretto a lavorare da solo (con tutti i rischi del
caso, da quello di sbagliare a quello di esporre la pelle a
eventualit non propriamente gratificanti) su una vicenda
di questa portata(3).
 Note.
1. Francesco Nocentini (a cura di), Peggio di una guerra. L'Italia sotto ricatto. La
requisitoria del pm Gabriele Chelazzi al processo per le stragi del '93-'94, Edizioni
Citt di Firenze, Firenze 2010, pp. 35,36.
2. Ivi, p. 36.
3. L'ultimo sfogo con il suo capo il documento, in www.ilgiornale.it, 19 ottobre 2012.


Animali fuori posto
nelle campagne fiorentine.

Il 29 novembre 1993 La Nazione riportava la notizia di
un singolare avvistamento. Due sere prima una coppia di
fidanzati aveva segnalato ai carabinieri di Pontassieve, un
paese non lontano da Firenze, di essersi imbattuta in una
pantera. Era sabato e i due erano diretti a una festa di amici,
in una casa colonica situata in localit I Fichi, tra Molin del
Piano e Santa Brigida. Zona di campagna e di boschi fitti.
In auto stavano percorrendo una strada sterrata quando si
trovarono davanti il felino. Stava immobile in mezzo alla
carreggiata, probabilmente ipnotizzato dalla luce dei fari.
L'animale fiss il veicolo per un lungo istante, poi con un
balzo spar tra gli alberi. Non poteva essere un cane,
avrebbe riferito il ragazzo. Aveva il pelo nero, scurissimo
e lucido, testa rotonda, occhi rotondi, una lunga e sinuosa
coda a s, taglia da pastore tedesco.
Nel quotidiano si precisava quindi che i carabinieri avevano
preso mlto sul serio la segnalazione dei due giovani
anche perch, soltanto un paio di giorni prima, un'impronta
strana era stata scoperta davanti a una rimessa nel mezzo
di un campo non lontano dal luogo dell'avvistamento. E
secondo il proprietario del terreno non poteva trattarsi di
un'orma di cane, n di cinghiale. Quella non era insomma
l'impronta di un animale che si potesse incontrare da quelle
parti.
La presenza di presunti felini taglia extra large, tra i boschi
delle campagne toscane, era comunque stata denunciata
nelle settimane precedenti anche da altri testimoni. Di tali
testimonianze rimane oggi memoria nelle pagine dei giornali
locali. A fine agosto i membri di una famiglia residente a
Borselli, nel Comune di Pelago, si erano visti un gattone
nero che gironzolava intorno alla gabbia dove tenevano
gli animali da cortile. A detta loro l'animale era pi grosso
di un cane lupo e aveva gli occhi fosforescenti, di colore
giallo-verde. Il giorno seguente una bestia di questo tipo era
stata notata da un cacciatore della zona. L'uomo sostenne
di averla vista lanciarsi in corsa dietro due cinghiali. In
quella stessa settimana un passante aveva scorto un felino
di grossa taglia aggirarsi nei pressi del cimitero di Borgo
alla Collina, in provincia di Arezzo.
A settembre un gruppo di cinque cacciatori si era quindi
imbattuto in un grande animale nero nel bosco di Pietramala,
sull'Appennino tosco-emiliano; e proprio l, tra i rovi, poche
ore dopo erano state rinvenute alcune orme larghe una
decina di centimetri. Nel terreno i segni dei sei polpastrelli
vellutati e con le tipiche striature si vedevano benissimo e
ne furono rilevati i calchi.
Nel frattempo a San Godenzo era da un po' che le guardie
venatorie si erano messe alla caccia di un puma. In zona
erano stati trovati i resti di un capriolo sgozzato e secondo
la perizia redatta dai tecnici veterinari i segni lasciati dai
denti del predatore sarebbero potuti appartenere proprio a
un felino. Inoltre il proprietario di un'azienda agricola l
vicino si era visto attaccare un vitello del suo allevamento
da una bestia di colore fulvo, col pelo liscio e corto e il
muso simile a quello di una leonessa. E in quel caso i periti
avevano dedotto che pi che di una pantera doveva appunto
trattarsi di un puma. In quegli stessi giorni si era pure diffusa
la notizia di un montone trovato ucciso, azzannato al collo.
In molti avevano poi notato come da quelle parti i cani da
guardia fossero da qualche tempo particolarmente agitati,
soprattutto di notte, e come i gatti fossero spariti dai cortili.
L'ultimo avvistamento della lunga serie venne registrato
l'8 gennaio 1994 vicino al castello di Cintola, nei pressi di
Strada in Chianti. Un uomo stava tranquillamente passeggiando
in groppa al suo cavallo. All'improvviso il cavallo
si imbizzarr e l'uomo cap subito il perch: in lontananza
si era materializzata una sagoma nera. Quella visione
dur poco, perch in un lampo la sagoma nera si allontan
di corsa perdendosi nell'orizzonte. Ma anche quella volta
intervennero i carabinieri e si provvide a prendere i calchi
delle impronte.
Gli animali misteriosi che in quei mesi furono visti aggirarsi
nei boschi toscani sparirono nel nulla. Dopo l'ondata
delle segnalazioni, le uccisioni di bestiame negli allevamenti
cessarono di colpo, e impronte di zampe feline lasciate nel
terreno non ne furono pi trovate. Ma dove erano finite
quelle bestie anomale? Possibile che fossero svanite senza
lasciare tracce? Siamo di fronte a un fenomeno di psicosi
collettiva?
Il naturalista Gilberto Tozzi, allora direttore del Centro
di scienze naturali di Galceti, vicino a Prato, si  a lungo
occupato del mistero dei cosiddetti animali fuori posto.
Egli ha riconosciuto che avvistamenti di questo genere si
sono spesso rivelati il frutto di fantasie o di vere e proprie
psicosi, ma ha anche ammesso che tante testimonianze sono
state verificate e riscontrate credibili. Del resto ci sono i
calchi in gesso delle orme, e tali reperti sono prove concrete
del passaggio dei presunti felini.
Secondo Tozzi capita che privati senza scrupoli abbandonino
nelle campagne le loro bestiole esotiche, non appena
queste si sono fatte un po' troppo ingombranti per essere
tenute in salotto. Il che per chiarirebbe il fenomeno solo
in parte; resta infatti da capire come mai tali animali una
volta abbandonati svaniscano poi nel nulla. Mentre invece,
quando una belva scappa da un circo o da uno zoo, questa
viene sempre ritrovata e abbattuta nel giro di poche ore.
Il mistero quindi rimane, e ovviamente non riguarda soltanto
i territori della Toscana. Alcuni studiosi dell'insolito,
basandosi sui lavori di Charles Fort, il noto ricercatore statunitense
del paranormale, hanno avanzato l'ipotesi che la
presenza di animali in luoghi dove non dovrebbero essere
si potrebbe spiegare con la teoria del teletrasporto.
 
L'assassino fantasma
di via del Proconsolo.

Via del Proconsolo  una strada nel cuore della Firenze
antica, subito dietro il duomo e a due passi da piazza della
Signoria. I turisti passano da l per andare a visitare il
Bargello e la Badia fiorentina e spesso non fanno caso alle
strane e inquietanti creature scolpite nella pietra del palazzo
Nonfinito, un'importante architettura del primo Seicento
che si affaccia proprio su quella via. Questa costruzione, che
oggi ospita il Museo nazionale di antropologia ed etnologia,
reca le firme di due importanti architetti, Bernardo
Buontalenti e Vincenzo Scamozzi, ma secondo la leggenda essa
sarebbe stata eretta in seguito a un patto che i proprietari, e
cio gli Strozzi, avrebbero stipulato col diavolo. Un patto
che alla fine non sarebbe andato in porto, e ci spiegherebbe
perch il palazzo sia rimasto incompiuto e si sia procurato
il nome di Nonfinito.
Per ironia della sorte, quasi accanto al sinistro palazzo che
si racconta esser stato costruito dal demonio, sta un edificio
di propriet della Curia, non di Firenze ma di Fiesole.
L hanno sede gli uffici della cancelleria vescovile e gli
appartamenti di alcuni sacerdoti mentre al piano terra fino
a qualche anno fa c'era un negozio di arredi sacri e libri
di contenuto religioso: la storica libreria Manuelli, attiva
dal 1890.
In quella libreria ci lavorava Gianfranco Cuccuini, due, tre
giorni alla settimana per arrotondare la pensione. Sessantacinque
anni, ex tipografo al Torchio di via della Colonna, una
moglie e due figli, Cuccuini era da tutti considerato un tipo
serio e affidabile. Una brava persona, lo definivano i vicini.
Certo era molto riservato, un po' troppo forse, uno di quegli
uomini all'antica che fanno del riserbo e della discrezione
una questione di dignit personale. Il che non vuol dire che
non sapesse apprezzare quanto di bello la vita pu offrire.
A Gianfranco piacevano l'arte, la musica e le buone letture.
Economicamente se la passava benino, e cos poteva permettersi
di andare ai concerti e di farsi pure qualche viaggetto.
Al mare preferiva la montagna e le ferie le trascorreva con la
moglie a Madonna di Campiglio, ospiti da amici di vecchia
data. La vita ordinata di un tipo tranquillo.
Il 24 marzo 1995 era un venerd e di solito Gianfranco
il venerd in libreria non ci andava. Ma quella volta la
proprietaria del negozio, Anna Maria Lorenzini, gli aveva
chiesto un piacere: se quel giorno poteva andare ad aprire
lui, perch lei doveva accompagnare la figlia a una visita
medica. Gentile come sempre, l'ex tipografo si era reso
disponibile.
Alle 7,30 di quel primo venerd di primavera Cuccuini
usc di casa, butt la spazzatura nel cassonetto e sal in
sella al suo motorino rosso. Abitava a Sesto Fiorentino, e
da quella localit a nord-ovest di Firenze alla libreria
Manuelli ci vogliono una ventina di minuti. Lo stesso tragitto
che aveva percorso un sacco di volte. Questa per sarebbe
stata l'ultima.
Tutti i venerd, la mattina sul presto, don Sergio Boffici si
presentava nella Manuelli a prendere le ostie da consacrare
per la messa. Lo fece anche quel 24 marzo. Attravers il
cortile interno del palazzo della Curia e buss alla porta che
dava sul retro del negozio. Alla libreria si poteva accedere
anche da l, oltre che dall'ingresso che dava sulla strada.
Il sacerdote buss, ma non gli venne ad aprire nessuno.
Pens che dentro non lo sentivano perch stavano ancora
facendo le pulizie.
In quegli istanti nel cortile del palazzo cinque operai stavano
lavorando per riparare un guasto alla fogna. Erano l
da almeno un'ora. Fuori, in via del Proconsolo, la fermata
dell'ataf proprio di fronte al negozio di articoli sacri si faceva
sempre pi affollata di gente che aspettava l'autobus.
Don Sergio torn a bussare, ma ancora niente. Alla fine
opt per entrare dall'ingresso sulla strada. Erano le 8,45.
All'interno della libreria era tutto come sempre, ma stranamente
l'unico lampadario del locale era spento. Un po'
di luce, oltre che dalla vetrina, arrivava dal retro, l in fondo
la luce era accesa. Sugli oggetti esposti negli scaffali,
ceri, statuine della Madonna, crocifissi, messali, santini,
ostensori, gravava un silenzio irreale. Forse don Sergio si
accorse di quel silenzio, o forse no. Perch appena messo
piede nel negozio, fu una questione di pochi secondi e il
prelato vide per terra il braccio di un uomo che si allungava
inerte da dietro il bancone a L. Don Sergio raggel e
d'istinto usc di corsa sulla strada, svolt subito a sinistra,
imbocc il portone del palazzo della Curia, pass davanti
alla porta di servizio del negozio, attravers il cortile dove
stavano lavorando gli operai e salendo i gradini a gruppi
di tre fece le scale che portavano all'appartamento di don
Giuseppe Saccardi per chiedergli aiuto. Poco dopo i due
erano nella libreria.
Il cadavere di Gianfranco Cuccuini era steso sul lato sinistro,
e giaceva in un lago di sangue. Il primo pensiero dei
due sacerdoti fu quello di un malore, per effetto del quale
l'anziano commesso sarebbe caduto sbattendo la testa.
Ma il responso del medico della Misericordia arrivato sul
posto fu un altro. Gianfranco era stato ucciso, straziato da
un'arma appuntita a doppio filo, forse un tagliacarte, che
l'assassino si era portato via. Il medico legale riscontrer
ventotto coltellate, sul volto, sul collo, sul torace e anche
dietro, sulla schiena. Due i colpi mortali: all'aorta e a un
polmone.
Gli uomini della Mobile, con a capo Gianni Luperi, riscontrarono
che dal registratore di cassa non era stato prelevato
denaro. Il portafogli della vittima era al suo posto e gli
oggetti di valore del negozio pure. L'ipotesi dell'omicidio
a scopo di rapina fu quindi subito scartata.
Ma le cose che non tornavano erano tante. La scena del
crimine era anomala, per un delitto del genere. Era troppo
pulita. Nessun segno di colluttazione, niente schizzi di sangue,
ma soprattutto niente impronte sul pavimento. Eppure
intorno al cadavere si era riversata una pozza di sangue.
Come aveva fatto l'assassino, in momenti di tale concitata
violenza, a non sporcarsi le scarpe?
Ma soprattutto, come aveva fatto a lasciare la libreria senza
che nessuno lo vedesse? Via del Proconsolo era un via vai
di gente, e davanti al negozio c'era la fermata dell'autobus.
Nessuno aveva notato una persona allontanarsi dal luogo
del delitto. L'uscita sul retro era chiusa a chiave dall'interno,
ma se anche fosse uscito da l, l'omicida sarebbe stato
visto dagli operai al lavoro nel cortile. L'assassino si era
dileguato nel nulla, volatilizzatosi come un fantasma in una
delle strade pi trafficate del centro di Firenze.
Anche l'arma del delitto era sparita e non verr mai trovata.
L'unico elemento certo di quel delitto misterioso risultava
essere l'ora della morte del povero Cuccuini. Tra le 8,20 e
le 8,30 il proprietario della copisteria di fronte alla Manuelli
aveva visto l'ex tipografo di Sesto impegnato a spazzare il
tratto di marciapiede antistante il negozio. E alle 8,30 una
signora ferma presso il portone della Curia aveva notato
con la coda dell'occhio due individui varcare la soglia della
libreria. In base alla descrizione fornita dalla testimone, uno
dei due era di sicuro Gianfranco Cuccuini, l'altro aveva i
capelli lunghi e indossava un giaccone beige. Poteva trattarsi
di una donna, ma non  detto.
Alle 8,30 la vittima era quindi ancora viva. Un quarto d'ora
pi tardi don Sergio era capitato in negozio per prendere le
ostie e l'aveva trovata morta. Un lasso di tempo brevissimo,
quindici minuti, in cui l'assassino si era accanito con
inaudita ferocia sull'anziano commesso uccidendolo in un
raptus di follia omicida. Probabilmente quando don Sergio
mise piede nella libreria per la prima volta, l'assassino era
ancora l, nascosto nel retrobottega. Il tempo per il sacerdote
di tornare con don Saccardi, e quello era gi sparito, confuso
tra la folla del centro come un'ombra invisibile.
Le indagini non furono delle pi facili. Nessuna ipotesi di
movente, nessun indizio. A parte l'agenda di Cuccuini, trovata
aperta sul tavolo che stava nel locale sul retro. Su di una
pagina di quella agenda gli inquirenti rinvennero una scritta.
Tre parole strane ed enigmatiche: uma harum uma. Si ipotizz
che la scritta potesse rimandare all'ambito esoterico o
a quello delle sette religiose. Del resto quella della libreria
Manuelli non era una clientela delle pi ordinarie. Oltre che
dagli addetti ai lavori, gli uomini di Chiesa per intenderci,
il negozio era infatti frequentato da personaggi bizzarri, a
volte pure inquietanti. Fanatici religiosi che richiedevano
gli oggetti pi strani; ceri di colore nero per esempio. Lo
stesso Cuccuini aveva in passato confidato alla moglie le
sue perplessit: Ma non  che con quell'armamentario ci
celebrano le messe nere o cose del genere?.
Comunque il significato delle tre parole riportate sull'agenda
nessuno riuscir a decifrarlo e la pista del fanatico
religioso fuori di testa non condurr gli investigatori da
nessuna parte.
A un certo punto delle indagini dal laboratorio di Medicina
legale parve arrivare la classica svolta: sul cadavere
della vittima, dentro agli slip e sulle parti intime, era stata
trovata una sostanza simile alla vaselina. E nessuna necessit
di ordine medico sembrava giustificarne l'uso. Per gli
investigatori quell'indizio era l'elemento che poteva mettere
l'omicidio in relazione al contesto omosessuale. Ma
quando si pass a indagare su di una presunta vita segreta di
Cuccuini non emerse nulla di significativo. E anche quella
pista si aren.
Il delitto di via del Proconsolo  rimasto irrisolto. Un delitto
perfetto, commesso da un fantasma in mezzo ai crocifissi
di un antico negozio di articoli religiosi.
 
Omicidio a sangue blu:
il caso di Robilant.

Al numero 7 di via Tornabuoni, nell'elegante palazzo
Corsi, ha sede il Circolo dell'Unione, un club per gentiluomini
fondato nel 1852 dal principe Anatoli Demidoff e
da un gruppo di suoi amici accomunati dalla passione per
le corse dei cavalli. Il club  tuttora attivo e annovera circa
quattrocento soci, tutti uomini e tutti di sangue blu.
Per la sera del 15 gennaio 1997 al Circolo era stata organizzata
una cena. Nella lista di quanti avevano saldato
la quota per partecipare all'esclusivo evento figurava il
nome del conte Alvise Nicolis di Robilant. Niente di straordinario,
al palazzo del Circolo il conte era un habitu.
Ci che invece, a cena avviata, non pass inosservato tra i
blasonati commensali fu che Alvise non si era presentato.
Il che non era da lui. Lui era un gentleman e se non poteva
presenziare dove era atteso, avvertiva. Inoltre il conte era
un tipo estremamente preciso, se non puntiglioso; se avesse
avuto l'intenzione di cambiare i suoi programmi, avrebbe
fatto togliere il suo nome dalla lista. Fatto sta che quando
alle 20,30 i camerieri iniziarono a servire gli antipasti, la
sedia riservata ad Alvise di Robilant era vuota e lo sarebbe
rimasta per tutta la sera.
Ma dov'era il conte? Il conte era a casa sua, un piccolo
appartamento ricavato in uno dei palazzi pi belli della
Firenze rinascimentale: palazzo Rucellai, opera del celebre
architetto Leon Battista Alberti. Il palazzo non apparteneva
a Di Robilant, ma ai suoi amici Barbara e Nicol Rucellai,
che gli avevano affittato quell'appartamentino all'ultimo
piano, cui si accedeva da un ingresso secondario.
Probabilmente, mentre al palazzo del Circolo gli aristocratici
fiorentini iniziavano a mangiare, in palazzo
Rucellai, cinque minuti a piedi da l, Alvise di Robilant
era gi stato ucciso. La signora Rosa, moglie del portiere,
trov il cadavere del conte il pomeriggio del giorno dopo.
La donna era entrata nel piccolo appartamento per fare le
pulizie e fino a quando non aveva messo piede in salotto
non aveva notato nulla di strano. Arrivata l, aveva invece
trovato l'orrore.
Il corpo di Alvise di Robilant era steso davanti a un divano,
coperto da un copriletto a strisce blu che era stato prelevato
dalla camera degli ospiti. Sul tappeto, all'altezza della testa,
una macchia di sangue. Qualcuno aveva fracassato il cranio
del conte con un oggetto pesante, di pietra o di marmo,
forse un soprammobile. Ma con esattezza non si pu dire,
perch l'oggetto in questione non venne ritrovato. Dodici
i colpi, inferti dall'alto verso il basso e con raccapricciante
violenza. Gli schizzi di sangue erano dappertutto, sulle
pareti e anche sul soffitto.
Da una prima ricognizione dell'appartamento risult che
gli oggetti di valore erano tutti al loro posto. Sopra il pianoforte
c'era addirittura un assegno per 1.300.000 lire. Il
movente della rapina venne quindi escluso fin da subito.
Nella camera del conte l'assassino aveva invece lasciato
il segno. Il quadro sopra il letto, una tela di scarso valore
raffigurante san Girolamo, era stato squarciato, forse con la
stessa arma del delitto. Sulla scrivania il computer portatile
di Di Robilant, un Toshiba t-1000 le, aveva lo schermo
sfondato e per terra erano sparsi alla rinfusa dei floppy disk.
L'hard disk era rimasto intatto.
Gli agenti di polizia conclusero che quel disordine era una
messa in scena. Conclusero anche che la vittima per certo
doveva conoscere il suo assassino. Anzi, lo doveva conoscere
pi che bene, intimamente. Sulla porta d'ingresso non
erano presenti segni di effrazione e il cadavere del conte era
stato ritrovato con addosso una corta vestaglietta. E non si
apre a qualcuno vestiti in quel modo, se non si  particolarmente
in confidenza... Inoltre, in cucina, una bottiglia
di spumante e due flute sembravano essere stati tirati fuori
apposta per un'occasione speciale.
A quanto pareva, il conte non aveva nemici. Affabile e
cortese, era benvoluto da tutti. Uomo di mondo, settantadue
anni portati splendidamente e una vita da cui aveva saputo
cogliere il meglio, Alvise di Robilant era uno dei nomi pi
conosciuti dell'aristocrazia, e non soltanto di quella fiorentina.
Discendeva dalla famiglia veneziana dei Mocenigo e suo
padre era stato proprietario di tre splendidi palazzi sul Canal
Grande. Alvise per non era ricco. Quei palazzi a Venezia
suo padre era stato costretto a venderli e lui, per dirla tutta, in
banca non aveva una lira. Cos l'affitto dell'appartamentino
in palazzo Rucellai glielo pagava il fratello.
Nonostante le ristrettezze economiche, l'esistenza del conte
non fu comunque delle pi spiacevoli. Negli anni Settanta
si era sposato con Betty Stoke, una bellissima modella di
origini americane che aveva sfilato per Emilio Pucci e che
gli aveva dato, prima del divorzio, tre figli. Al funerale
di Alvise, che si svolse nella chiesa di Santa Trinit il 20
gennaio, c'era anche lei, oltre a un esercito di nobili, ad
alcuni agenti in borghese e alla principessa Livia Colonna
di Stigliano, l'ultimo amore del conte.
Terminata la solenne cerimonia, la principessa Colonna
venne interrogata dagli inquirenti. Le chiesero dov'era la
sera del delitto e lei rispose che quella sera era stata impegnata
in un trasloco. L'alibi della donna fu verificato e
confermato. La relazione della principessa con il conte si
era conclusa da pi di un anno, ma nell'hard disk del portatile
della vittima erano ancora conservati gli appunti di un libro
sull'antico Egitto che i due intendevano scrivere insieme. In
quel libro la nobildonna Livia desiderava raccontare delle
sue esperienze extra sensoriali, durante le quali gli spiriti
di alcuni sacerdoti egiziani le avevano rivelato i segreti
dell'arte della mummificazione e della costruzione delle
piramidi, oltre a tante altre cose interessanti sull'antica
civilt dei faraoni.
Il saggio sugli egizi la principessa lo porter a termine
da sola e un decennio pi tardi esso verr pubblicato da
un'importante casa editrice milanese. Tutto questo per
con il delitto di palazzo Rucellai c'entra poco. C'entra
invece parecchio ci che Livia dichiar agli investigatori.
Secondo lei l'omicidio doveva sicuramente avere a che
fare con l'ambiente dell'arte. Per alcuni anni Di Robilant
aveva infatti lavorato per la sede fiorentina della casa d'aste
Sotheby's in palazzo Capponi, dove gli era stato assegnato
un incarico nel settore amministrativo. E nella memoria
del Toshiba erano registrati anche i dati relativi a un certo
numero di mediazioni per la vendita di opere d'arte, attivit
che il conte aveva continuato a praticare anche dopo aver
lasciato Sotheby's.
Ma torniamo alla sera del 15 gennaio e ai pochi elementi
che le indagini riuscirono a mettere a fuoco. Elementi,
per, che pi che aiutare a chiarire la faccenda sembravano
renderla ancora pi confusa e complicata.
Nessuno sa che cosa fece Di Robilant il giorno in cui fu
ucciso. Nessuno lo incontr o ebbe modo di parlare con
lui prima della tragedia. Si sa soltanto che alle 20,30 il
conte avrebbe dovuto essere alla cena del Circolo. Dalle
dichiarazioni dei diversi testimoni emersero delle circostanze
alquanto strane. La marchesa Barbara Rucellai, le
cui finestre erano vicinissime a quelle dell'appartamento
della vittima, sostenne di aver sentito Alvise suonare Bach al
pianoforte intorno alle 20,00. La donna si disse sicura tanto
dell'orario, si stava infatti preparando a uscire per andare al
cinema, quanto del fatto che quella sera Di Robilant aveva
suonato malissimo, mentre di solito con l'arte della fuga
se la cavava molto meglio.
Un anziano cugino del conte, Aleramo Scarampi, rifer
quindi di un altro bizzarro avvenimento. Raccont che alle
21,30 del giorno 15 ricevette una telefonata di Alvise che
voleva delle informazioni su di un ritratto della sua trisnonna.
Aleramo per era un po' duro di orecchi e la voce all'altro
capo del telefono disse che non era riuscito a sentirla molto
bene.
Stando a quelle testimonianze, era come se Di Robilant
avesse disertato il gal di palazzo Corsi per starsene in casa
a suonare il piano e a reperire informazioni sulla trisnonna.
Decisamente inverosimile. Molto pi facile ipotizzare che
qualcuno avesse voluto fare in modo che il conte in quelle
ore sembrasse ancora vivo. Quasi certamente quel qualcuno
fu colui che uccise il conte e poi si mise a eseguire Bach. La
Scientifica, che aveva ripassato l'abitazione della vittima
da cima a fondo, non aveva rinvenuto la minima traccia di
impronte. Sul pianoforte non c'erano nemmeno quelle del
conte. Quel qualcuno doveva pertanto aver ripulito i tasti
uno per uno, facendo attenzione a non far rumore.
Un autentico giallo, purtroppo destinato a restare senza
soluzione. Dall'autopsia emerse che nella bocca di Alvise
c'era una piccola traccia di sperma. Una traccia davvero
esigua, e insufficiente per poterne determinare il DNA.
Tuttavia quel particolare bast a instradare le indagini sul
binario dell'omicidio omosessuale. Si cercarono le prove
di una doppia vita del conte e si indag negli ambienti gay,
ma quella pista si rivel priva di fondamento. Pure la pista
del commercio di opere d'arte non porter gli agenti della
Procura molto lontano. In verit ci fu chi ebbe l'intuizione
di mettere in relazione il caso Di Robilant con quello di Eric
Hebborn, un falsario inglese che un anno prima era stato
assassinato a Roma, in un modo molto simile a quello con
cui era stato ucciso il conte. Hebborn, considerato il pi
grande falsario di tutti i tempi, era riuscito a piazzare le sue
contraffazioni ad alcune aste di Christie's e di Sotheby's,
e proprio da Sotheby's Alvise aveva appunto lavorato. Ma
oltre a quello, altro non venne fuori.
A tre anni dal delitto di palazzo Rucellai, un altro inquietante
fatto di cronaca nera torn a macchiare di sangue la citt
di Firenze. E quando l'8 giugno 2000 si scopr il cadavere
del conte Aldobrando Rossi Ciampolini, a tutti torn in
mente l'omicidio di Alvise Nicolis di Robilant.
Quell'8 giugno fu un nipote del conte a trovarsi davanti
all'orrore. Il corpo di Ciampolini era riverso sul letto, nudo
e a pancia in gi. Stretto intorno al collo aveva il cavo della
segreteria telefonica, i polsi erano tagliati, e delle ferite
erano presenti pure sulla testa. Intorno al letto, i resti di
candele consumate e per tutta la stanza i fogli strappati da
un elenco delle Pagine Gialle. Due di quei fogli erano stati
appallottolati e ficcati nella bocca della vittima.
Aldobrando Rossi Ciampolini era un ricco possidente di
sessantasei anni, con la passione per i cavalli, l'antiquariato
e la musica lirica. Il conte risiedeva a Bibbona, in provincia
di Livorno, ma quando aveva bisogno di fermarsi a Firenze
si appoggiava a un monolocale in via Vittorio Emanuele,
luogo dove appunto fu consumato l'orrendo assassinio.
La Procura accus un giovane immigrato albanese, ma la
Corte d'Assise giudic inconsistenti gli elementi a carico
dell'imputato e lo assolse. E cos anche il delitto del conte
Ciampolini fin archiviato tra i casi irrisolti.
 
Il Leonardo occultato.

Nel bestseller Il codice Da Vinci Dan Brown inserisce una
notizia, vera e non di fiction, di cui probabilmente era venuto
a conoscenza dal The New York Times Magazine. Il 21
aprile 2002 il settimanale americano aveva infatti annunciato
una scoperta che aveva suscitato grande scalpore in
tutto il mondo: l'Adorazione dei Magi, uno dei capolavori
pi famosi attribuiti a Leonardo da Vinci, in realt sarebbe
stata dipinta da qualcun altro.
Tale era la conclusione cui era giunto l'ingegnere Maurizio
Seracini, sulla base delle indagini diagnostiche tecnologicamente
molto sofisticate, effettuate sulla tavola custodita agli
Uffizi. Gi da anni impegnato nella ricerca del misterioso
affresco raffigurante La Battaglia di Anghiari, Seracini
aveva ricevuto dall'allora soprintendente al Polo museale
fiorentino Antonio Paolucci l'incarico di condurre alcuni
studi sull'Adorazione, in modo da accertare l'opportunit
di un eventuale intervento di restauro.
Cos, sottoposto ai raggi X, il dipinto aveva rivelato la sua
sconcertante verit: lo strato di pittura monocroma nascondeva
un disegno che, invisibile a occhio nudo, era pure sostanzialmente
diverso da quanto appariva rappresentato nel
quadro. Le analisi delle pennellate e dello stato della vernice
avevano inoltre dimostrato che, a stendere il colore su quella
tavola, non era stato Leonardo, bens un autore sconosciuto
che si era cimentato sopra lo schizzo preparatorio, quello s
di mano leonardesca, in epoche di molto successive.
I clamorosi risultati presentati da Seracini furono confermati
anche da uno dei massimi esperti di Leonardo, Carlo
Pedretti dell'universit della California a Los Angeles. Ma
oltre a mettere in crisi gli studi condotti per anni dagli storici
dell'arte, le immagini a infrarossi dell'Adorazione dei Magi
hanno aperto degli interrogativi, che forse non troveranno
mai una risposta. Soprattutto c' il mistero del motivo che
avrebbe spinto l'anonimo autore a coprire il disegno di
Leonardo con una rappresentazione che in molti punti se ne
discosta in modo evidente. Forse Leonardo aveva dipinto
qualcosa che qualcuno non voleva venisse visto? Magari
connesso a dottrine eretiche di cui, come alcuni studiosi
(Vasari compreso) sostengono, Leonardo era un seguace?
Oltre alla magnifica raffigurazione di una battaglia con
cavalli e cavalieri che sembrano battersi impetuosi come
in un film, gli infrarossi hanno in effetti rivelato una scena
decisamente enigmatica: quella della ricostruzione del
tempio. Generalmente nelle Nativit di Cristo o nelle Adorazioni
dei Magi si usava rappresentare un tempio in rovina,
come simbolo del crollo del mondo antico che l'avvento del
Redentore si apprestava a determinare. Il disegno leonardesco,
invece, mette in scena un gran movimento di operai
e manovali, che il tempio in rovina lo stanno al contrario
ricostruendo. Il che, dal punto di vista iconografico, 
davvero inusuale. Secondo lo storico Antonio Natali, che
nel 2002 dirigeva la sezione rinascimentale degli Uffizi,
la soluzione dell'enigma potrebbe risiedere nell'Antico
Testamento, e in particolare nelle profezie di Isaia, in base
alle quali il tempio ricostruito potrebbe alludere al Cristo
sceso in terra per rafforzare, invece che per recidere, l'antica
alleanza che Yahweh stipul con il popolo d'Israele.
Forse ai monaci di San Donato a Scopeto, che nel 1481
avevano commissionato l'Adorazione dei Magi a Leonardo,
questa rivisitazione del tema non piacque. O forse, partito
il pittore alla volta di Milano, l'opera rimase incompiuta.
Fatto sta che nel 1496 Filippino Lippi dipinse per l'altare
maggiore della chiesa di San Donato una nuova Adorazione,
e non si sa bene quando qualcuno rimise mano a quella di
Leonardo, probabilmente per renderne possibile la vendita.
Attualmente il dipinto  sottoposto a lavori di restauro
presso l'Opificio delle pietre dure di Firenze.
 
Arsenio Lupin allo Stibbert.

Frederick Stibbert fu un gran personaggio. Per rendersi
conto di che tipo fosse, basta fare due passi in collina,
a Montughi, e visitare la sua eccentrica dimora in stile
neogotico che oggi  un museo. Stibbert era inglese, ma
nacque a Firenze (nel 1838) e nel capoluogo toscano visse
gran parte della sua esistenza, a parte gli anni del college
a Cambridge, i viaggi in giro per l'Europa e la campagna
militare che nel 1866 lo port in Trentino a combattere con
la divisa dei garibaldini. Frederick era molto ricco. Suo
nonno, generale dell'esercito della Compagnia delle Indie
in Bengala, gli aveva lasciato una cospicua eredit e lui
l'aveva utilizzata per godersi i piaceri della vita mondana,
e per soddisfare le sue manie da collezionista. Da vero
esteta amava circondarsi di cose belle e col tempo arriv
ad accumulare nella sua villa una quantit incredibile di
oggetti rari e preziosi: pitture, sculture, mobili, porcellane,
bronzi, orologi, ventagli, reliquari, stemmi, specchi,
monete, candelieri, carte geografiche, ombrelli, bandiere,
cofanetti, ricami...
Ma ci per cui Stibbert nutriva una passione davvero
speciale erano le armi. Una passione da collezionista, s'intende.
Nell'arco della sua vita raccolse migliaia di pezzi,
provenienti da ogni parte del pianeta. Tuttavia gli esemplari
pi affascinanti, quelli che lui amava di pi, se li era
fatti procurare in Giappone. E la sua collezione di armi
giapponesi costituisce ancora oggi una delle raccolte pi
consistenti del mondo, se si escludono quelle presenti nel
paese del Sol Levante.
Quando mor, nel 1906, il gentiluomo inglese lasci alla
citt di Firenze la villa di Montughi e tutte le sue collezioni,
compresa l'armeria giapponese. Attualmente questa raccolta,
distribuita in tre sale del museo, annovera 95 armature,
200 elmi, 285 spade e 880 tsuba. Tutti oggetti risalenti a
un'epoca compresa tra il periodo Momoyama e il periodo
Edo. Tutti oggetti di grandissimo valore. Una spada giapponese
 infatti una vera e propria opera d'arte, la cui bellezza
deriva essenzialmente dal livello di perfezione raggiunto
nella forgiatura della lama.
Per gli antichi guerrieri samurai la lama della loro katana
non rappresentava soltanto un terribile strumento di morte:
per i samurai quella lama d'acciaio possedeva un'aura sacra.
Con l'avanzare dei tempi moderni, le spade giapponesi
hanno forse perso questo loro valore sacrale. In compenso
non hanno perso quello commerciale: oggi una lama nipponica
del XVI o XVII secolo pu arrivare a valere decine di
migliaia di euro. Cos non occorre essere un samurai per
desiderare ardentemente di possederne una.
Nel giugno 2006, a esattamente cento anni dalla morte
dell'eccentrico Frederick, l'allora direttrice del Museo
Stibbert Cristina Piacenti rese nota una notizia che ha del
clamoroso. Una quarantina di spade e sciabole samurai
sarebbero state trafugate dal museo e sostituite con pezzi
di scarso valore per ritardare il pi possibile la scoperta
del furto.
Il sospetto era venuto a Francesco Civita, lo studioso fiorentino
che da alcuni mesi curava la sezione giapponese del
museo. Civita aveva infatti riscontrato che un certo numero
degli esemplari esposti non corrispondeva alla descrizione
riportata in un inventario dei primi del Novecento, oltre al
fatto che alcune lame risultavano pi corte delle fodere o
non compatibili con l'impugnatura dell'arma.
All'inizio non ci volevamo credere, spieg all'epoca la
stessa direttrice. Abbiamo persino ipotizzato che lo stesso
Frederick Stibbert avesse acquistato quelle spade con lame
non originali o meglio non antiche, ma poi con un lungo
lavoro di studio e di ricerche storiche, il nostro esperto  arrivato
a un'altra conclusione(1). E cio che qualcuno avrebbe
smontato pezzo per pezzo le armi bianche custodite nelle
vetrine e sostituito le lame originali, ovvero l'elemento pi
importante e di valore, con delle patacche.
Un furto raffinato, eseguito dalle mani di un intenditore,
da chi per esempio sa distinguere una lama ottocentesca
da una di fattura pi antica e prende soltanto quest'ultima.
L'identit del ladro di sciabole  ovviamente ignota e quasi
certamente destinata a rimanere tale, ma ci che rende il
giallo di Montughi ancora pi intrigante  il fatto che il
trafugamento sia passato inosservato per decenni. Si ritiene
infatti che l'abile rapinatore abbia portato a termine il colpo
prima del 1976, anno in cui il museo, rimasto vittima di un
altro ingente furto, venne dotato di un impianto di allarme.
Prima di allora i sistemi di sicurezza erano assai rudimentali,
le sale molto buie e la vigilanza limitata a una ronda
notturna esterna.
In ogni caso a quando esattamente possa esser fatto risalire
il mistero delle lame rubate non si sa e forse non lo si scoprir
mai. E all'Arsenio Lupin dello Stibbert tanto di cappello.
Di recente lo storico Fulvio Conti ha pubblicato il libro
matricola della Loggia Concordia contenente i nomi di tutti
gli iscritti alla loggia in un periodo compreso tra il 1861 e il
1921. E tra questi nomi, che sono pi di mille, figura anche
quello di Frederick Stibbert.
La fiorentina Concordia fu una delle logge massoniche pi
antiche del nostro paese. Fondata nel 1861 a pochi mesi dalla
proclamazione del Regno d'Italia, essa accolse tra i suoi
affiliati numerose personalit di spicco della Firenze della
belle poque, come per esempio lo storico Pasquale Villari,
lo scultore Pasquale Romanelli, il patologo Filippo Pacini,
che per primo scopr il vibrione del colera, e il titolare del
celebre caff Giacosa.
Dalla lista pubblicata da Conti risulta che Stibbert fu iniziato
alla massoneria il 5 dicembre 1861 e nominato fratello
onorario il 13 aprile 1891.
D'altra parte la vicinanza del collezionista inglese agli ideali
massonici  testimoniata da un documento d'eccezione:
il parco di villa Stibbert. Come gi da tempo avevano messo
in luce alcuni studiosi, questo giardino in stile tipicamente
anglosassone sarebbe stato progettato per configurarsi come
un percorso simbolico di valore iniziatico. Ogni dettaglio
del parco, dalle sculture alle grotte artificiali, dalla scelta
delle essenze arboree alla presenza dell'acqua, sembrerebbe
infatti richiamare evidenti simbologie massoniche. Prima
fra tutte quella del Tempio, che in questo sublime spazio di
verde urbano sarebbe stato rappresentato nella bizzarra architettura
del tempietto egizio, con tanto di sfingi e faraoni.
Il parco  aperto tutti i giorni dell'anno e l'ingresso 
gratuito.
 Note.
1. Laura Montanari, Furto di 40 antiche spade giapponesi. Lo Stibbert se ne accorge
dopo trent'anni, in la Repubblica, 13 giugno 2006, sez. Firenze, p. 5.


Gli agenti del RIS riesumano
Pico della Mirandola.

Il 26 luglio 2007, sotto l'occhio vigile del priore del convento
Fausto Sbaffoni e alla presenza degli agenti del Reparto
investigazioni scientifiche di Parma (il famoso Ris), i
picconi ci mettono pi di un'ora per buttare gi il muro che
protegge la bara del pi grande umanista del Quattrocento:
Giovanni Pico della Mirandola, conte di Concordia. Le
spoglie mortali di Pico riposano nel chiostro della chiesa di
San Marco da pi di cinquecento anni e cio da quando, il 17
novembre 1494, il filosofo mirandolese mor in circostanze
misteriose a soli trentun anni.
Quando finalmente viene estratto il feretro, i flash delle
macchine fotografiche dei reporter accorsi per l'evento
partono a raffica. Si tratta di una cassa di recente fattura, che
quasi certamente risale al 1940, anno in cui venne effettuata
l'ultima ricognizione di quei resti illustri. Sul coperchio,
una targhetta metallica riporta l'iscrizione: Ossa di Pico
della Mirandola e di Girolamo Benivieni.
In effetti una volta rimosso il coperchio dalla cassa, appaiono
i resti di due individui, uno accanto all'altro. Da una
sommaria analisi delle caratteristiche ossee effettuata sul
posto, gli antropologi non ci mettono molto ad appurare
quale scheletro appartenga a Pico, deceduto in giovane et,
e quale invece a Girolamo, che quando pass a miglior vita
aveva quasi novant'anni.
Il poeta fiorentino Girolamo Benivieni era legato a Pico
da un sentimento profondo. Se quel sentimento fosse di
amicizia o invece di amore, non si sa bene. Va detto per
che durante il Rinascimento, nella cerchia degli intellettuali
neoplatonici, l'ideale dell'amore socratico andava di
moda; quindi  pi che probabile che tra i due un amore ci
fosse. In ogni caso quando Pico mor, Girolamo cadde in
uno stato di profonda depressione e tent pure il suicidio. I
suoi amici lo salvarono ma quando, cinquantanni pi tardi,
di morire sarebbe toccato a lui, egli volle farsi seppellire a
fianco di colui che tanto aveva amato.
Alla vista dei due amici sepolti insieme per l'eternit, i
presenti vengono colti da una certa commozione. Ma lo
spettacolo non dura a lungo, perch la bara viene presto
richiusa e condotta fuori dal convento. Viene quindi caricata
su un'auto funebre e, scortata dalle forze dell'ordine, parte
alla volta di Ravenna, dove prenderanno l'avvio le prime
indagini scientifiche.
I resti del mirandolese, giunti al dipartimento di Antropologia
di Ravenna, verranno sottoposti ad analisi macro e
micromorfologiche, anatomo-patologiche e fisico-chimiche.
Oltre ai professori dell'universit di Bologna e di Pisa, quelle
ricerche vedranno coinvolti i tecnici del ris, soprattutto
per via delle loro competenze nell'ambito della biologia
molecolare. In particolare a loro toccher estrarre le tracce
di DNA necessarie a verificare che quei reperti mummificati
siano effettivamente appartenuti al celebre umanista.
Passa qualche mese e dal Centro ricerche enel di Pisa
vengono diffusi i risultati delle analisi archeometriche, il
cui esito parla chiaro: nel tessuto osseo e in quel che resta
dei tessuti molli riesumati in San Marco  stata rilevata la
presenza di arsenico. E in dosi decisamente elevate. La
notizia che Pico della Mirandola sarebbe stato ucciso con
il veleno fa il giro dei media di tutto il mondo.
Occorre precisare che le analisi tossicologiche non sono
sufficienti per poter affermare con assoluta certezza che il
noto personaggio sia morto per avvelenamento. Nella biografia
di Pico, redatta dal nipote Gianfrancesco (lui invece
avvelenato lo fu di sicuro), gli ultimi giorni dell'umanista
sono descritti cos: Fu preso da una insidiosissima febbre,
che penetr negli umori e nei visceri del suo corpo cos furiosamente
da dispregiare ogni genere usato di medicamenti(1).
E tra i sintomi dell'intossicazione per arsenico la febbre non
 contemplata.
Del resto secondo gran parte degli storici Pico della Mirandola
sarebbe deceduto dopo aver contratto la sifilide o
in seguito a un attacco di febbre malarica, e non per aver
ingerito una qualche sostanza letale. L'idea tuttavia che fosse
stato ucciso con il veleno era stata avanzata gi nel 1937
da Louis Gautier-Vignal in Pic de la Mirandole e nel 1977
da Henri de Lubac in Alba incompiuta del Rinascimento.
Idea che gli esiti delle recenti indagini scientifiche hanno
di fatto contribuito a confermare, riportando a galla il giallo della morte del conte di Concordia. Ma chi lo avrebbe
ucciso? E perch?
Che l'umanista famoso per la prodigiosa memoria di
nemici ne avesse parecchi  un dato di fatto. Tra i possibili
mandanti del presunto omicidio sono stati fatti soprattutto
i nomi di Piero de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico,
e di Marsilio Ficino, amico dello stesso Pico, nonch uno
dei pi influenti pensatori dell'Accademia neoplatonica.
Piero de' Medici avrebbe ucciso l'intellettuale di Mirandola
semplicemente perch lo odiava. Lo detestava per via della
vicinanza al Savonarola, quel frate esaltato che non faceva
altro che scagliare infuocati anatemi contro la sua famiglia.
Marsilio Ficino avrebbe invece avuto motivo di fare fuori
l'amico perch si sentiva da lui minacciato nella sua attivit
di mago e di astrologo. Pico aveva infatti stilato delle
Disputationes ad versus astrologiam divinatricem, in cui
appunto si scagliava contro l'astrologia, a detta sua una
dottrina ambigua e troppo vicina alla superstizione e alla
stregoneria. Quello era stato il suo ultimo lavoro e la morte
lo aveva colto prima che potesse pubblicarlo. E siccome
Ficino, per via di certe sue strane pratiche magiche e occulte
aveva gi passato dei guai, per non passarne altri avrebbe
potuto benissimo togliere di mezzo l'amico prima che quelle
Disputationes venissero divulgate.
Secondo lo scrittore Carlo A. Martigli il movente dell'assassinio
del mirandolese andrebbe invece cercato in quelle
novecento tesi su delicate questioni teologiche e filosofiche
che Pico aveva redatto quando aveva appena ventitr anni.
Quelle tesi procurarono a Pico una condanna per eresia che
lo costrinse a fuggire in Francia. Allora al soglio pontificio
sedeva papa Innocenzo VIII.
Nonostante le ipotesi su mandante e movente non manchino,
anche questo grande giallo della storia pare destinato
a restare insoluto. Tanti sono gli indizi, scarse le prove.
Perch del conte di Mirandola sono s stati riesumati i resti,
ma non i segreti. Quelli sono rimasti nella tomba. Come
infatti recitano le parole incise sulla lapide:
JOANNES IACET HIC MIRANDULA, CAETERA NORUNT ET TAGUS,
ET GANGES FORSAN, ET ANTIPODES
Qui giace Giovanni Mirandola, il resto lo sanno il Tago,
il Gange e forse anche gli Antipodi.
 Note.
1. Luciano Garofano - Giorgio Gruppioni - Silvano Vinceti, Delitti e misteri del
passato, Rizzoli, Milano 2008, p. 109.


Anche il Poliziano ucciso
con l'arsenico?

Nel luglio 2007, oltre ai resti di Pico della Mirandola, furono
riesumati anche quelli di un altro personaggio illustre
della Firenze quattrocentesca: Angelo Ambrogini, detto il
Poliziano.
Anche il Poliziano stava infatti sepolto nel convento di San
Marco dove, per una curiosa coincidenza, la sua salma era
arrivata appena due mesi prima che ci arrivasse quella del
suo amico Pico. Il poeta e filologo originario di Montepulciano
si era infatti spento la notte tra il 28 e il 29 settembre
1494, all'et di quarantanni. Pure a lui il destino aveva
riservato una lenta e dolorosa agonia: due settimane di
malattia acuta, con attacchi improvvisi di febbre violenta,
deliri e allucinazioni. Le cronache del tempo riportarono
che il poeta era caduto malato dopo aver bevuto un non ben
identificato filtro. Il che contribu a conferire a quella morte
un certo alone di mistero, anche se all'epoca non si parl
di omicidio, per lo meno non esplicitamente.
Secondo la maggior parte degli storici, l'umanista sarebbe
morto dopo aver contratto la sifilide. Come  noto la sifilide
 una malattia che si trasmette per via sessuale e il Poliziano
di sicuro di amanti ne aveva. Nel 1492 si era pure beccato
una denuncia per sodomia. Evidentemente anche lui, come
gli altri membri dell'Accademia neoplatonica di Careggi,
praticava l'ideale dell'amore socratico. Pare per che il
cosiddetto morbo gallico a Firenze si sia manifestato per la
prima volta nel 1495, quando cio il poeta aveva gi lasciato
questo mondo. Quindi la teoria della morte per sifilide per
alcuni studiosi non pu essere presa in considerazione.
In seguito alla riesumazione del 2007 e alla diffusione
dei risultati delle analisi tossicologiche condotte sui resti
rinvenuti, l'ipotesi che anche il Poliziano potesse esser
stato avvelenato sal alle luci della ribalta. Nei tessuti ossei
dell'autore dell'Orfeo, come in quelli di Pico della Mirandola,
era stata infatti rinvenuta la presenza in dosi massicce
di piombo e di arsenico. Ora, bisogna tener presente
che gli esiti di questo tipo di esami, specialmente quando
vengono effettuati su campioni tanto antichi, non possono
considerarsi esenti da un certo margine di errore. Ci sono
tanti elementi che devono essere verificati, per esempio se i
reperti abbiano o meno subito delle contaminazioni, o se le
tracce di arsenico non debbano esser ricondotte a eventuali
pratiche di imbalsamazione.
Comunque il Centro ricerche enel di Pisa non aveva ancora
diramato le conclusioni delle sue indagini, che la corsa alla
soluzione del giallo sull'avvelenamento del Poliziano era gi
partita con slancio. Anche in questo caso occorreva trovare
movente e mandanti. E scartata l'ipotesi della vendetta da
parte di un amante abbandonato o tradito o comunque molto
arrabbiato, la lista degli indiziati venne riempita con gli
stessi nomi degli ipotetici assassini di Pico della Mirandola.
Le esistenze dei due umanisti erano del resto trascorse
indissolubilmente intrecciate l'una all'altra, all'interno di
quella cerchia di frequentazioni che gravitavano attorno a
Lorenzo il Magnifico e all'Accademia neoplatonica. Inoltre
la distanza cos ravvicinata delle date della loro dipartita,
aveva contribuito a tenerli uniti, oltre che nella vita, anche
nella morte.
Cos anche per il mandante del presunto omicidio di Poliziano
 stato fatto il nome di Piero de' Medici e quello
di Marsilio Ficino. Il Medici aveva infatti diversi motivi
per odiare il poeta di corte a tal punto da volerlo morto.
Innanzitutto lo disprezzava fin dai tempi in cui suo padre
Lorenzo lo aveva assunto nel palazzo di via Larga come
suo precettore. Il fatto poi che egli fosse, insieme a Pico,
cos vicino al pericoloso Savonarola, glielo rendeva ancora
pi odioso. Probabilmente Marsilio Ficino aveva invece
cominciato a detestare il letterato di Montepulciano quando
questi, che era pure stato suo allievo, gli aveva mosso delle
aspre critiche a proposito della qualit di certe sue traduzioni.
Anche Poliziano, come Pico, gli aveva inoltre fatto
sapere di non gradire affatto le sue ambigue se non sordide
ossessioni per rituali magici e oroscopi.
Insomma, vale per il giallo del Poliziano quanto detto per
quello del conte di Mirandola: gli indizi sono tanti, ma le
prove di un presunto assassinio scarseggiano. Che per,
prima di morire, il poeta avesse bevuto uno strano elisir
sarebbe anche vero...
 
CERCA TROVA.

Forse il fascino della Gioconda e la maestosit dell' Ultima
cena impallidirebbero di fronte a quello che lo stesso Leonardo
da Vinci era convinto sarebbe stato il suo capolavoro:
la Battaglia di Anghiari. Una mischia dirompente di uomini
e cavalli affannati a scontrarsi in una delle pi importanti
battaglie della storia di Firenze. Una straordinaria pittura
muraria di quindici metri quadrati che per quarantanni ha
ornato la parete est del Salone dei Cinquecento in Palazzo
Vecchio, da cui poi  sparita per entrare nella leggenda.
Attorno alla Battaglia di Anghiari ruota il giallo che da
secoli avvince il mondo dell'arte e che, se venisse risolto,
potrebbe arricchire il patrimonio artistico del nostro paese
di una delle opere pi grandiose del Rinascimento.
Era l'aprile del 1503 quando il gonfaloniere della Repubblica
fiorentina Pier Soderini coinvolse Leonardo nell'impresa
di decorare le pareti del Salone dei Cinquecento con
delle scene di battaglia che celebrassero le storiche vittorie
di Firenze. Leonardo scelse di rappresentare la battaglia di
Anghiari. Michelangelo, anche lui coinvolto nel progetto,
qualche mese pi tardi avrebbe optato per quella di Cascina.
E mentre Michelangelo, dopo aver messo a punto il cartone
preparatorio, abbandon l'opera, Leonardo lavor alla sua
per quasi un anno, fino a quando, lasciandola incompiuta,
part alla volta di Milano. Qualcosa era andato storto.
Il maestro aveva voluto utilizzare una tecnica, quella
dell'encausto, che a differenza dell'affresco richiedeva
temperature molto alte affinch le vernici potessero seccarsi.
Degli enormi bracieri furono accesi alla base dell'opera, ma
nelle parti pi alte del dipinto, dove il calore stentava ad
arrivare, i colori a olio non facevano presa sull'intonaco e in
alcuni punti avevano cominciato a colare. Quando, deluso
per quel fallimento, Leonardo lasci Firenze, la Battaglia
di Anghiari era comunque quasi finita e ben visibile a chi
si recava in Palazzo Vecchio. Ci  assolutamente documentato.
Per esempio, nel 1549 Anton Francesco Doni,
autorevole letterato fiorentino (il committente del famoso
Tondo Doni di Michelangelo), in una lettera invitava l'amico
veneziano Alberto Lollio a salire le scale del palazzo
per dare una visita a un gruppo di cavalli e uomini, che vi
parr una cosa miracolosa.
Se questa cosa miracolosa oggi noi non possiamo ammirarla
 perch, tra il 1555 e il 1572, l'artista e storico
Giorgio Vasari assolse all'incarico, ricevuto da Cosimo I,
di trasformare radicalmente il Salone dei Cinquecento, e di
approntare un nuovo programma decorativo che, al posto
di quello che c'era, esaltasse il potere politico appena acquisito
dal casato mediceo. Vasari non nascose mai la sua
ammirazione per il genio di Leonardo ed  probabile che
abbia passato qualche notte in bianco al pensiero di doverne
distruggere l'opera. I voleri del duca sono per i voleri del
duca, e lui la copr con le nuove pitture.
Tuttavia la vicenda forse non si chiuse l. Esiste infatti la
possibilit che Vasari non abbia cancellato il capolavoro
leonardesco, ma vi abbia eretto davanti un muro di mattoni
e su quello abbia quindi eseguito il suo affresco. Del resto
era ricorso a un espediente simile anche in Santa Maria
Novella, per preservare la Trinit di Masaccio.
Del fatto che le cose possano davvero essere andate cos,
il pi famoso esperto vivente di Leonardo, Carlo Pedretti,
non ha mai nutrito alcun dubbio. E nemmeno l'ingegnere
Maurizio Seracini. Fondatore della societ fiorentina Editech,
specializzata in analisi diagnostiche dei beni artistici
e architettonici, Seracini si mise sulle tracce della Battaglia
di Leonardo a partire dagli anni Settanta del secolo scorso.
Un indizio su tutti lo aveva convinto. Su una bandiera verde,
tra le tante raffigurate nella Battaglia di Marciano, quella
affrescata sul pannello di destra della parete est, Vasari o
chi per lui aveva dipinto due enigmatiche parole: cerca
trova. La scritta non  affatto facile da vedere; sta in un
punto molto alto e i caratteri sono piccoli. Non potrebbe
essere, allora, che essa sia stata messa lass, invece che per
farsi guardare, per segnalare qualcosa, come una traccia in
una mappa del tesoro? Seracini ne  convinto.
Ma questo non  l'unico indizio. In una prima fase delle
ricerche, il radar e le telecamere a infrarossi avevano rivelato
l'esistenza di un'intercapedine, uno spazio vuoto
dello spessore di circa tre dita, proprio dietro il pannello
della Battaglia di Marciano. Proprio in corrispondenza
dell'enigmatica scritta.
Si trattava adesso di capire cosa c'era l dietro. Occorreva
procedere con una scansione radar e una scansione termografica
delle pareti del salone, trovare un punto adatto
nell'intonaco dipinto, fare un foro di quattro millimetri,
introdurre la sonda con la fibra endoscopica, munita di luce
e telecamera, e la verit sarebbe venuta alla luce.
Nel 2007 viene costituito un nuovo comitato scientifico
e l'Opificio delle pietre dure, storico istituto di restauro
fiorentino, intraprende una nuova serie di analisi. Bisogna
andarci piano, va bene ritrovare il Leonardo scomparso,
ma non si pu per questo toccare il Vasari, che in quanto a
pittura se ne intendeva anche lui. Passa ancora qualche anno.
La soprintendente Cristina Acidini, legalmente responsabile
della tutela dei beni artistici della citt, vigila affinch
vengano adottate tutte le cautele del caso; Italia Nostra,
preoccupata di eventuali danni all'opera vasariana, presenta
un esposto alla Procura di Firenze per fermare la ricerca.
Poi alla fine arriva il momento fatidico e, nel marzo 2012,
davanti alle telecamere di National Geographic e della trasmissione
rai Voyager, Seracini e il suo team sono all'opera
sulle impalcature erette davanti alla Battaglia di Marciano,
infilano la sonda nel minuscolo passaggio, trattengono il
fiato, la estraggono.  fatta. Dalla parete al di l dell'intercapedine
la sonda  riuscita a prelevare dei minuscoli frammenti
di materiale pigmentato. La prova che l dietro possa
esserci il capolavoro scomparso  ora davanti agli occhi di
tutti. Prova che verr confermata dal microscopio a scansione
elettronica, che riscontrer nel campione prelevato la
stessa composizione chimica di quella del pigmento nero
utilizzato da Leonardo nella patina bruna della Gioconda
e del San Giovanni Battista.
In quei giorni il giallo che dura da secoli fu davvero sul
punto di venir risolto. Ma il successivo 28 settembre i
ponteggi furono rimossi dalla parete est del salone, e i fori
praticati nell'affresco di Vasari richiusi. Incredibilmente
il Comune di Firenze aveva revocato l'autorizzazione a
procedere con la seconda fase delle ricerche. Per via delle
condizioni inaccettabili imposte ai ricercatori dal ministero,
avrebbe spiegato il sindaco.
Cos, almeno per ora, il mistero della Battaglia di Anghiari
 destinato a rimanere tale.
 
Monna Lisa  davvero la Gioconda?

Lisa Gherardini del Giocondo, nota in tutto il mondo come
Monna Lisa, nacque a Firenze nel 1479 da una famiglia di
alto lignaggio, quella appunto dei Gherardini, e quindicenne
spos Francesco del Giocondo, un ricco mercante di
sete fiorentino. Costui nei primi anni del Cinquecento ne
commission il ritratto a Leonardo da Vinci e questo  il
motivo per cui oggi la Gherardini  la donna pi famosa del
pianeta. Pi famosa pure di Lady Diana, probabilmente. Il
suo ritratto, conosciuto anche come la Gioconda,  custodito
al Louvre di Parigi e ogni giorno migliaia di visitatori fanno
la fila per poterlo contemplare. Il dipinto  di dimensioni
piuttosto piccole, appena settantasette centimetri per cinquantatr,
ma quel sorriso, cos enigmatico e sensuale, cos
allusivo e conturbante irradia un fascino a cui resistere 
davvero difficile.
Ma torniamo a Firenze.
Nel 2007 la stampa diede l'annuncio che lo storico Giuseppe
Pallanti aveva scoperto presso l'Archivio di Stato di
Firenze un documento da cui risultava che la nobildonna
Lisa Gherardini, morta il 15 luglio del 1542 all'et di 63
anni, fu sepolta nel convento di Sant'Orsola dove viveva
la figlia monaca.
Qualche anno pi tardi, a quell'annuncio fece seguito una
campagna di scavi durante la quale, cercando nel terreno
sottostante l'ex convento di Sant'Orsola, gli archeologici
hanno in effetti portato alla luce alcuni scheletri.
Attualmente tali resti sono tenuti in custodia presso il dipartimento di Antropologia dell'universit di Bologna, dove attendono di
essere sottoposti agli esami del carbonio 14 e del DNA. Sar
l'esito delle indagini scientifiche a dirci quindi con certezza
se uno di quegli scheletri  realmente appartenuto a Monna
Lisa, e cos forse un mistero verr risolto. Ma non quello
fondamentale. Il mistero dei misteri, infatti,  un altro, e
di ben altre implicazioni.  cio davvero plausibile che la
donna adombrata nel sorriso della Gioconda sia Monna
Lisa? Esistono tanti elementi, infatti, che porterebbero a
escluderlo.
La questione non  di quelle pi semplici. Per cominciare
occorre sapere che, se oggi si ritiene che la Gioconda sia il
ritratto di Lisa Gherardini,  perch si pensa che lo abbia
detto il celebre storico Giorgio Vasari. E se lo ha detto lui...
In realt, nelle sue Vite dei pi eccellenti pittori, scultori e
architetti, Vasari ha veramente scritto che Leonardo cominci
a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna
Lisa sua moglie(1); e che dopo averci lavorato per quattro
anni lo lasci imperfetto(2); e che la quale opera oggi 
appresso il re Francesco di Francia in Fontanable(3). Ma
poi, quando si mette a descrivere il dipinto, lo storico sembra
riferirsi a un quadro che con quello esposto al Louvre non ha
niente a che vedere. Innanzitutto Vasari parla esplicitamente
di una testa. E infatti non fa alcun accenno al busto, n
alle mani che, a esser sinceri, dopo il sorriso costituiscono
il dettaglio pi ammirato dell'opera. Si sofferma invece
sulle ciglia che, a detta sua, pi naturali di cos Leonardo
non avrebbe potuto farle. Il problema  che il volto della
Gioconda  assolutamente glabro e le ciglia sembrerebbe
proprio non averle.
Ora, il genio di Vinci  morto nel 1519, mentre Vasari ne
ha compilato la biografia molti anni dopo, intorno al 1550,
e probabilmente senza aver visto il quadro in questione.
Ne avrebbe cio parlato soltanto per sentito dire, e questo
secondo alcuni spiegherebbe le evidenti incongruenze. Oppure
potrebbe essere che le presunte ciglia descritte dallo
storico siano state cancellate dall'usura del tempo. Oppure
potrebbe essere, e questo  il punto, che il ritratto di Monna
Lisa e la Gioconda siano in realt due opere diverse.
Tale ipotesi  sostenuta da molti studiosi, anche sulla base
di un altro trattato cinquecentesco, il Trattato dell'arte
della pittura, in cui il pittore Giovanni Paolo Lomazzo,
raccontando del genio di Vinci, fa cenno a due dipinti agghindati
come la primavera, i ritratti cio della Gioconda
e di Monna Lisa, nei quali [Leonardo] ha rappresentato in
modo straordinario la bocca nell'atto di sorridere(4). Due
sarebbero quindi i ritratti, e due le modelle: la Gioconda
l'una, e Lisa Gherardini l'altra. Lomazzo poi, riferendosi
alla Gioconda come alla napoletana, aggiunge al giallo
un ulteriore tassello.
Ma il documento che pi di ogni altro sembrerebbe avvalorare
questa tesi  un altro ancora. Si tratta del resoconto
di una visita che il cardinale d'Aragona fece a Leonardo
nel 1517, mentre questi, a due anni dalla morte, si trovava
in Francia presso il castello di Cloux. Il segretario del cardinale,
Antonio de Beatis, tenne un diario di quel viaggio
e in esso si legge che l'illustre maestro avrebbe mostrato a
Sua Signoria Illustrissima tre quadri: uno di una certa donna
fiorentina, ritratta dal vivo su richiesta del fu Magnifico
Giuliano de' Medici, l'altro di san Giovanni Battista da
giovane, e l'ultimo di una Madonna col Figlio che stanno
posti in grembo a sant'Anna(5). E qui le cose si complicano,
perch viene chiaramente detto che il committente del ritratto
non sarebbe stato Francesco del Giocondo, bens Giuliano
de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. E Giuliano de'
Medici, duca di Nemours, non avrebbe certo avuto alcun
motivo per ritrarre la moglie di un mercante fiorentino, e
cio Lisa Gherardini, una semplice e anonima donna di
casa come tante ce ne dovevano essere nella citt gigliata.
Ma se non  Monna Lisa, allora la Gioconda chi ? Le
ipotesi con cui gli storici hanno tentato di dare un'identit
al volto pi enigmatico della storia dell'arte, non si contano.
Si sono fatti i nomi di dame appartenenti ai pi nobili dei
casati: Isabella d'Aragona, Costanza d'Avalos e Caterina
Sforza. Si  pensato a Isabella Gualanda, nobildonna di
origini napoletane, nonch amante del duca di Nemours,
e a Pacifica Brandani, altra amante di Giuliano, e che tra
l'altro allo stesso Giuliano avrebbe dato il figlio Ippolito
de' Medici.
C' anche chi ha sostenuto che l'artista toscano, per la tela
del Louvre, avrebbe utilizzato come modella un cadavere,
e chi invece  convinto che nel dipinto sia raffigurato, in
versione femminile, l'autoritratto dello stesso Leonardo.
Per altri la Gioconda non raffigurerebbe affatto una donna
esistita in carne e ossa, bens una donna ideale, e per altri
ancora non si tratterebbe neppure di una donna, perch il
volto adombrato nella Monna Lisa sarebbe quello del Salai,
il giovane e scapestrato apprendista che Leonardo avrebbe
amato con passione.
Va precisato che ciascuna delle innumerevoli tesi che
negli anni sono state avanzate sul celebre capolavoro, e
qui non sono state citate tutte,  suffragata dal suo corredo
di prove, che il pi delle volte appare del tutto fondato e
congruo. Il che contribuisce a farci ritenere che il mistero
della Gioconda difficilmente trover mai una soluzione.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Note al testo.
.
1. Giorgio Vasari, Le vite dei pi eccellenti pittori, scultori e architetti, Newton Compton, Roma 2013, p. 564.
2. Ibidem.
3. Ibidem.
4. Cit. in Renzo Manetti, Il velo della Gioconda. Leonardo segreto, Polistampa, Firenze 2009, p. 22.
5. Cit. in ivi., p. 24.
...
.
...
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...
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...
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FINE.